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Ettore Sottsass

Ettore Sottsass jr è come si vede in foto, grande, con l’esile treccia su una spalla trattenuta da un elastico rosa shocking, vestito di grigi diversi, con modi gentili, nulla di affettato, come una roccia con le incrostazioni di muschio e i segni delle intemperie, perché siamo in inverno e lui ha ormai ottantasei anni. E quel jr che compare accanto al suo nome suona strano.

di Daniela Origlia

30 Novembre 1999 alle 00:00

Ettore Sottsass jr è come si vede in foto, grande, con l’esile treccia su una spalla trattenuta da un elastico rosa shocking, vestito di grigi diversi, con modi gentili, nulla di affettato, come una roccia con le incrostazioni di muschio e i segni delle intemperie, perché siamo in inverno e lui ha ormai ottantasei anni. E quel jr che compare accanto al suo nome suona strano. Un trentino il padre, della Val di Fassa che allora era sotto l’Austria. Ettore senior, figlio di uno stradino, era un ragazzo curioso, intelligente. Aveva studiato a Vienna. Architettura allora aveva due indirizzi, uno intellettuale-artistico, l’altro ingegneristico; lui aveva scelto questo, era un uomo pratico. Durante la Prima guerra mondiale era a Innsbruck con i kaiserjäger, lì s’era sposato e aveva avuto un bambino, Ettore jr appunto.

Il Dna è quindi tutto austroungarico, se ne accorge adesso che è vecchio
: di fronte all’irruenza della cultura industriale continua a tenere posizioni più composte, Biedermeier le definisce, e fa un certo effetto detto dal fondatore del radical design. Malpensa 2000 per esempio. Un aeroporto per lui deve essere un posto tranquillo. Quando sei per aria c’è sempre un momento di attesa, in fondo vai verso il non conosciuto. Nel volare c’è qualcosa di inquietante. Così Sottsass ha cominciato con la segnaletica posta sopra la costruzione: non è il solito neon squillante, ma è illuminata da fari, per avere un impatto più morbido. Non l’ha notato quasi nessuno. Poi ha eliminato i materiali freddi come acciaio e cristalli, e ha ricoperto pareti e pilastri del verde dei prati, i check-in sono del legno caldo dei boschi. Voleva togliere ansie. Sottsass ha la capacità di farti capire le cose, anche le idee, raccontando storie o sensazioni. Non ricorre mai ad astrazioni: l’architettura ha significato quando uno c’è dentro, è coi sensi che ti accorgi che un corridoio è buio, che una chiesa è alta; l’architettura ha significato quando è la conferma delle proprie speranze esistenziali, cioè se c’è rispondenza tra il progetto e il proprio corpo, la vita, i sogni. Se una stanza è opprimente, si apre una bella finestra per vedere l’esterno, se il corridoio è stretto lo si illumina col giallo. E così ci stai bene.

Sottsass parla e intanto disegna, così si capisce meglio, gli viene naturale. Non c’è ideologia. Anche il suo studio non risponde a nessun cliché da architetto, la pianta è intatta: quella un po’ labirintica di un antico palazzo secentesco; l’arredo è colorato, ma senza enfasi; più che scelto, preso per quel che serve. La luce entra filtrata dalle foglie degli alberi del giardino. Un posto dove si può lavorare bene perché si sta bene. Un maestro così celebrato e riconosciuto che non se la dà è cosa rara. E anche questo l’ha preso dal padre. Sottsass senior, finita la guerra, è incaricato di ricostruire i paesi distrutti. “L’architettura non veniva dall’Austria, ma da Venezia, dall’Italia. Per questo, senza polemica, è corretto dire Alto Adige, e non Sud Tirolo: le case sono quadrate, non verticali come al Nord. Molto più sofisticate nei materiali, più colte nella memoria. Mio padre era un architetto-artigiano col suo piccolo studio, progettava a mano con squadra e matita e io sono rimasto con questa specie di idea che tra il progetto e la persona che lo fa c’è un contatto quasi erotico, la matita e la carta, il suo suono, la consistenza, i pentimenti, la mano, il tempo che trascorre”. Il piccolo Ettore girava per i boschi e vedeva nascere le case dai disegni del padre. Case costruite coi materiali che si trovavano in zona, che tenevano conto dei bisogni dei contadini che ci abitavano. Per questo ha potuto scrivere scherzosamente: “Chi ha paura di Frank Lloyd Wright?”, è vero che il celebrato architetto americano costruiva con la terra e i sassi del luogo, ma le sue ville se le potevano permettere solo i miliardari.

Sottsass continua a pensare e a lavorare come il padre.
Ha viaggiato molto, ha conosciuto tante culture, gli hanno provato ad appiccicare tutte le etichette possibili, da mistico orientaleggiante a radical-designer, ma gli sono scivolate via come acqua. Con tutti i suoi anni è fresco come una rosa. “La vecchiaia è una sorpresa. Siamo in piena rivoluzione emozionale; è difficile adeguarsi al mondo contemporaneo”. Lui ci prova. È curioso del rap, di come fanno a ballare così e di quella musica ossessiva. “Ma non sono giovane, non sono un uomo di colore, non vivo alla periferia di Los Angeles. Il massimo che posso fare è capire che ci sono fenomeni di modernità, ma non sono io che li produco”. Una vena di malinconia che non guasta. Sfoglia un libro di sue fotografie, “Metaphore”. È sui Pirenei, vive con una ragazza spagnola. Lui ha cinquant’anni, lei ventotto. Non ne poteva più dello studio e va in giro in tenda. Fa costruzioni con pezzi di legno e spago con cui si inserisce nelle ombre proiettate dalle montagne su una valle brulla, o inquadra architetture di roccia e fotografa. “Letto profumato” è un’asse sopra un ruscello in un prato fiorito. È un ricordo di Jaipur: una leggenda narra di un mogul che aveva un magnifico palazzo, ma la cosa più bella era il suo letto sotto cui scorreva un ruscello, a monte le fanciulle lo cospargevano di petali di rose. In “La mia fidanzata prende il metro”, lei nuda scende i gradini di un bunker, stavolta sono nel deserto d’Israele, intorno turisti a bocca aperta. “Ho sempre pensato che la lettura del mondo avviene con i sensi”. Era arrivato a Milano nel Dopoguerra, faceva già ricerca e sperimentazione formale nei più diversi settori, dall’architettura al design industriale.

Per l’Olivetti disegna “Logos 27”, il primo calcolatore;
vince il Compasso d’Oro col computer “Elea 9003’’; poi “Valentine”, la macchina su cui tutti abbiamo imparato a scrivere. Non pensava di fare prodotti d’avanguardia, semplicemente di progettare qualcosa di poco costoso, un prodotto popolare ma ben fatto. Come le serigrafie di Warhol che si trovavano dappertutto: negli uffici, nelle case di periferia e negli appartamenti più lussuosi. Intanto, per campare, ma anche perché non c’è un mestiere alto e uno basso, sistema case. I suoi clienti appartengono alla borghesia progressista, un po’ colta, un po’ curiosa. Fa progetti radicali, ma s’arrangia anche con quel che trova. Certi devono per forza sistemare il trumeau ereditato, allora lui lo appoggia contro una parete giallo uovo. Viceversa, se non ci sono mobili, li costruisce lui, magari in stile tradizionale, ma in laminato, o con maniglie in ceramica e disegni optical. Sente l’influenza dell’arte giapponese. All’inizio degli anni Sessanta c’è il viaggio in America con la moglie di allora, Fernanda Pivano. Lei gli presenta i suoi amici: Ferlinghetti, Kerouac, Corso, Dylan. Con Ginsberg nasce una profonda amicizia. Scatta loro magnifici ritratti. Li regala a lei dopo la separazione. Perché il merito era di Nanda. E perché è un signore.

L’impressione più brutale che ha girando è quella dell’immensa quantità di prodotti che riempiono i grandi magazzini, le strade, i negozi, tutto; cataste di packaging, tutti pronti per essere comperati, gettati in un’enorme automobile, portati a casa, sbucciati e buttati fuori. Che rapporto ci sarà mai tra la gente, i pensieri e lo spazio dove stanno? Pochi mesi dopo è in Oriente. Tutta la gente, le mosche, i fiori, le scimmie, i profumi, i templi e la spiritualità. In Birmania le capanne sono come vestiti, sono fatte di stuoie intrecciate come fossero di stoffa. Sono così leggere che non danno l’idea che debbano durare nel tempo, forse i birmani sono gente felice perché possono farsi una casa con le proprie mani, cambiarla, abbandonarla senza drammi, così come si cambia, un vestito. Il loro spirito è libero, forse perché anche il loro Buddha era libero. Tornato in Italia Sottsass scrive un articolo, “Come proteggere la bellezza dalla polvere e dai piranhas (con il permesso della censura)”. Propone come rimedio a guerre, paranoie, consumismo che ogni mattina l’esercito cosparga di petali stazioni, uffici, prigioni. Anche adesso ci farebbe un gran bene. Su cui rischia parecchio. Fonda il gruppo Alchimia insieme agli altri esponenti dell’architettura radicale e Global Tools, scuola di libera creatività individuale.

Negli anni 80 è la volta di Memphis. La scelta del nome è dettata dal caso. Si discuteva del nuovo gruppo e sul giradischi Bob Dylan continuava a urlare “the Memphis Blues again”, finché Sottsass ha detto “ok, chiamiamolo Memphis”. Un bel nome. Fanno produzioni limitate nel campo del design del mobile e dell’oggetto in laminato plastico e colori imprevedibili; certe volte non si capisce a cosa servano, sono belli e ironici. Alla base c’è l’intento politico di abbattere le barriere tra le classi e far godere a tutti libertà dalle regole e un po’ di cose belle. Nel ’72 crea per il Moma di New York una stanza con dei contenitori in fibra di vetro pieni delle sue cose, pentole, ceramiche, poltrone, posate, rubinetti, bagni, macchine da scrivere, luci. Li abbiamo visti entrare uno per uno in casa: alla mamma questo piaceva, al papà no; erano strani, colorati, moderni, giovani come noi, che giocavamo con le Barbie e il meccano e leggevamo Linus, Diabolik, Corto Maltese. Nostalgia e divertimento si mescolano e viene da pensare che non si è andati avanti poi tanto, e al progresso non ci crede più nessuno. Sottsass non sembra arrendersi. È sempre lì a mettersi in società con giovani simpatici e intelligenti, ma inesperti.

Tutti, compresi i soci, pensavano che fosse matto e invece le cose funzionano, forse proprio perché non ci sono principi assiomatici. Lo studio continua ad allargarsi, hanno uno zoccolo duro di clienti illuminati, come Siemens, Dupont, Alessi, ma per sopravvivere devono prendere quasi tutti i lavori che arrivano, ed essere molto agili. “Siamo invece pessimi nel marketing. Siamo eccellenti nei progetti ‘difficili’ che richiedono cultura e flessibilità”. In questo, non sono in sintonia coi tempi.

di Daniela Origlia

Ettore Sottsass
Architetto e designer, è nato a Innsbruck nel 1917. Inizia l’attività a Milano, dove nel 1947 apre un proprio
studio di design. Collabora con la Olivetti, vince il Compasso d’Oro disegnando i primi computer. La sua attività poliedrica spazia dalla pittura, alla ceramica, al design di gioielli, alla
vetreria. Alla fine degli anni Settanta fa parte del gruppo Alchimia; nel 1980 è il promotore della Sottsass Associati, mentre nel 1981 è uno dei fondatori di Memphis. le sue opere sono esposte nei maggiori musei del mondo.


Daniela Origlia, vive a Milano e lavora come free-lance. Si occupa di Storia dell’Arte e scrive per varie testate.

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