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Angelo Manzotti

Con che faccia vorresti chiedere a un uomo di bell’aspetto, sportivo, non alto, non grosso, mezza età, che canta con voce di donna: “Scusi, lei è un castrato?”. Infatti non glielo chiedi. Salvo poi accertare che quando parla al telefonino o quando ordina un caffè al bar la sua è una voce normale. E allora di Angelo Manzotti eviterai di scrivere che è l’ultimo castrato.

di Gino Nebiolo

30 Novembre 1999 alle 00:00

Con che faccia vorresti chiedere a un uomo di bell’aspetto, sportivo, non alto, non grosso, mezza età, che canta con voce di donna: “Scusi, lei è un castrato?”. Infatti non glielo chiedi. Salvo poi accertare che quando parla al telefonino o quando ordina un caffè al bar la sua è una voce normale. E allora di Angelo Manzotti eviterai di scrivere che è l’ultimo castrato. Se proprio ci tieni a restare sul tema, devi ritornare all’ultimo vero castrato, Alessandro Moreschi, che fu direttore del coro della Cappella Sistina a cavallo dell’Ottocento ed era un soprano formidabile; oppure al penultimo, Domenico Mustafà, anch’egli soprano e direttore della Sistina che trasmise la bacchetta a Lorenzo Perosi, persona del tutto a posto nei suoi organi, il quale anzi nonostante pressioni rifiutò di assumere cantori diremo così manchevoli dal lato fisico, sebbene completi sul piano vocale. (Nel 1903, Pio X sancì l’abolizione della pratica). Moreschi, Mustafà e i predecessori erano eunuchi per mutilazione. Quei pochi venuti dopo, incluso il Manzotti, sono tutti pseudo. Castrato è una parola che più di mozzature delle parti genitali a scopo bel canto evoca pensieri materiali, beccherie, cucine, carne al forno con patate. Il termine corretto per indicare i maschi che, completi o meno di ammennicoli, sono dotati di corde vocali particolari, tali da emettere suoni femminili e le usano per cantare è “sopranisti”, anche se hanno estensioni ampie da mezzosoprano e contralto.

Nel Manzotti la gamma va oltre le tre ottave, eccezionale come era stata quella del più grande cantante evirato di tutti i tempi, il pugliese Carlo Broschi detto Farinelli, ed è forse un caso unico nel mondo musicale contemporaneo. La sua ricchezza timbrica è tale da mettere in difficoltà i tecnici delle incisioni discografiche: per raccogliere in una banda registri dal grave all’acuto come quelli di Manzotti sono costretti a modificare le apparecchiature digitali. Lo iniziò Maria Callas. Aveva una dozzina di anni, l’età in cui Farinelli fu amputato. Con il padre camionista e la madre casalinga abitava (abita ancora oggi) a Marmirolo, nella Bassa mantovana, quando decise di acquistare a rate il primo disco nel negozio di elettrodomestici del paese. Gli piaceva la musica operistica e sentiva il bisogno di imparare le romanze di interpreti femminili, dato che aveva una voce strana, portata ai toni pungenti. Ascoltò due o tre volte la Callas nella scena della pazzia di “Lucia di Lammermoor” (“Il dolce suono/ mi colpì di sua voce! Ah! quella voce m’è qui nel cor discesa!/Un gelo mi serpeggia nel sen!/ Trema ogni fibra!/ Vacilla il piè!”) e gli bastarono per imparare i suoi trilli, le punteggiature, le filature arabescate tanto da saperla poi imitare con grande precisione. In casa passava ore accanto alla radio del Terzo Programma.

Fuori, teneva sempre il transistor all’orecchio, fisso sui melodrammi, i concerti, i recital. “Insieme alla Callas le mie insegnanti immaginarie sono state Joan Sutherland, Monserrat Caballé, Magda Olivero, Renata Scotto”. Delle Dive ricalcava con fedeltà straordinaria i brani più famosi mentre ingeriva dosi altissime di libretti d’opera e di articoli del Radiocorriere. Come premio per la promozione delle medie nel 1972 si fece regalare dal padre il biglietto per l’“Aida” all’Arena. In paese danno del matto a quel tipo che va nei campi con un registratore in mano emettendo gorgheggi da donna. Ma il farmacista, che è un melomane accanito e colto come se ne trovano solo in provincia, spinge il maschietto a proseguire sulla strada improbabile del canto bianco. Anche perché nel ragazzo si verifica un fenomeno singolare: al contrario dei coetanei che alla cosiddetta muta prendono toni bassi, Angelo nelle modulazioni conserva suoni teneri, muliebri. Proprio per scongiurare le conseguenze della muta, nei piccoli coristi del Settecento, era nata in Vaticano e nelle corti europee l’usanza di evirarli, in modo da conservare alla loro laringe duttilità prepuberale unita, con la crescita, alla potenza respiratoria di un adulto.

A Manzotti la natura ha dato qualità che avrebbero sottratto quei bambini al chirurgo.
Ma fare i vocalizzi nei prati non rende una lira e il giovane deve trovare lavoro. Va come infermiere all’ospedale di Suzzara. Intanto continua a immagazzinare romanze, e nelle infinite serate di nebbia della Bassa a intonarle per l’apotecario e per i pochi amici che hanno smesso di sbeffeggiarlo. Il salto lo fa concorrendo all’Accademia rossiniana di Pesaro. Nella lettera di presentazione tenta onestamente di spiegare che lorsignori non si devono aspettare un tenore o un baritono, caso mai un soprano. Lo iscrivono, non fosse che per curiosità. Nella giuria vi è Rodolfo Celletti, massimo esperto di voci, studioso dell’arte del canto, storico della musica operistica. Uno che basta il nome a incutere terrore. Il candidato mantovano cerca di spiegargli la sua situazione ma viene subito strapazzato: “Zitto! Canta!”. Angelo si misura nella cavatina di Arsace, il contralto della “Semiramide”, “Schiuse il ciglio, mi guardò/ mi sorrise… sospirò”, alla maniera acrobatica di Lena Horn. I professori stupiscono, i compagni malignano sui suoi accessori: non sanno che quella voce è un dono.

Alla fine lui è accettato e viene scartata invece gente che calca da tempo le scene,
comprimari con un certo nome. Debutta al Rossini Opera Festival nel concerto finale dell’Accademia. Spenti gli applausi Celletti lo convoca. “Tu, con chi hai studiato?”. “Nessuno. Vengo da un paese di campagna e faccio l’infermiere. Ho imparato dai dischi, dalla radio”. “Meglio così. Una voce come la tua da soprano di coloratura al Conservatorio l’avrebbero rovinata”. Lo invita a raggiungerlo alla Scuola civica di Milano dove insegna. “Intanto ascolta molta musica, studia e canta”. “Mi piacerebbe studiare Farinelli, professore”. “L’eterno fanciullo? E studialo, poi vieni da me”. A Milano è dura. Celletti ha pochi riguardi, sovente è addirittura ossessivo. “Prendiamo il trillo”, ci spiega Manzotti, che sente ancora i brividi nella schiena. “Sa che cosa è il trillo? Secondo Jean- Philippe Rameau, uno dei maggiori autori barocchi del Settecento, è la bellezza della musica, crea grazia e aggiunge forza, in certi casi è simile a una tromba che suona l’inno della vittoria. La vocalista che ne è priva non sarà mai una grande cantante, questo scriveva”.

Di trilli ce ne sono sette tipi e Celletti lo obbligava a impararli tutti.
“Sul trillo articolato dovevo ripetere per giornate intere una nota, dico una, trillata. Celletti mi spiegava che il trillo articolato è semplicemente l’oscillazione della laringe dall’alto in basso e viceversa, e che tale oscillazione nasce nella faringe da un’analoga oscillazione dei muscoli di quest’organo. Metti in moto la faringe, strillava. Io ci capivo poco o niente ma si vede che avevo le doti perché prova e riprova sono riuscito a possedere i meccanismi anche del trillo. A chi gli chiedeva di me, Celletti rispondeva: ‘Con il ragazzo ha fatto tutto madre natura, io mi limito ai ritocchi’”. Restava il mistero di quella voce, che non è falsetto (la maggior parte dei sopranisti cantano in falsetto) e coniuga con scioltezza le più gravi note baritonali al registro acuminato di un soprano e oltre. Glielo risolse un famoso fonoiatra, Franco Fussi di Ravenna, al quale si rivolgevano molti interpreti lirici. Lo visitò accuratamente e pronunciò il responso: “Lei ha due corde vocali da baritono, ma un gioco dei muscoli faringei posteriori le frena. Quando canta ne mette in movimento soltanto una piccola parte, simile a quella dell’apparato vocale di una donna”.

Orgoglioso della sua scoperta il fonoiatra adesso tiene delle conferenze sul fenomeno Manzotti. Gli esordi sono difficili, il mondo della musica non è immune dai vizi della nostra società, anche lì valgono le amicizie, le raccomandazioni, i clan. Manzotti non conosce persone che contano, la presentazione di Celletti è lusinghiera ma ci vuol ben altro. Qualche concerto riesce a farlo, qualche piccolo contratto per esibizioni nei circoli di appassionati lo strappa. In compenso gli resta il tempo per cercarsi il repertorio giusto soprattutto nell’opera barocca, che secondo Celletti e secondo lui sembra più adatta alla sua voce e congeniale al suo carattere. Studia Händel, Vivaldi, Porpora, Monteverdi. Scopre e poi sarà il primo a resuscitarla, la “Merope” del dimenticato Geminiano Giacomelli dal quale estrarrà la difficile aria “Quell’usignolo”, tutta trilli, che Farinelli cantava per i reali di Spagna. Cerca spartiti del grande castrato, nella biblioteca del Conservatorio di Bologna trova suoi manoscritti inediti o in disuso, e con quelli inizia la sua lunga corsa farinelliana, durata sei anni: di giorno a studiare, ricercare e gorgheggiare, la notte in corsia all’ospedale. Quando il repertorio è pronto e si sente più sicuro, partecipa a concorsi importanti e li vince, dalla International Competition Luciano Pavarotti di Philadelphia nel ’92 e al Premio internazionale di canto a Roma, “dove si andava a eliminazione, una lotta micidiale, dovevo cimentarmi con arie da camera, con Mozart, Rossini e nel finale con Verdi. Io di Verdi non conoscevo molto. Ho scelto il brano della lettera d Lady Macbeth per soprano spinto e ho avuto la meglio”.

Finalmente arrivano l’attenzione dei critici, i primi buoni contratti, il successo del pubblico anche fuori d’Italia, forse più fuori che dentro. Potrebbe licenziarsi dall’ospedale ma va con prudenza, non si sa mai, il destino è pieno di sorprese; anche perché quel lavoro gli è sempre piaciuto, “la vita deve essere vissuta dove più è messa in discussione”. Se ne andrà solo nel ’96, e nemmeno oggi sono tutte rose e fiori: un artista con una voce così e un repertorio per amatori non è che riempia gli stadi. Ma un pubblico per queste cose esiste e Manzotti lo manda in visibilio, il suo centinaio di incisioni si vende bene. L’autodidatta nel frattempo è diventato musicologo sottile, studioso autorevole e grande interprete del barocco. Le sue idee melodiche e i virtuosismi gli fanno superare in molti ruoli anche le signore, è un animale da palcoscenico che ha “bisogno come l’aria di entrare nei personaggi d’opera” e spera di non essere più guardato come un fenomeno. “Sarei felice se gli spettatori seguissero i miei spettacoli a occhi chiusi, pensando che sia una donna a cantare”. Talvolta ci riesce. Non sempre. In sala molti si chiedono se sia un maschio o una femmina travestita. “A Madrid un tizio mi si presenta come medico e mormora: in confidenza, lei è castrato? Io sbotto: ma che medico crede di essere? Non vede la barba che mi spunta sotto il make-up? Non sente quanto testosterone ho nella voce mentre le parlo?

C’è a Venezia una nobildonna che da anni non perde una mia serata,
sempre in prima fila con un abito settecentesco, sussurra le parole insieme a me e, lo so, da anni vuol sapere la verità sul fenomeno Manzotti. Io la lascio nel dubbio”. I suoi programmi hanno titoli coraggiosi, “Le arie di furore per castrato”, “Crude furie degli orridi abissi”, “Quel delizioso orrore”, “Farinelli evirato cantore”, “Estasi in canto”, ma non solo barocco, anche lirica dell’800 e persino contemporanea: un compositore siciliano, Francesco La Licata, ha scritto per lui un’opera, “L’Angelo e il Golem”, che Manzotti porta in giro nelle sue tournée, in Svezia e in Messico da dove è appena tornato, in Corea e in Giappone dove sta per andare e dove lo aspettano cultori affezionati. In Olanda è di casa, quattro anni fa alla Concertgebouw di Amsterdam l’aria farinelliana “Navigante che non spera”, mai interpretata né da donne né da falsettisti a causa dell’estensione che scende fino al do3, gli è valsa una standing ovation di quindici minuti, in diretta televisiva. Di buon carattere, generoso (per risollevare un amico depresso gli cantò al telefono tutta la “Merope”: due ore abbondanti), timido se non introverso, è pronto a scattare quando qualcosa in musica non gli garba.

Andava a trovare il pittore Fortina che ha lo studio in via de’ Greci a Roma, a fianco del Conservatorio di Santa Cecilia. Sente le allieve che cantano. Uno strazio. “Galline!”, si mette a gridare. “Galline!”. E intona la prediletta “Io sentìa contro il mio core / il suo core palpitar” della “Semiramide”. La gente si ferma stupita, dalle finestre le allieve applaudono: “Bis! Bis!”. Con che faccia vorresti chiedere a un uomo di bell’aspetto, sportivo, non alto, non grosso, mezza età, che canta con voce di donna: “Scusi, lei è un castrato?”. Infatti non glielo chiedi. Salvo poi accertare che quando parla al telefonino o quando ordina un caffè al bar la sua è una voce normale. E allora di Angelo Manzotti eviterai di scrivere che è l’ultimo castrato.

di Gino Nebiolo

Angelo Manzotti • Nasce a Mantova, all’età di dodici anni comincia a cantare da autodidatta nel registro falsetto. Un’anomalia delle corde vocali gli conserva, crescendo, una splendida voce da sopranista. Studia all’Accademia Rossiniana di Pesaro, esordisce come concertista nel 1989, con un repertorio che da Monteverdi e Rossini si allarga a tutto il grande repertorio lirico. Nel 1992 vince il “Luciano Pavarotti International Competition”. Fra le sue incisioni: “Il ballo delle ingrate” di Monteverdi, e l’anonimo “Lamento del castrato”.

Gino Nebiolo è stato inviato e corrispondente della Rai. Ha scritto libri di saggistica e narrativa.

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