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Bibì la Purée

In un recente libro su Paul Verlaine, scritto da Ernest Delahaye, vedo che si parla di questo curioso tipo parigino, che col poeta ebbe alcune relazioni, anch’esse assai curiose, durante gli ultimi anni che questi visse in contatto con i più strani personaggi, o “nemici” come li chiamava una sua miserabile amante, che era poi del numero.

di Ardengo Soffici

30 Novembre 1999 alle 00:00

In un recente libro su Paul Verlaine, scritto da Ernest Delahaye, vedo che si parla di questo curioso tipo parigino, che col poeta ebbe alcune relazioni, anch’esse assai curiose, durante gli ultimi anni che questi visse in contatto con i più strani personaggi, o “nemici” come li chiamava una sua miserabile amante, che era poi del numero. Fra costoro – scrive dunque il Delahaye – menzionerò solo un originale personaggio che aveva dell’attore, del pedante, del ciaba e del prete interdetto. Intendo alla apparenza, giacché Bibi la Purée non era in realtà che un bohème di genere modesto, dal passato semplicissimo e assai insignificante; figlio del popolo che aveva letto dei romanzi e che sapeva male l’ortografia, il quale esercitava il mestiere di fattorino, talvolta di calzolaio, tal altra di pubblico scrivano. Una sera che Verlaine, in preda ai più mesti pensieri, se ne stava seduto fuori di una bottega di liquorista del boulevard Saint-Michel, un uomo si fermò a un tratto davanti a lui…, tra le sue dita brillava un ago ch’egli munì di filo…; poi s’inginocchiò, prese con delicatezza il lembo del pastrano del poeta che un notevole strappo deturpava, e senza una parola, mentre Verlaine, sorpreso ma sorridente, lo stava a guardare, vi eseguì metodicamente, religiosamente un sapiente rammendo.

“Non è ammissibile – disse rialzandosi – che io sappia cucire
e che l’abito d’un grande uomo resti disonorato!”. Quella frase alla Plutarco divertì il poeta, il quale credette ch’essa drappeggiasse d’ingenua solennità dei sentimenti di fratellanza molto semplice e seducente; tese la mano al “tappatore” e gli offrì un bicchierino… Bibi la Purée accettò e volle contraccambiare la cortesia. Un’altra volta, avendo fatto una commissione per una damina del caffè Vachette, Bibi implorò in guisa di pagamento e ottenne dall’amabile persona il mazzolino di rose che era sulla tavola davanti a lei: egli vedeva passare in quel momento Verlaine; prese allegramente i fiori, e corse a fargliene omaggio…”. Dopo queste prime gentilezze i loro rapporti continuarono e non furono in seguito meno divertenti, come ho detto. Verlaine arrivò persino a scrivere dei versi per il suo ammiratore. Ma veniamo a noi. Ho conosciuto anche questa macchietta al tempo che abitavo a Parigi. Fisicamente era quale appunto Delahaye lo descrive; moralmente, credo fosse anche più terra terra; almeno in quegli anni, che furono, credo, i suoi ultimi. Non per questo però era meno interessante. Si aggirava per il Quartier Latino, dove era celebre fra gli studenti, gli artisti, i camerieri di caffè e le cocottes, facendo poco il buffone, un poco il servitore, e vivendo d’espedienti. Uno fra questi era, per esempio, di sfruttare in tutti i modi la sua “amicizia”, risaputa da tutti, col Pauvre Lelian, di cui recitava le poesie, raccontava la vita intima, e vendeva a perpetuità “l’ultima penna”.

Questo commercio delle penne andava specialmente bene con gli americani,
ai quali Bibi la Purée le faceva pagare abbastanza salate; sebbene a lui non costassero più dello scomodo d’andare, ogni volta che ne aveva esaurito lo stock, in qualche ufficio postale, dove allora ce n’era in quantità a disposizione del pubblico, e riempirsene le tasche. Con tutto questo non arrivava però a smentire il suo soprannome (che tradotto liberamente darebbe qualcosa come Pinco Miseria); e non era raro il caso che, per non morire addirittura di fame, gli toccasse anche mendicare un pochino, sebbene con discrezione. Mi ricordo di averlo incontrato in uno di questi cattivi momenti e, sebbene in condizioni non straordinariamente dissimili dalle sue, di aver fatto per lui quel che potevo. Mi contraccambiò con un atto di cortesia, come soleva in simili congiunture. Qualche sera dopo il soccorso, ritornando a casa, trovai una sua lettera d’invito per un teatro del nostro quartiere, accompagnata da una cartolina col suo ritratto in piedi, in marsina, un fiore all’occhiello, sulla testa zazzeruta un sombrero da moschettiere ornato di traverso da una penna di pavone, una mano con atto fiero sull’anca, e nell’altra un ombrello – un po’ mal ridotto invero. Non approfittai dell’offerta; ma ne conservai il documento, dal quale appresi per la prima volta il suo vero nome; e che copio qui con i suoi strafalcioni e tutto: “Paris jour de Pasque Messieur, Si vous voulez bien vous deplacer pour aller au Théatre. Le Monsieur, à qui vous avez donné 40 centimes vous enverra 4 places pour Cluny. Mardi 14 courrent. Salis André, dit Bibi La purée”.

Sempre a proposito di questa nuova macchietta riferirò un aneddoto
che mi fu raccontato più tardi da quello stesso che ne fu il protagonista. Si è visto più addietro quale fosse la figura fisica di Bibi la Purée. Ora, chi ha conosciuto il pittore Henri de Groux sa che, per molti versi, la sua somiglianza col bohème era impressionante: la stessa statura, la stessa faccia sbarbata, la stessa zazzera grigio biondastra, la stessa aria smarrita e come fantasmica. Difatti fu appunto per questa rassomiglianza che il caso che dico avvenne; ed ecco come. Il pittore belga se ne stava dunque un giorno fermo all’angolo di una strada parigina aspettando un amico che non arrivava, allorché venne a passare un giornalistucolo, il quale più d’una volta aveva cercato di essergli presentato, ma che de Groux aveva sempre sfuggito con ogni cura. Costui visto quel personaggio fermo in quel modo, gli si avvicinò per di dietro, e, con un gran colpo della mano sulla spalla: “To’! Guarda Bibi”, disse. “Come va?”. De Groux si voltò infuriato a vedere l’idiota che l’interpellava a quel modo. E quando riconobbe il piccolo gaffeur che era rimasto allibito senza sapere come scusarsi, gli piantò in faccia i suoi occhi bianchi, fulminandolo con uno sguardo terribile. “Non sono Bibi la Purée”, gli urlò poi, “sono il pittore Henri de Groux”. E scandendogli con le dita sotto il naso le lettere a una a una: “H, e, n, r, i, d, e, G, r, o, u, x. Pezzo d’animale!”. E gli voltò la schiena. Secondo il pittore Umberto Brunelleschi, che in una cronaca da Parigi confessa di averne ingenuamente acquistata una, Bibi la Purée non vendeva l’ultima penna, ma l’ultima pipa di Verlaine.

di Ardengo Soffici, “Ricordi di vita artistica e letteraria”, Vallecchi

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