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Dai Sijie

Ha i capelli lunghi e gli occhiali rotondi da intellettuale. Quando parla, si illumina di un sorriso gentile e orientale, che scompare se lo si interroga sulla sua adolescenza, negli anni della rivoluzione culturale. Dai Sijie ha vinto in questi giorni il Premio Grinzane Cavour per il cinema con il film “Balzac e la piccola sarta cinese”, tratto dal suo primo libro che, uscito nel 2000 in Francia, è diventato immediatamente un best seller, ha vinto cinque premi ed è stato pubblicato in sessanta paesi

30 Novembre 1999 alle 00:00

Ha i capelli lunghi e gli occhiali rotondi da intellettuale. Quando parla, si illumina di un sorriso gentile e orientale, che scompare se lo si interroga sulla sua adolescenza, negli anni della rivoluzione culturale. Dai Sijie ha vinto in questi giorni il Premio Grinzane Cavour per il cinema con il film “Balzac e la piccola sarta cinese”, tratto dal suo primo libro che, uscito nel 2000 in Francia, è diventato immediatamente un best seller, ha vinto cinque premi ed è stato pubblicato in sessanta paesi (in Italia da Adelphi). Sempre in questi giorni, è uscito in Italia il suo secondo romanzo, “Muo e la vergine cinese”, una satira amara della Cina contemporanea, terra di improvvise ricchezze e di inaspettate libertà economiche, ma anche di inaccettabili limitazioni alla libertà politica. Dai Sijie vive a Parigi da vent’anni, ma a influenzare la sua vena artistica è ancora il suo paese d’origine, aspramente criticato, ma amato con sofferta intensità. I suoi pensieri e la sua ispirazione nascono sempre da lì, da questa Cina piena di misteri e contraddizioni, stravolta da una prorompente crescita economica che ha portato modernizzazione e ricchezza, ma anche violenza e corruzione. Le notizie sulla sua infanzia escono a fatica dai suoi racconti: nato cinquant’anni fa in un paese di provincia, Fujian, Dai Sijie è figlio unico di due genitori medici. Considerati nemici del popolo per la loro estrazione borghese e il loro lavoro intellettuale, durante la rivoluzione maoista sono perseguitati. Sijie è allevato dal nonno, un pastore cristiano, ritenuto pericoloso per il suo impegno religioso e visto con grande ostilità dal potere comunista. Rimane con lui fino alla rivoluzione culturale, quando viene spedito sulle montagne per la “rieducazione”. Alla fine del 1968, il presidente Mao aveva avviato un piano destinato a cambiare profondamente il paese: le università erano state chiuse e i giovani intellettuali, o più semplicemente gli studenti che avevano finito il liceo, erano stati mandati in campagna per venire rieducati dai contadini poveri. Il Grande Timoniere aveva deciso di forgiare così una nuova generazione di uomini e donne comunisti, allontanando milioni di giovani dalle loro case, dalle famiglie e dalla scuola. Per loro, il Libretto Rosso di Mao era rimasto l’unica fonte di conoscenza. Questa, come è raccontato in “Balzac e la piccola sarta cinese”, è anche la sorte di Dai Sijie, che ha solo diciassette anni quando, nel 1971, viene spedito in uno sperduto villaggio tra le montagne della Fenice del cielo. È lì che, come racconta nel romanzo, trova insieme al suo amico Luo una valigia di libri occidentali proibiti, che entrambi leggono con grande avidità. Ed è così che la loro vita cambia per sempre. “Quei romanzi di Balzac, Flaubert, Gogol’, Melville e Romain Rolland ci hanno fatto scoprire l’individualismo: un concetto che ci era completamente estraneo. Ma soprattutto ci hanno insegnato a combattere. Fino a quel momento ci sembrava che tutto, nella nostra esistenza, fosse già deciso: dai genitori, dalla scuola, dal partito. Leggendo quei libri abbiamo iniziato a capire che potevamo lottare per una vita che noi stessi avremmo potuto scegliere”. Quella valigia, dunque, è stata l’inizio di tutto. E per questo il primo romanzo di Dai Sijie è un omaggio alla letteratura e al suo potere salvifico. “È stato duro vivere tra le montagne, ma quell’esperienza mi ha insegnato molto. Ho conosciuto gente diversa da quella con cui ero cresciuto: uomini e donne che lavoravano ogni giorno per sopravvivere. Partecipando a quella vita così umile, ho scoperto la vera povertà, che certo non si impara a scuola. E poi ho acquistato fiducia in me stesso, imparando a cavarmela in situazioni difficili. Oggi, la maggior parte degli intellettuali e degli artisti che lavorano in Cina escono dall’esperienza della rieducazione: per quanto sia difficile dirlo, credo sia stata una buona scuola per tutti noi”. Fortunatamente, dopo tre anni e mezzo di rieducazione Dai Sijie è stato “salvato” da una malattia agli occhi. Non riusciva più a lavorare bene e i contadini, che non avevano tempo di curarlo e di occuparsi di lui, chiedono alle autorità di farlo tornare in città. Ma è il 1976 l’anno che cambia definitivamente la vita di Dai Sijie. Dopo la morte di Mao le università, che erano rimaste accessibili soltanto agli studenti scelti dal Partito, vengono aperte anche a quelli meritevoli. “Fino a quel momento per uno studente come me, considerato reazionario perché nato in una famiglia borghese, non c’era nessuna speranza di continuare gli studi. Dopo la morte di Mao, invece, sono stati organizzati dei concorsi, in base ai quali si decideva l’ammissione ai corsi”.

Dai Sijie li supera e si iscrive alla facoltà di Storia dell’arte, per specializzarsi in storia della pittura cinese. Ma il destino, sostiene, non voleva che diventasse un critico. E infatti qualche anno dopo in Giappone viene organizzato un concorso internazionale che dà la possibilità agli studenti migliori di poter studiare all’estero. Dai Sijie concorre e, nonostante gli esami si tenessero in lingua giapponese, vince anche questa volta. La scelta della destinazione è tra il Giappone e la Francia e lui non ha esitazioni. La Francia rappresenta l’altro mondo, quello che aveva sognato per molti anni, quello dei classici dell’individualismo, di Balzac e Flaubert. Parte per seguire i corsi di Storia dell’arte occidentale, ma per Dai Sijie Parigi si trasforma in Damasco. È lì, infatti, che avviene l’incontro fatale, quello destinato a cambiare la sua vita. A sedurlo per sempre non è una donna, come nei romanzi ottocenteschi che Sijie aveva tanto amato, ma il cinema. A Parigi sono proiettati film di tutti i tipi e di tutte le culture e lui ne è affascinato: “Con la mia piccola borsa di studio, purtroppo, non potevo permettermi di vedere tutto quello che avrei voluto, per quanto fossi disposto a rinunciare anche ai pasti per un buon film. E così ho deciso di iscrivermi a una scuola di cinema molto prestigiosa, l’IDEC, dove venivano ammessi solo venti studenti all’anno, scelti tra centinaia di aspiranti che arrivavano da tutto il mondo”. E come sempre Dai Sijie vince. “Per me, è stato come entrare nel paese delle meraviglie: all’IDEC vedere film non era una possibilità, ma un preciso dovere. Avevamo una tessera che ci permetteva il libero accesso a qualsiasi cinema. E poi, naturalmente, il cinema lo facevamo. Non c’erano veri e propri professori e nemmeno dei veri corsi, ma lavoravano con noi i migliori professionisti del settore. Ci riunivamo in piccoli gruppi e giravamo dei cortometraggi: uno di noi faceva il regista, l’altro il tecnico delle luci, l’altro ancora quello dei suoni. Poi cambiavamo i ruoli: era tutto molto appassionante e ognuno di noi viveva quell’esperienza come una missione”. È in quegli anni che Sijie scopre la sua vocazione a raccontare storie: con la parola o con le immagini non era importante. In fondo questa capacità l’aveva già mostrata molti anni prima, sulla montagna della Fenice del cielo, quando raccontava ai contadini le trame dei film di propaganda che venivano proiettati nei villaggi vicini: “Organizzavamo uno spettacolo di cinema orale davanti a tutti gli abitanti del villaggio. Mutavamo voce e gesti, recitando le parti di tutti i personaggi”. Forse guidato da quella prima esperienza, Dai Sijie si dimostra bravissimo. Nel 1986 il suo primo cortometraggio viene selezionato per il Festival di Venezia e vince un premio. La sua vita continua a Parigi ma i fatti di Tienanmen segnano la fine delle sue illusioni. Molti dei capi che avevano organizzato la protesta, amici di Dai Sijie, vengono uccisi o imprigionati. La speranza di un rapido processo di democratizzazione rimane un sogno impossibile: “Un tempo, in Cina, c’era un solo colore: quello rosso del comunismo. Oggi è tutto un grande spettacolo un po’ folle e non si vive che di contrasti e contraddizioni. Negli ultimi dieci anni, i comunisti si sono trasformati in capitalisti. Oggi comunismo e capitalismo sono la stessa cosa e rappresentano insieme il progresso scientifico ed economico”. Ma Sijie è anche deluso dalla mancanza di una ferma presa di posizione dell’Occidente. “Avevo conosciuto l’Occidente attraverso i libri. Il capitalismo e soprattutto la democrazia per me erano un sogno da vivere a tutti i costi. Ma la realtà si è poi dimostrata meno seducente. Dopo Tienanmen, ci siamo sentiti traditi.

Gli occidentali vengono in Cina solo per combinare buoni affari: attirati dalla ricchezza e impegnati nel farsi concorrenza per conquistare un mercato immenso, nessuno è realmente interessato a capire quanto sta avvenendo. C’è chi arriva e si lamenta perché, in favore della modernizzazione, sono state distrutte le vecchie case, mentre le nuove strade stanno trasformando il paesaggio. Ma nessuno di questi nostalgici del passato ha mai provato a vivere in quelle case. Nessuno di loro ha dovuto camminare per centinaia di chilometri perché non esistevano strade”. Dopo molti anni di lontananza, dal 1996 Dai Sijie è ritornato spesso in Cina e ha visitato anche il villaggio tra le montagne della Fenice del cielo, dove ha passato i tre anni più duri della sua vita: “È sempre povero e, ormai, ci rimangono soltanto i vecchi. La strada non ci arriva ancora e ci vogliono sei ore di cammino per raggiungerlo. Nelle case non esistono i frigoriferi ma non c’è un tetto che non sia provvisto di un’antenna per la televisione”. Dai Sijie ritorna in Cina anche per motivi professionali. Qui, infatti, ha girato “La piccola sarta cinese”: le riprese sono state autorizzate ma non la proiezione del film. E il libro, pubblicato da una piccola casa editrice, recita nella postfazione: “Ci dissociamo da quest’opera politicamente scorretta, ma che racconta una storia curiosa”. Non è la prima volta che i film di Sijie vengono vietati. Nel 1989 era accaduto anche a “Cina, mio dolore”, prodotto in Francia e girato sui Pirenei. Anche in quel caso, il protagonista era un ragazzo “rieducato” tra i monti. Nonostante qualche apertura, l’atteggiamento di critica del governo cinese non è poi troppo cambiato: “Provo spesso il desiderio di tornare a vivere nel paese dove sono nato e dove sono stato formato”, confessa Dai Sijie, con il suo sorriso educato, “e di scrivere nella lingua che mi appartiene dall’infanzia. Ma in Cina non c’è ancora abbastanza libertà. La mia vita è raccontare storie. Non posso aspettare anni perché vengano pubblicate. Così, per non soffrire, cerco di descrivere la tragica realtà del paese che amo usando l’ironia. È sempre bello far sorridere”.

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