cerca

Anatol Holt

Sovvertire l’ordine cronologico qualche volta è efficace. Nel caso di Anatol Holt, che ha urgenza di parlare di sé, ma non di iniziare dal principio, non si tratta di malizia narrativa, più semplicemente la fine coincide con quindici anni fa, e “quindici anni fa è una data importante”, significativa abbastanza per desiderare di iniziare una storia da lì. Nel 1989 Anatol si è trasferito in Italia, l’ultima tappa geografica – ma non esistenziale – della sua vita nomade.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Sovvertire l’ordine cronologico qualche volta è efficace. Nel caso di Anatol Holt, che ha urgenza di parlare di sé, ma non di iniziare dal principio, non si tratta di malizia narrativa, più semplicemente la fine coincide con quindici anni fa, e “quindici anni fa è una data importante”, significativa abbastanza per desiderare di iniziare una storia da lì. Nel 1989 Anatol si è trasferito in Italia, l’ultima tappa geografica – ma non esistenziale – della sua vita nomade. Da allora non sono più successe tante cose, a paragone con gli intensi sessantadue anni che sono venuti prima, però è cambiato il ritmo in cui i fatti accadono: “Sono diventato vecchio”. Prima piano piano, e poi tutto d’un tratto: “Sei anni fa, quando la mia terza moglie mi ha lasciato. Lei era la ragione per cui sono venuto a vivere in Italia, la donna per cui ho abbandonato tutto quello che avevo: l’altra moglie, le mie figlie, il lavoro, gli Stati Uniti”. Mentre parla della sua terza sposa, la sua ultima compagna, Maria, conosciuta su un treno diretto a Pisa proprio sei anni fa, gli porta il caffè. Matematico tradito dall’amore, il più illogico e casuale di tutti i sentimenti umani, Anatol incarna alla perfezione l’iconografia classica dello scienziato pazzo: occhi azzurri chiarissimi e capelli folti e indisciplinati. L’età ha lievemente ingobbito la sua figura sottile, si muove con fatica per la casa e dà l’impressione di cercare qualcosa, non ricorda bene che cosa. Mentre parla tiene un piccolo portatile acceso davanti a sé, un file aperto con la sua ultima impresa teorica: “Tao”. La filosofia cinese non c’entra nulla. “Tao” sta per Theory of Activities Organized, 30 pagine fitte di numeri e parole a cui aggiunge qualche riga ogni giorno: “Ora scrivo soprattutto per me, ma qualche speranza di pubblicare rimane”. Scienziato in pensione, leone spelacchiato, con qualche ruggito sommesso. Alle pareti, oltre a vecchie e nuove fotografie, ci sono i riconoscimenti della sua carriera: le sue lauree, i suoi dottorati, le sue menzioni. E strane stampe giavanesi, ereditate dalla madre giornalista, scrittrice, esperta di cultura indonesiana e diplomata in danza balinese. Anatol, 77 anni portati né bene né male, è un matematico, un informatico, un linguista, un clarinettista. Ha avuto tre mogli, diverse compagne, cinque figlie femmine, cinque nipoti, e un’esistenza affollata di onori, amori, disgrazie e traslochi.

Nato a Berlino da padre ebreo polacco e da madre ebrea lettone, viene subito condotto in America dove i genitori vivono stabilmente. Quando ancora non ha compiuto un anno rimane orfano di padre: il signor Holt, ingegnere civile e commerciante, muore battendo la testa su una roccia nel fiume di Croton- on-Hudson, nello Stato di New York. Diversi anni prima la stessa fine era toccata, nella Vistola, a suo padre, il nonno di Anatol. Dopo pochi mesi, nonni berlinesi e nipote si trasferiscono a Riga, la città del Baltico sulla Daugava, il luogo magico dell’infanzia: “Era una città meravigliosa, andavo a passeggio con mio nonno per le sue stradine strette. Era un posto per i sogni. A ottobre si ricopriva di neve che restava per molti mesi. La neve era il gioco di tutti i giorni per tutti i bambini”. A undici anni la madre, che nel frattempo aveva vissuto tra Giava, Bali e New York, lo porta con sé negli Stati Uniti. È il 1938, l’anno dell’Anschluss, e se la signora Holt non può immaginare che zii, cugini e nipoti, tutta la sua numerosa famiglia, verrà deportata e morirà ad Auschwitz, capisce però che non può lasciare un figlio ebreo in Europa ancora a lungo. Quando arriva ha passaporti validi per l’espatrio per tutti i parenti più stretti. Come è riuscita a procurarseli è uno dei tanti misteri che hanno fatto sospettare a molte persone la sua appartenenza, mai confermata ma quasi certa, ai Servizi segreti americani fino all’era maccartista. Madre e figlio viaggiano per mare per due settimane, sbarcati al porto di New York, fanno cenno a un cab. Si accomodano sul sedile posteriore e Anatol sente la madre dare al taxista l’indirizzo di un albergo “sulla Cinquantesima”. “Impossibile”, interviene: “Le strade non hanno numeri”. I migliori amici della madre, conosciuti in uno dei tanti viaggi a Bali, sono Margaret Mead, la celebre antropologa, e George Bateson, antropologo, sociologo, cibernetico, e uno dei più grandi studiosi dell’organizzazione sociale del secolo scorso. Bateson diventa il suo padre intellettuale: “Entrambi mi prendevano molto sul serio e questo mi faceva decisamente piacere. George cercava disperatamente di essere come gli altri ma, come tutti quelli che sono destinati alla solitudine, era incline a sentirsi peggio di chiunque altro e allo stesso tempo meglio di tutti.

Era una persona ossessionata dalle astrazioni. Quando compii quattordici anni, mi regalò una bicicletta e contemporaneamente mi mise in mano alcuni libri, Huxley e altro. Eravamo entrambi interessati al tema dell’informazione, che poi includeva la cibernetica, la semiotica, la teoria dei sistemi, ma nel mio caso, diversamente da lui, principalmente perché i computer sono orientati all’informazione”. Intanto Anatol frequenta la Music and Art High School di New York con sufficiente entusiasmo e si diploma in clarinetto. Terminato il liceo, abbandona il clarinetto e la città e si iscrive alla facoltà di Chimica dell’Antioch College, Ohio. Che la chimica e il clarinetto possano, in certi casi, andare d’accordo, anche Anatol lo crede. Ma lo scopo che persegue non è diventare un uomo versatile. Quando decide di imparare la chimica, ha un obiettivo molto più ambizioso: “Prima o poi imparerò tutto quello che vale la pena di sapere”. Dall’Ohio si trasferisce, in seguito, a Chigago, dove studia fisica e matematica, e poi a Harvard. La matematica rimarrà la sua passione più duratura, perché è il mezzo migliore per imparare tutto”. La tappa successiva è il MIT, dove lavora alle prime teorie informatiche. Programma “Univac 1” (Universal Automatic Computer), il primo computer che viene prodotto in serie e commercializzato. Ha dimensioni più contenute rispetto ai computer che l’hanno preceduto, destinati unicamente alle università o a scopi militari: è grande come un grosso armadio invece che come un grosso locale. Pesa diciannove tonnellate e costa circa mezzo milione di dollari. Nel 1951 viene usato per il censimento generale della popolazione degli Stati Uniti e nel 1952 per le prime proiezioni sulle elezioni presidenziali, quelle vinte da Eisenhower. Nel frattempo, Anatol ha sposato una chimica russa, incontrata a Philadelphia.

Dal 1963 al 1974 lavora con Carl Adam Petri allo sviluppo delle famose “reti di Petri”, il formalismo grafico-matematico tuttora utilizzato in moltissimi campi di applicazione, facendo la spola innumerevoli volte tra Bonn e gli Stati Uniti: “Sono stato catturato dalle reti di Petri e da Petri, in parte perché anche lui mi sembrava (almeno parzialmente) concentrato sull’attività umana, che è il tema che mi interessa più di tutti, in parte perché il mio naso mi diceva che le sue ‘reti’ promettevano la revisione della matematica in una direzione corretta e per ragioni misteriose che vanno oltre ogni discussione. In un certo senso sono ancora agganciato alle reti di Petri, non tanto come a un nuovo approccio alla matematica, ma come a qualcosa che conduce agli aspetti più profondi della nozione di OA (Organized Activity) cioè di attività umana”. In questi anni fa un altro incontro che cambia il corso delle cose: conosce Noam Chomsky di cui diventa amico. Frequentandolo, si appassiona alla linguistica. L’Università della Pennsylvania è la destinazione della sua nuova vita, quella del linguista. Qui riceve il suo ultimo dottorato, con una tesi “a metà tra linguistica e matematica, una forma di trasformazione degli alberi della linguistica, molto utile per chi si occupava di computer”. Per poterla valutare e accettare, viene appositamente costituito un comitato. In questa nuova vita, accadono anche cose orribili. La sua bambina di tre anni e mezzo viene uccisa da un pedofilo, e qualche anno dopo perde, a causa di una rara malattia, anche un’altra figlia di sette anni, e la moglie di cancro. Rimane solo, con due figlie piccole. Dopo circa due anni, sposa la sua seconda moglie, una donna israeliana da cui ha anche un’altra figlia, e in Connecticut, dove lavora nel dipartimento di ricerca di un’azienda dell’ITT.

È uno scienziato affermato, un uomo celebre. Lavora per il governo, per la Marina. Si muove a suo agio in tutte le università del paese e anche all’estero. Parla inglese, tedesco, russo, lettone, italiano, francese e indonesiano, imparato da un giovane giavanese che la madre aveva ospitato a New York. Ma cerca dell’altro, o forse semplicemente gli accade: in Finlandia, dove è andato per lavoro, incontra un’altra donna, un’italiana. Se ne innamora. La vede ancora un’altra volta, di nuovo in Europa. Due incontri in tutto bastano a convincerlo a lasciare tutta la sua vita: la moglie, le figlie, il lavoro, l’America. “Ma lei era speciale”. Si sposano a Milano, dopo il divorzio. In Italia bussa alla porta di qualche vecchio amico e capita che ottenga degli incarichi, viene invitato a tenere lezioni nelle università, per un anno ha anche un lavoro stabile in Portogallo, ma niente a che vedere con quello a cui era abituato. Di fatto, vive della sua pensione. Nella casa dove aveva abitato con l’ultima moglie ora è rimasto con Maria. Lei, l’incontro dell’Intercity Milano-Pisa, animo allegro e loquacità inarrestabile, è la compagna perfetta per un uomo taciturno e “che ha perduto la fiducia in se stesso”, anche se è tuttora convinto che “vale la pena parlare con me, ho tante cose da raccontare”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi