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Alice Schwarzer

Germania, 1990. A più di vent’anni dagli albori del movimento femminista, il 73 per cento dei tedeschi sa chi è Alice Schwarzer; il 61 per cento la ritiene una buona oratrice, il 58 per cento pensa che abbia combattuto coraggiosamente per la causa delle donne.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio dell'11 novembre 2001

Germania, 1990. A più di vent’anni dagli albori del movimento femminista, il 73 per cento dei tedeschi sa chi è Alice Schwarzer; il 61 per cento la ritiene una buona oratrice, il 58 per cento pensa che abbia combattuto coraggiosamente per la causa delle donne. Ma per il 39 per cento degli uomini, e il 30 per cento delle donne, Alice Schwarzer è una che non sopporta gli uomini, è repressa e frustrata. Insomma, in Germania Alice Schwarzer è diventata, nel bene e nel male, l’incarnazione stessa del femminismo. Per qualcuno è l’icona vivente della lotta per l’emancipazione della donna, per qualcun altro invece il prototipo della castratrice che odia il sesso maschile. “Paranoica”, secondo il sintetico giudizio di Claudia Pinl, sua ex amica, giornalista e tra le collaboratrici della prima ora. “Sempre rumorosa e incapace di star ferma… una persona molto poco libera, sempre sotto pressione. E che vuole essere a tutti i costi un personaggio pubblico”, racconta invece Christiane Ensslin (sorella di Gudrun Ensslin, compagna di vita e di terrorismo di Andreas Baader, e con lui morta nel 1977 nel carcere di Stammheim).

Christiane è stata con Alice Schwarzer cofondatrice della rivista femminista Emma. Il presentatore televisivo Alfred Biolek la descrive al contrario come “incredibilmente allegra e spigliata”, una delle poche care amiche. L’attore O. W. Fischer la adora; ma anche politici come il socialdemocratico Norbert Blüm o il democristiano Heiner Geissler esprimono nei suoi confronti stima e simpatia. Da sempre Alice Schwarzer ha il dono di polarizzare. Pur rispettando la prima donna del femminismo tedesco, le altre donne di Germania non la amano, spesso anzi la avversano come personaggio troppo autoritario e attaccato a logiche di potere in fin dei conti “maschile”. Di rimando, le altre donne sono da lei disprezzate come dipendenti e psichicamente deboli. Quando non la temono, gli uomini invece la amano incondizionatamente e la rispettano come una pari. Amata dai suoi stessi nemici, con i quali regolarmente e quasi naturalmente si allea, e odiata dagli oppressi per cui combatte.

Un gioco di ruoli incrociati che è la vita di Alice Schwarzer e che comincia, secondo Alice, infinitamente prima della sua stessa nascita. Forse ai tempi della fine del matriarcato e della nascita della cucina. La cittadina di Wuppertal è circondata dalle verdi colline del Bergisches Land. E qui termina l’idillio. La città nasce nel 1929 dall’unione amministrativa di Barmen ed Elberfeld, due paesini sulle rive dell’affluente più industrializzato del Reno, e si conquista subito la fama di città della fame: “In Barmen wohnen die Armen/ in Elberfeld ham’ se auch kein Geld”, recita una filastrocca che potrebbe esser tradotta così: “A Barmen stanno i pitocchi/ a Elberfeld non han baiocchi”. Le acciaierie sono in crisi e i lavoratori quasi tutti iscritti al Partito nazionalsocialista.

Qui Erika Schwarzer, una ragazza appena ventunenne, partorisce nel 1943 una bambina che chiamerà Alice Sophie. Nella Germania nazista la legge imporrebbe alle ragazze madri di donare i figli illegittimi al Führer e farli allevare in un istituto, ma il padre di Erika si impegna a esercitare la patria potestà, e Alice crescerà con il suo nome. Gli Schwarzer vivono modestamente assieme alla figlia Erika dei proventi di una tabaccheria al 19 della Blumengasse. Ernst, di umili origini, è un uomo dolce e remissivo, che si cura della piccola Alice e fa i lavori di casa, ricoprendo, in famiglia, il ruolo femminile. E proprio a questo nonno Alice rimarrà particolarmente affezionata: al punto da cancellare, nei propri curriculum vitae, la presenza, anche se subalterna, della madre. Nonna Margarete, originaria di una famiglia borghese rovinata dalla Prima guerra mondiale, è invece una donna ambiziosa e insoddisfatta, che rifiuta tutto quanto attiene tradizionalmente al ruolo femminile, che ritiene umiliante, e tormenta il marito esercitando un potere dispotico. Allo stesso modo disprezza la figlia Erika: alla nascita di Alice la costringe a tenere chiuse le finestre di casa perché i vicini non s’accorgano della presenza della bambina e a fare – per la prima volta in vita sua – i degradanti lavori di casa.

Ma la Blumengasse verrà di lì a poco bombardata e gli Schwarzer, che hanno perso tutto, saranno costretti a sfollare. Tornano a Wuppertal nel 1949, la città è un cumulo di macerie. Come molti nullatenenti gli Schwarzer si stabiliscono nelle baracche degli orti ai confini della città. Dopo l’istituto tecnico commerciale e un’adolescenza su e giù per la zona pedonale passando e ripassando davanti alla gelateria Croci, Alice salta da un lavoretto all’altro, da un ufficio all’altro, da una città all’altra. Sono gli anni Cinquanta e una ragazza della sua estrazione e con la sua preparazione scolastica non può aspirare a granché di meglio. Nel 1963, finalmente, la fuga: Alice si trasferisce a Parigi, dove vive di espedienti ma respira l’aria più libera e l’atmosfera elettrica della Parigi esistenzialista. Tornerà in Germania nel 1966, per tentare l’esame di giornalismo. Bocciata, non si perde d’animo e comincia a fare la gavetta nella redazione locale delle Düsseldorfer Nachrichten; poi passa a Moderne Frau e infine alla redazione di Pardon, una rivista legata alla sinistra extraparlamentare, da cui se ne andrà maledicendo il maschilismo dei compagni.

Un movimento femminista, guardato di traverso dal Sds (Sozialistischer Deutscher Studentenbund) di Rudi Dutschke, in Germania prenderà forma solo più tardi. Parigi invece, dove torna nel 1969 stanca delle scaramucce quotidiane per la propria affermazione nel chiuso delle redazioni, il movimento femminista è un palcoscenico perfetto per quella che le compagne francesi chiamano scherzosamente “la grosse Berta”: Alice è molto rumorosa, pragmatica e intraprendente, per nulla intellettuale e ben determinata a imporsi. Tra il 1971 e il 1972 intervista più volte Simone de Beauvoir, partecipa agli “Stati generali delle donne” e all’iniziativa “j’ai avortée”: circa 400 donne dichiarano pubblicamente sul Nouvel Observateur di avere abortito. E proprio con l’esportazione in Germania di questa iniziativa comincia la sua fortuna politica in patria. È il 6 giugno del 1971 e il settimanale Stern esce con i volti di 24 donne famose in copertina. Anche loro confessano: “Ich habe abgetrieben”. Negli anni seguenti le iniziative cui Alice partecipa o cui dà lei stessa vita si moltiplicano: calendari femministi, dibattiti in televisione, articoli, libri.

Nel 1975 Alice pubblica un libro, “La piccola differenza e le sue grandi conseguenze”, in cui identifica nella sessualità il cardine dell’oppressione delle donne. Le interviste contenute nel libro smascherano il tradizionale concetto di “amore” e il mito dell’orgasmo vaginale come strumento di dominio patriarcale. Le reazioni al libro sono estreme (Alice si conquista tra l’altro la fama di “mal baisée” inacidita), ma la catapultano al centro dell’attenzione. Nel 1976 Alice raccoglie adesioni e finanziamenti per una nuova rivista. La vuole lontana dallo stereotipo della donna interessata solo ai vestiti, ai cosmetici e al benessere della prole e del padrone di casa; ma neppure impantanata nelle sterili diatribe ideologiche da giornale “del movimento”. L’idea è di portare l’emancipazione anche alle donne qualunque: di fare un giornale collettivo e rivoluzionario, ma di successo. Il primo numero di Emma esce grazie a un capitale messo in gran parte a disposizione da sostenitrici ed è un trionfo nonostante l’ostracismo del movimento, che invita a boicottarlo.

Non è un caso che, proprio ora, Alice si trasferisca a Colonia. Per le femministe berlinesi, Emma servirebbe più alla notorietà della sua inventrice che al bene delle donne. Invidia e malanimo, senza dubbio virtù anche femminili. Ma in effetti: già a distanza di poco, la promessa di reinvestire gli eventuali proventi in progetti femministi è dimenticata, e Alice dichiarerà pubblicamente di avere finanziato il progetto da sola. Il primo anno è comunque durissimo: le quattro donne della redazione fanno notte lavorando tutti i giorni, non c’è più vita privata. Alice si rifiuta di fare altre assunzioni, benché i soldi non manchino, e se qualcuna nella redazione non condivide la sua linea reagisce con violenza da fare accapponare la pelle. Una delle cofondatrici racconterà di avere sognato ricorrentemente di riempirla di botte. E quando la redazione si coalizza per ottenere ritmi di lavoro più umani, Alice non ha esitazioni: a meno di un anno dall’uscita del primo numero si separa da tutte e tre le cofondatrici.

Col tempo, Alice affina le sue strategie per pubblicizzare la causa del femminismo (dice lei). O per promuovere la propria immagine pubblica (pensa un numero crescente di donne ed ex collaboratrici). Una delle sue armi di battaglia preferite è il processo: nel 1978 fa causa allo Stern per via dei nudi femminili in copertina, che lederebbero la dignità delle donne; nel 1979 è la volta di una ditta che produce una pentola di nome “Emma”; nel 1993 perde la causa intentata al fotografo Helmut Newton, che accusa di estetica misogina e fascistoide. Alice non tralascia nulla per essere al centro dell’attenzione. Esalta le soldatesse in Vietnam, boicotta le elezioni per protesta contro l’indifferenza alle problematiche delle donne, pubblica in prima pagina diciannove piselli “famosi” (da John Travolta a Helmut Kohl).

E spesso è a sua volta al centro di polemiche, come quando, nel 1979, il sindacato l’accusa di pesanti violazioni dei diritti delle sue dipendenti. Non si tratta solo di irregolarità giuridiche: le donne della redazione si lamentano del suo autoritarismo e delle sue aggressioni quotidiane. Molte affermano addirittura di aver dovuto cominciare una terapia per causa sua. Nel 1980, trentadue femministe pubblicano sulla Frankfurter Rundschau un testo in cui prendono ufficialmente le distanze da lei. Nell’82 altro scandalo: licenzia una collaboratrice che ha una relazione sentimentale con un giornalista che l’aveva definita antisemita.

La femminista più popolare del paese è ormai in rotta con il femminismo. Ma, come dice lei stessa: il femminismo è morto, viva il femminismo. Ossia viva la sua fondatrice e unica rappresentante autorizzata: Alice Schwarzer. Paradossalmente, da questo momento in poi, quando i burrascosi anni 70 sono definitivamente chiusi anche per lei, la Germania le conferisce alcune delle sue più prestigiose onorificenze, tra cui il Bundsverdienstkreuz (la croce federale al merito). Passano gli anni. È il 1995, eccola leggermente truccata e sorridente chinarsi su un pollo al limone in una famosa trasmissione televisiva di cucina. Alla domanda se sappia che Bocuse, il grande cuoco francese, trova scandalose le donne col cappello da cuoco e le preferisce in giarrettiera, risponde divertita: “Birbante!”. Poco male se in seguito alla trasmissione gli animalisti delusi le si scaglieranno contro (non molto prima un articolo su Emma aveva paragonato l’oppressione delle donne a quella degli animali nella società patriarcale e il destino dei polli d’allevamento all’Olocausto degli ebrei).

Ormai Alice prende parte a tutte le trasmissioni più popolari della televisione, e la nazione constata sollevata che la temuta castratrice del passato non è poi oggi così pericolosa. A questo punto non conta più tanto nemmeno l’ultimo clamoroso caso di commistione tra scopi ideali e interessi personali, quando a metà degli anni 90 le viene contestato di usare l’Archivio delle donne, che dirige a Colonia, come dependance di Emma. La risposta Alice l’ha già data salutando la folla dei gaudenti dall’alto del carro che riproduce proprio la torre destinata dal Comune all’Archivio delle donne, una delle glorie cittadine, durante il carnevale: Köln alaaf! (Colonia avanti!). Alice alaaf!      

di Ginevra Quadrio Curzio

In breve
È nata nel 1943 a Wuppertal. Cresce con i nonni. L’istituto tecnico, qualche lavoretto, la fuga a Parigi a vent’anni. Scopre la politica e il femminismo. Torna in Germania nei primi anni 70, diventa la più nota e agguerrita leader del movimento delle donne. Nel ’75 pubblica “La piccola differenza e le sue grandi conseguenze”. Nel ’76 lancia Emma, una rivista che vuole coniugare emancipazione femminile e successo commerciale. Negli anni 80 il carattere autoritario e le divergenze ideologiche la portano alla rottura con le ex compagne.

Ginevra Quadrio Curzio
è germanista e traduttrice. Collabora con diverse case editrici.

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