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Betty Friedan

È la Grande Madre del femminismo moderno, e a buon diritto è considerata uno dei personaggi chiave della nostra epoca. Il suo best e long seller, “La mistica della femminilità”, quaranta milioni di copie vendute nel mondo, perennemente inserito nella lista dei dieci libri che hanno cambiato la vita nel ’900, ha innescato la rinascita del movimento delle donne, che era entrato in sonno dopo la conquista del diritto di voto, ottenuto in seguito a una lotta durata cent’anni.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio dell'8 luglio 2001

È la Grande Madre del femminismo moderno, e a buon diritto è considerata uno dei personaggi chiave della nostra epoca. Il suo best e long seller, “La mistica della femminilità”, quaranta milioni di copie vendute nel mondo, perennemente inserito nella lista dei dieci libri che hanno cambiato la vita nel ’900, ha innescato la rinascita del movimento delle donne, che era entrato in sonno dopo la conquista del diritto di voto, ottenuto in seguito a una lotta durata cent’anni. Eppure lo sport preferito di molte femministe, e non solo, è il tiro a segno su Betty Friedan.

Questa piccola scrittrice geniale, battagliera, generosa e ciclotimica ha visto la sua posizione di leader e fondatrice insidiata da almeno due grandi rivali: Kate Millet sul piano teorico-politico, e Gloria Steinem sul quello organizzativo-mediatico. Friedan, dalla bellezza nascosta, ha avuto scontri epocali con Steinem, e ha dovuto sopportare accuse di gelosia verso la rivale più giovane, più sexy, più fotogenica. È il destino delle donne, e Friedan l’ha vissuto pubblicamente, amplificato pure con tutta la ferocia impersonale dei media.

Eppure è la donna che ha risvegliato la coscienza politica femminile da un coma profondo durato quasi cinquant’anni, è colei che ha osato definire “un campo di concentramento confortevole” l’agiata vita della massaia borghese. Difficile pensare tutto questo nel ’63, quando esce “La mistica della femminilità”. Sembrava solo il libro di una casalinga che scrive articoli occasionali, più che altro per riviste femminili. In realtà l’autrice era un’intellettuale marxista e politicamente impegnata. Ma l’esperienza traumatizzante del maccartisimo l’aveva obbligata a mascherarsi da donna di casa. Come Steinem, nata nell’Ohio, e Millet, proveniente dal Minnesota, anche Friedan, classe 1921, è nata e cresciuta nella profonda provincia americana, a Peoria, Illinois, cittadina tranquilla e tranquillamente antisemita, nella maniera soft diffusa negli anni tra le due guerre mondiali.

Bettye Goldstein (da cui fece sparire la “e” pleonastica nel nome) era figlia di ebrei. Il padre era un ex venditore ambulante diventato gioielliere, emigrato da un non meglio definito paesino dell’Europa orientale. Aveva un accento ebraico marcato, il naso adunco; sua moglie, più colta e assimilata, se ne vergognava. Miriam Goldstein era elegante e scontenta, figlia di un medico ungherese, aveva lavorato come giornalista prima di sposarsi. Nella sua autobiografia, Friedan la descrive come una virago perfezionista, frustrata e anche molto divertente quando non era arrabbiata, cioè quasi sempre. Era anche molto bella, come la figlia minore Amy. Betty assomigliava al padre. Quando capì che il suo ebraismo e l’aspetto poco femmineo la tagliavano fuori dal cerchio magico delle ragazze più ambite, decise di puntare tutto sulla sua notevole intelligenza. Si sarebbe fatta rispettare e ammirare per la forza delle sue idee, l’eloquio rapido e brillante, la personalità dominante e trascinatrice. Ma non avrebbe mai rinunciato alla speranza di trovare “un ragazzo che preferisce me”. Un desiderio struggente che ha contribuito a plasmare la sua filosofia femminista, mutuata da quella marxista della giovinezza. E infatti è stata spesso accusata dalle femministe più radicali di essere una “man junkie”: una donna dipendente, se non schiava, dall’approvazione maschile.

Certo è che in tutta la sua lunga carriera ha combattuto perché gli uomini non fossero esclusi, discriminati, criticati. Per lei, il nemico era “il sistema”. Dopo una brillante carriera universitaria al prestigioso college femminile Smith, nel Massachusetts, durante il secondo conflitto mondiale, decise di rinunciare a una borsa di studio per un dottorato in psicologia a Berkeley per sposarsi. Nel suo discorso alla cerimonia di laurea aveva detto: “I nostri fallimenti si sposano soltanto”. Quel “soltanto” non lo ha dimenticato, anche se poi come tante donne del Dopoguerra ha inseguito il sogno americano. Ha fatto tre figli, ha vissuto nelle periferie, si è messa a scrivere per testate sindacali d’estrema sinistra. Militanza che ha sottaciuto quando è diventata famosa, preferendo dipingersi come una massaia che scriveva articoli occasionali per riviste femminili. In effetti, dopo essere stata licenziata durante la seconda gravidanza dai compagni della rivista sindacale, che le preferirono un collega maschio, iniziò a collaborare con Redbook, Ladies’ Home Journal e altre riviste per casalinghe. Nel 1957, quando fu respinto un suo articolo sull’inquietudine delle donne americane che dopo liberatorie esperienze di lavoro prima e durante la guerra erano state ricacciate in cucina per lasciare posto ai reduci, decise di scrivere un libro.

Alla riunione della sua classe universitaria (Smith ’42), distribuì un questionario. Le risposte rivelarono che il 60 per cento delle sue colleghe coetanee non si sentivano appagate come angeli del focolare. Un risultato che andava contro tutta la propaganda conformista dell’epoca. Friedan capì d’avere qualcosa d’importante per le mani. Applicò i suoi studi in psicologia per demolire la teoria freudiana dell’invidia del pene, allora molto in auge, attribuita alle donne per “spiegare” le loro ribellioni al ruolo tradizionale e subordinato. Asserì che era in realtà invidia per la libertà di scelta, il vasto raggio d’azione potenziale per le proprie ambizioni che è l’investitura automatica d’ogni maschio. Fece uno studio dei racconti pubblicati sulle riviste femminili nei precedenti trent’anni, dimostrando come l’incitamento all’autonomia e al lavoro degli anni Trenta si era tramutato nei Cinquanta nel panegirico delle gioie della vita familiare come vocazione esclusiva di una “vera donna”. Incluse anche una disamina della pubblicità sui femminili, che dipingeva la donna ideale come un elettrodomestico coi tacchi a spillo. Era convinta di avere per le mani un libro che avrebbe fatto epoca.

Con l’aiuto e i consigli del marito Carl Friedan, un pubblicitario entusiasta quanto lei dell’opera, si dedicò freneticamente alla promozione, tartassando l’editore perché si desse più da fare per sostenere le vendite. Colpo decisivo fu un tour promozionale per gli Stati Uniti, allora una novità. Fece interviste ai giornali, in tv, alla radio, e alla fine del giro era famosa. Il libro aveva toccato un nervo femminile esposto: leggere che l’esclusione delle donne dal potere non era proprio tutta colpa loro, né un destino decretato dal Creatore, era per molte una notizia galvanizzante. È il 1962: nascono i movimenti per i diritti civili della gente di colore e quello studentesco. Nel ’64 il Congresso ratifica la legge che proibisce la discriminazione sul lavoro basata su razza, religione, colore, e sesso. Talpe femministe nei dipartimenti del Lavoro e della Giustizia le fanno arrivare statistiche riservate che denunciano la riluttanza del governo a perseguire le violazioni della legge contro le donne con la stessa determinazione di quelle contro i neri. La convincono della necessità di fondare un’associazione garantista. Nel 1966 nasce la “NOW”, National Organization for Women. Betty Friedan ne diventa il primo presidente. Gli uomini sono ben accetti; l’organizzazione è “per” le donne e non “delle” donne.

Cominciano le battaglie legali, con importanti vittorie: le hostess non potranno più essere licenziate raggiunti i 32 anni; le operaie non si vedranno più negare promozioni e anzianità per via di leggi “protettive” che impediscono loro di sollevare certi pesi, fare lavori notturni o straordinari, e così via. Friedan non è sola, ma è la leader naturale della NOW. È un tornado d’attività: arringa, organizza, stimola: è quasi impossibile alle donne resistere al suo appello appassionante. Grazie a lei, in migliaia si avvicinano alla politica per la prima volta, sentendosi finalmente chiamate in causa. NOW cresce a vista d’occhio in tutti gli Stati dell’Unione. Contemporaneamente nascono, in seno al movimento studentesco, i gruppi femministi più radicali. Di colpo la rivoluzione femminista ha due anime: da una parte NOW, emancipazionista e legalitaria, dall’altra organizzazioni come Redstockings, Radical Women, WITCH. La leadership di Friedan scricchiola sotto la valanga di proposte innovative ed estremiste. Le nuove arrivate inventano i gruppi d’autocoscienza, l’esclusione tassativa dei maschi, denunciano il matrimonio come prostituzione legalizzata e il mito dell’orgasmo vaginale. Friedan è allarmata dai loro toni avversi alla famiglia, dalla denuncia di busti, reggiseni, trucco e bigodini, dall’enfasi sulla libertà sessuale, lesbismo incluso. Teme soprattutto l’arrivo organizzato delle lesbiche, e si lancia a testa bassa contro la loro inclusione ufficiale.

Nel 1970 entra nel movimento Gloria Steinem. Capelli e gambe lunghi, minigonna, giornalista nota e corteggiata, carattere urbano e rassicurante. I media se ne innamorano, e quando la Steinem si allinea in difesa delle omosessuali, la leadership di Friedan vacilla. E vacilla anche il suo matrimonio, da sempre tempestoso, litigioso, violento. Spesso Betty deve truccarsi pesantemente per nascondere occhi neri e contusioni. Lei e Carl sono due forti bevitori, e le loro battaglie sanguinose. Alla fine Carl se ne andrà con una coniglietta di Playboy. Betty è notoriamente irascibile, in mezzo alle bufere pubbliche e private non migliora. È autocratica, impaziente, prepotente, un po’ schiavista nel delegare i bassi lavori. Finché una rivolta di palazzo la estromette dalla direzione della NOW. È sempre attiva, presente, al lavoro, ma la sua stella è offuscata.

Tenta una candidatura per il Senato, ma nella tattica politica è una frana, fallisce miseramente. Intanto Kate Millet pubblica “La politica sessuale”, un testo fortemente accreditato intellettualmente. “La mistica della femminilità” sembra (a torto) improvvisamente vecchio. Giornali e tv, poi, hanno occhi solo per la Steinem. Ma Betty la leonessa non demorde. Perderà ancora molte battaglie, ma continuerà a lavorare, fare conferenze, insegnare, ispirare. E scrivere libri, anche se nessun altro avrà il successo del primo. È una donna passionale: ha altri amori, continua a sdilinquirsi alla presenza di un uomo, ma i suoi figli crescono bene, diventano stimati professionisti, la rendono nonna. È una festaiola di rango, organizza comuni estive che sono un’idea allargata di famiglia, incontra Papi e capi di Stato (immediata la simpatia con Indira Gandhi, mentre Golda Meir la snobba). E rimane la decana, la papessa, la difficile e indispensabile madre naturale della rinascita femminile di fine ’900.

In breve
È nata a Peoria, Illinois nel 1921. Il suo “La mistica della femminilità” e la National Organization for Women, l’associazione garantista da lei fondata, hanno dato inizio al movimento di liberazione delle donne degli anni 60. Ha scritto quattro libri. È fellow alla Woodrow Wilson Center di Washington. Ha insegnato a Temple, Northwestern University, Yale, Harvard. È distinguished visiting professor alla Cornell University, dove dirige un programma finanziato dalla Ford Foundation. Vive tra Washington e Sag Harbor, New York.

Anselma Dell’Olio è nata a Los Angeles, vive a Roma. Scrive di cinema, di cultura.

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