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Dyab Abou Jahjah

A fine novembre 2002, Anversa sembrava Los Angeles 1992; auto bruciate, commercianti trascinati sopra il banco e dritti fuori dall’uscio e il rumore delle sirene ovunque, ininterrotto. Le sirene non potevano smettere, l’inevitabile era successo, adesso c’era solo da correre. Un belga con simpatie di ultradestra e psichicamente instabile, si alza una mattina e, per un motivo o per l’altro, spara a Mohammed Achrak, belga pure lui, insegnante, ma di origine marocchina e vicino di casa.

di Claudio Franco

30 Novembre 1999 alle 00:00

A fine novembre 2002, Anversa sembrava Los Angeles 1992; auto bruciate, commercianti trascinati sopra il banco e dritti fuori dall’uscio e il rumore delle sirene ovunque, ininterrotto. Le sirene non potevano smettere, l’inevitabile era successo, adesso c’era solo da correre. Un belga con simpatie di ultradestra e psichicamente instabile, si alza una mattina e, per un motivo o per l’altro, spara a Mohammed Achrak, belga pure lui, insegnante, ma di origine marocchina e vicino di casa. Che si tratti di verità o di leggenda non è dato stabilire, ma pare che l’assalitore fosse vicino al Vlaams Blok – il blocco dei nazionalisti fiamminghi – mentre Achrak, pare, gravitasse nell’orbita della Lega arabo-europea (Ael) di Dyab Abou Jahjah. Non ci vuole una laurea in Scienze Politiche – che peraltro Dyab Abou Jahjah ha conseguito brillantemente in Belgio – per capire quali possano essere, condivisibili o no, le ragioni dei nazionalisti fiamminghi. Più o meno, più o meno aggressivi, più o meno rozzi, ognuno in Europa ha in casa i suoi, di revanscisti di cause perdute nella notte dei tempi. Il Vlaams Blok è un po’ così: si compiace dei sobborghi ordinati delle Fiandre ma trova inconcepibile che a prendersi cura delle aiuole – e dei tram, dei treni, degli ospedali e perfino degli asili nido – ci sia gente che arriva da così lontano, dal Nord Africa, dalla Turchia o addirittura dal Pakistan. Quelli del Vlaams Blok sono molto incazzati e nel 2002 si sono presi 20 seggi su 55, alla faccia delle Fiandre tolleranti.

Anche quelli della Lega araba-europea sono incazzati
, ma la ragion d’essere di una Lega arabo-europea in Belgio sfugge a molti, alla maggior parte, forse. Di certo, a tutti quelli che non si sono accorti che da qualche decennio migliaia di giovani di cultura araba hanno preso residenza in Europa; spesso sono nati in Europa, senza farla lunga potremmo dire che sono i nuovi europei. Anche i ragazzi dell’Ael sono nazionalisti; belgi e panarabi allo stesso tempo, punta di un iceberg che conta 16 milioni di immigrati musulmani nel Vecchio continente, esattamente un terzo in più del totale dei belgi sulla faccia della terra. Per farsi una ragione dell’esistenza di una Lega arabo-europea è necessario fare un passo indietro, all’inverno del 1991, la prima guerra del Golfo. La chiamarono Desert Storm, ma era un nuovo capitolo della lunga partita tra l’Occidente e il Medio Oriente.

Questa volta poi Saddam Hussein se l’era cercata
; aveva pensato di andarsi a prendere il petrolio nel Golfo Persico, a due passi da casa. Proprio come gli americani. Ma Saddam non voleva pagare il barile, come facevano gli americani e tutti gli altri, e le cose finirono male. Solo che quella santa alleanza che nel ’91 era corsa a difendere La Mecca e Medina, i barili dei Saud e l’indipendenza del Kuwait, aveva dato sui nervi a più di qualcuno. Osama bin Laden era uno di quelli; Dyab Abou Jahjah – che non c’entra niente con bin Laden – era un altro. Dyab Abou Jahjah era arrivato a Bruxelles da Beirut, senza lo straccio di un documento, un alloggio o un lavoro. Di quel 1991, Dyab ricorda la comunità ferita dalla batosta che, comunque la si girasse, gli arabi avevano preso. La passione politica degli arabi in Europa lo faceva sentire a casa; come se non si fosse mai mosso da Beirut. Arrivato in Europa ad appena 19 anni, determinato a restare, finisce a Bruges, al lavoro in un cantiere, ovviamente in nero.

Deve trovare un modo di restare e si inventa una domanda di asilo politico: “Gli esseri umani trovano sempre soluzioni. Quando sono arrivato, ho cominciato affrontando una cosa alla volta, analiticamente: prima un lavoro, poi un tetto e l’asilo politico. Consideravo i fatti e non c’erano possibilità se non quella di tentare quella carta e prendere tempo”. Lo fanno tutti – dice Dyab – e sottintende che siamo noi che decidiamo quali bugie siamo disposti a sentirci raccontare. “Per chi arriva da lontano la disperazione è vera, anche se non rientra nella casistica del ministero dell’Interno”. Dyab indossa un paio di jeans e un giaccone nero; una sfumatura di capelli bianchi fa credere che quei 32 anni dichiarati all’anagrafe abbiano lasciato il segno; Amal, Hezbollah, Lega araba non sono esattamente il pane quotidiano della Mtv generation. Dyab non fuma e beve caffè forte; parla un inglese fluente, con una leggera inclinazione francese, ma senza traccia di accento arabo. La madre era insegnante e il padre professore universitario.

Dyab sa parlare, si sente bene in mezzo alle parole ben messe di seguito una dopo l’altra: formula un argomento, presenta la posizione della parte opposta e solo sul finire offre il suo punto di vista come unica ancora di salvezza. Dyab conduce il suo argomento attraverso una sequenza di affermazioni autoevidenti dove la sua idea trova posto senza darlo troppo a vedere, si fa spazio a destra e a sinistra, ed eccola che scorre senza rimedio nella mente dell’interlocutore. È uno di quei rari soggetti che davanti a un giornalista non confesserebbe se stesso per ore, preso da un transfer comparabile a quello del paziente con lo psicoanalista. Piuttosto, Dyab tende ad analizzare l’altro, e qualcosa mi dice che non sia abituato a trovare ostacoli insormontabili sul suo cammino. Comunque, Dyab ha quattro anni quando il suo villaggio è prima occupato e poi raso al suolo dagli israeliani e tutta la famiglia è costretta a muoversi verso Sidon, l’araba Sayda, il centro del Sud musulmano. Con la guerra in corso non è questione di prendere residenza permanente e la famiglia continua a spostarsi, prima sfollati e poi riassegnati intorno a Sayda.

La scuola si interrompe spesso e per i bambini la guerra diventa il motivo di ricorrenti vacanze forzate; per settimane la strada saliva in cattedra e la politica, piano piano, guadagnava terreno; da un giorno all’altro le battaglie di strada non sono più un gioco. “Crescere con una guerra in corso ti insegna a pensare politicamente; la politica riguarda le cose di tutti i giorni, significa sapere se c’è scuola il giorno successivo o se è il caso di andare al mercato o meno”. Era il Libano post 1982, il Libano dell’occupazione israeliana e Amal, il movimento di Nabih Berri – oggi presidente del Parlamento – era il portavoce della maggioranza araba libanese. Hezbollah entra in scena quando Jahjah è già in Belgio da anni. Nondimeno, si sente vicino alla formazione di Fadlallah: “Ho vissuto l’occupazione israeliana in Libano e per noi, al tempo, quello era il contesto nel quale operare delle scelte politiche. Non sopporto il colonialismo e l’intolleranza è certamente cominciata in Libano, ma non era necessario che bruciassero il mio villaggio perché prendessi posizione contro gli israeliani. Il conflitto arabo-israeliano è la base dell’identità araba”.

Dyab ha tutto da imparare in Europa, negli anni 90 è come un bambino
che muove i primi i passi: “Questa gente viveva in mezzo all’Intifada palestinese, viveva nel Golfo. Mi dicevano che eravamo considerati la quinta colonna di Saddam in Europa, che la situazione stava peggiorando”. Dyab comincia a studiare, lavora a Bruges e si trova una ragazza – belga – e qualche amico. Passano cinque anni e alla fine dei Novanta Dyab Abou Jahjah è un cittadino belga laureato e con le idee chiare. “Il punto di rottura è arrivato quando mi sono accorto che vivevo come un belga e nessuno se ne accorgeva. Continuavano a trattarmi come uno straniero”. E questo genere di rifiuto incondizionato provoca strane reazioni: “Ci sono arabi nelle Fiandre che condividono le posizioni del Vlaams Blok”. Succede. Il primo stadio è l’assimilazione, il secondo un atteggiamento razzista nei confronti della propria gente. Questo è l’abc dell’integrazione forzata – secondo Jahjah – e i media devono sapere dove porta certa propaganda, dovrebbero conoscere i rischi di una generazione che cresce senza identità.

La Lega arabo-europea nasce allora, “brainchild” di Jahjah,
questo sì, ma anche figlia legittima di chiunque abbia patito il freddo lontano da casa. La Ael non è una storia da dopocena, ma la prima formazione politica che abbia pensato bene di fare due più due, sopra le righe e i quadretti del bassopiano delle Fiandre. Ma anche le Alpi svizzere, le banlieu francesi e infine le Langhe, Roma Termini o il Gloucestershire. Sono 16 milioni; vengono dal Nord Africa, dal Medio Oriente, dal subcontinente indiano. Sono musulmani; non fondamentalisti. La diaspora arabo-musulmana produce ricchezza, per il fisco europeo e per le loro stesse nazioni, dove costituiscono una delle maggiori fonti di valuta pregiata. In altre parole hanno il piede in due staffe e, come da statuto della Lega, i loro interessi sono sia in Europa sia nel mondo arabo. Sembra un progetto ingenuo a prima vista, ma siamo solo al principio e il Malcolm X della diaspora araba sta appena cominciando a imparare come si gioca veramente la partita della politica nel Vecchio continente. Il carattere e la logica stringente di questo trentaduenne dovrebbero insegnare qualcosa; lui sa giocare secondo le regole della democrazia contemporanea e non c’è nulla nella piattaforma politica della Ael che non sia attentamente calibrato.

Gli argomenti di Jahjah sono maturati in Europa,
seguono i principi guida che diverse nazioni europee applicano già ad altre minoranze. Per questo la Lega nasce come un movimento transnazionale; gli arabi di Jahjah aspirano a essere riconosciuti come la prima minoranza europea che, come tale, ha il diritto di parlare la propria lingua in casa propria: la proposta di rendere l’arabo quarta lingua ufficiale in Belgio – o almeno lingua riconosciuta – è solo il primo passo. Dopo la rivolta del 2002 Jahjah diventa presto una figura nota e la sua storia personale finisce sotto il microscopio. Il suo matrimonio – in seguito al quale ha acquisito al cittadinanza belga – solleva sospetti: la coppia divorzia dopo appena due anni di vita in comune, è la solita pratica del matrimonio bianco, dicono alcuni. Jahjah fa il candido: “Tanti si sposano per pagare meno tasse, noi l’abbiamo fatto per avere la possibilità di stare insieme, non vedo niente di oscuro o di sospetto in questo”. Infatti non c’è niente di oscuro o sospetto; messo alle strette, l’essere umano trova sempre una soluzione, questo è il principio che vale tra i diplomatici, le spie, addirittura nelle cancellerie di Stato. Durante la rivolta del 2002 Dyab finisce dentro per qualche giorno.

L’accusa è di aver fomentato la violenza, le prove sono i nastri delle camere a circuito chiuso; Jahjah effettivamente era in mezzo alla folla, giacca nera e kefiah sulle spalle. La sua versione è che stesse cercando di calmarli, che volesse canalizzare la protesta e portare i ragazzi verso una grande moschea. La priorità era toglierli dalla strada; qualcuno aveva cominciato a sparare, ancora qualche ora e Anversa sarebbe davvero stata come Los Angeles. La protesta si spense effettivamente intorno a una moschea; come siano andate le cose è difficile dire, ma qualcuno deve averli calmati, quei ragazzi. Jahjah esce dopo cinque giorni, e porta il sindaco in tribunale per diffamazione. Questo è il modo di operare di Jahajah, gioca secondo le regole e gioca bene. Dyab si guarda intorno e chiede ancora caffè, non sembra stanco di parlare.

Parla di religione adesso e a suo modo
– prima di definirsi profondamente credente ma poco practice-oriented – dice di non poter concepire un sistema politico arabo che non abbia nulla a che fare con uno schema epistemologico islamico. “Il punto è che si può avere una democrazia moderna fondata sul sistema di pensiero musulmano. Egitto e Malesia avrebbero una Costituzione islamica in senso contemporaneo, se solo la applicassero”. Niente da fare, Nasser rimane l’eroe di Jahjah; è una generazione di giovani ufficiali con le idee chiare che serve agli arabi europei.

di Claudio Franco



Dyab Abou Jahjah È nato a Beirut 32 anni fa. Sfollato con la famiglia durante la guerra civile, emigra in Europa. A Bruges trova lavoro, ottiene asilo politico, studia fino alla laurea. Diventa cittadino belga grazie a un matrimonio presto interrotto. Negli anni successivi alla Guerra del Golfo dà vita alla Lega araba-europea, una formazione politica transnazionale, rispettosa delle regole democratiche, che si pone come obiettivo il riconoscimento dello status di minoranza europea ai 16 milioni di musulmani presenti nel continente.

Claudio Franco vive a Londra, collabora con testate inglesi e italiane. Si occupa di movimenti islamici.

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