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Alan Bennett

Alan Bennett, commediografo satirico, storico medievale a Oxford, attore e regista, è ormai diventato una specie di teddy bear nazionale, il compagno di letto di generazioni di bambini e di adulti rimasti bambini. Infatti, per molti inglesi, Alan Bennett è sopra ogni cosa Winnie the Pooh, l’archetipo dell’orsacchiotto, grazie al suo tipico accento piatto dello Yorkshire con il quale in passato ha narrato le rocambolesche avventure del mitico eroe della loro infanzia.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Alan Bennett, commediografo satirico, storico medievale a Oxford, attore e regista, è ormai diventato una specie di teddy bear nazionale, il compagno di letto di generazioni di bambini e di adulti rimasti bambini. Infatti, per molti inglesi, Alan Bennett è sopra ogni cosa Winnie the Pooh, l’archetipo dell’orsacchiotto, grazie al suo tipico accento piatto dello Yorkshire con il quale in passato ha narrato le rocambolesche avventure del mitico eroe della loro infanzia. Gli italiani che vanno al cinema se lo ricorderanno come lo sceneggiatore del film premio Oscar “La pazzia di re Giorgio”. Gli amanti del teatro dovrebbero ricordare almeno i suoi numerosi successi internazionali, e soprattutto apprezzarlo come autore di quei poderosi e impegnativi “monologhi di Talking Heads”. Però si tratta di un orsacchiotto fornito di unghie e denti affilati. Non per altro: assieme a Peter Cook, Jonathan Miller e Dudley Moore, ha formato quel formidabile quartetto che nel 1961 partì all’attacco delle tradizioni dell’establishment inglese con la rivista satirica “Beyond the Fringe”, uno spettacolo iconoclasta che fece da battistrada, assai più dei Fab Four, ai mitici Swinging Sixties. Dopodiché gli spettatori delle sue satire teatrali, che prendono in genere di mira la middle class dell’Inghilterra del Nord, si trovarono improvvisamente di fronte a opere più brutalmente esplicite, come il film sulla vita stravagante del commediografo omosessuale Joe Orton “Rizzate le orecchie?”, e il testo letterario, filosofico ed escatologico “Kafka’s Dick”.

Successivamente, ha fatto in tempo a opporsi ferocemente alla guerra delle Falkland. Forse proprio questa sua inclinazione alla critica feroce accompagnata da una gran riservatezza fanno di Bennett un patrimonio nazionale. È intelligente ma non ama pontificare, i suoi testi sono sempre più complessi delle pure e semplici ideologie. È in fondo un altro tipico inglese nostalgico del tempo che fu, pur professandosi modernizzatore e radicale. È uno che difende ferocemente la propria privacy pur essendo un perfetto animale teatrale e un funambolo verbale. Non per caso Alec Guinness è stato il suo miglior amico. Come lui, anche Bennett rifugge con diffidenza dalle luci della ribalta. Preferisce stare nell’ombra, pur ammettendo che questa sua estrema ritrosia in realtà è una forma di arroganza intellettuale. Anche le sue attività benefiche (un’altra tradizione inglese) sono di stampo eminentemente pratico. Come quando dal 1977 al 1989 permise a una malata di mente, vagabonda ed ex suora di installarsi a vivere in una serie di camioncini in disuso parcheggiati all’ingresso della sua villa londinese. Mai dimentico di essere anzitutto un autore, dopo la morte della stravagante “vicina di casa”, le ha dedicato il soggetto di uno spettacolo, “La signora nel furgone”, magistralmente portato in scena da Maggie Smith (e pubblicato in Italia di recente da Adelphi, come parecchie sue altre opere).

Morte e rimpianti sono soggetti che Bennett si è sentito libero di affrontare specialmente dopo la morte del padre, che lui stesso riconosce come una specie di liberazione perché gli ha permesso di affrontare problematiche che il genitore avrebbe giudicato di cattivo gusto. Testi come “Terapia intensiva” contemplano in maniera clinico-cinica non soltanto il modo di morire della classe operaia, ma anche la morte stessa del mondo operaio. Gli inglesi apprezzano particolarmente questa sua sobria preoccupazione, priva di sentimentalismi. Tradimento e lealtà sono altri due temi cari alla psiche inglese. Bennett li ha sviscerati con il solito scarso rispetto per le glorie nazionali, in tre spettacoli dedicati alle famose spie del circolo di Cambridge, Guy Burgess e Anthony Blunt. In “An Englishman Abroad” lo stravagante e sgargiante avido omosessuale Guy Burgess viene ritratto come un ubriacone annoiato in esilio a Mosca: “Posso dire di amare Londra. Posso dire di amare l’Inghilterra. Non posso dire di amare il mio paese, non so cosa ciò significhi. Cosa vuol dire avere un segreto, se lo si mantiene segreto?”. Ironia e ambiguità sono al massimo nella pièce in cui è lo stesso Bennett a interpretare Sir Anthony Blunt, spia russa e allo stesso tempo Sovrintendente dei beni artistici della regina.

Nella realtà, la confessione del tradimento di Blunt non venne mai resa pubblica fino al 1987. Ma se la Sua Maestà Elisabetta II, come sappiamo, vede da cinquant’anni tutti i rapporti dei suoi Servizi segreti, dovrebbe ben essere stata al corrente della cosa, al contrario, a quanto sembra, di alcuni dei suoi primi ministri. O no? Fatto sta che nella pièce teatrale Blunt non può sapere se la regina – ed è la prima volta che una regina in carica viene impersonata da un suo doppio scenico – sia al corrente del fatto che lui è solamente un truffatore. Ne nascono dialoghi esilaranti. Blunt: “Non c’è una vera collezione reale, più che altro si tratta di una accumulazione reale”. Sua Maestà: “E come mai abbiamo accumulato questo quadro particolare?”. Blunt: “Si riteneva fosse un Tiziano”. Sua Maestà: “E ora non lo è?”. Blunt: “Non proprio, Altezza”. Sua Maestà: “Suppongo che questo faccia parte delle sue funzioni, dimostrare che i miei dipinti sono dei falsi”. Blunt: “Anche se qualcosa non è esattamente quello che si credeva fosse, non necessariamente è un falso”. Sua Maestà: “Cosa intende fare? Metterlo nella spazzatura?”. Poi ci sono le perdute lealtà e i tradimenti della vita reale. I suoi, Alan Bennett li descrive così: “Sono nato e cresciuto a Leeds, dove mio padre faceva il macellaio.

Da ragazzo certe volte facevo le consegne in bicicletta ai clienti,
tra i quali c’era una certa signora Fletcher. La signora Fletcher aveva una figlia di nome Valerie che fece studi in un’altra città e poi si trasferì a Londra, dove trovò lavoro in una casa editrice. Fece carriera e divenne assistente di uno dei direttori che, benché fosse molto più vecchio di lei, finì poi per sposare. La casa editrice era la Faber&Faber e il direttore in questione era T.S. Eliot. Per cui c’è stato un tempo in cui ho creduto che il mio unico collegamento con il mondo letterario fosse il fatto che io da ragazzo consegnavo la carne alla suocera di T.S. Eliot”. “Qualche anno più tardi, quando papà aveva venduto la macelleria, ma continuavamo a vivere a Leeds, mia madre arrivando a casa disse: ‘Ho incontrato la signora Fletcher per strada. Ma non era in compagnia del marito, era con un altro tipo – alto, anzianotto, con un’aria molto raffinata. Mi ha presentato e abbiamo passato qualche ora insieme’. Soltanto qualche tempo dopo ho capito che, senza essere uno di quegli incontri estemporanei del mondo letterario occidentale, mia madre era stata in compagnia di T.S. Eliot. Ho cercato di spiegarle l’importanza di questo grande poeta, ma senza molto successo, dato che ‘La terra desolata’ non rientra negli schemi mentali di mia madre. Per finirla le comunicai che, dopotutto, aveva vinto il premio Nobel. ‘Beh’, mi disse con quella infallibile capacità di cogliere l’essenziale, tipica delle madri, ‘non mi meraviglia affatto, dopo tutto aveva un gran bel cappotto!’.
Così ho finito per interpretare questo casuale incontro con il signor Eliot come una sorta di parabola, una previsione di come, quando avessi finalmente cominciato a scrivere, avrei interpretato due anime diverse, quella metropolitana (con linguaggio appropriato) e quella provinciale (con il linguaggio mio personale).

E se uno ritiene che T.S. Eliot rappresenti l’arte, la cultura e la letteratura (la parte nobile) e che mia madre rappresenti la vita (decisamente la parte più normale), allora quello che avvenne una mattina più di quaranta anni fa in fondo a Shire Oak Street ha continuato ad avvenire quando ho iniziato a scrivere e continua ad avvenire anche oggi”. Il padre di Alan era un timido macellaio assai religioso che riuscì a comperarsi il negozio e che ha sempre raccomandato al figlio di restare soprattutto fedele a se stesso, anche se lui poi non lo era tanto, visto che era anche un bravo violinista. È di questa rispettabile, indipendente working class inglese che parlano le opere teatrali di Bennett, narrandone il lento, inesorabile declino, raccontando di gente il cui modo di vivere è stato raso al suolo dai bulldozer del progresso. D’altronde Bennett è troppo lucido per non vedere che questo passato non è poi tanto da rimpiangere e che è soltanto grazie al progresso che ragazzi di talento come lui sono riusciti ad andare a Oxford e nel suo caso, come giovane docente, a restarvi ben pagato fino a 28 anni. Alla fine degli anni di scuola Bennett si sentiva come un autentico tory autoritario, di credo ufficiale anglicano, che grazie a una borsa di studio si apprestava ad andare a Cambridge per studiare Storia. Invece poi passò i due anni del servizio militare cercando di diventare interprete di russo.

Avendo deciso che ne aveva abbastanza di Cambridge, si trasferì a Oxford
, sempre per studiare Storia. Mentre apparentemente viveva la placida vita di uno storico medievalista a Oxford, i suoi pungenti e umoristici testi teatrali lo segnalarono nel 1961 al gruppo che stava formandosi tra i migliori scrittori comici di Cambridge e Oxford. “Beyond the Fringe” debuttò al Festival di Edimburgo, ebbe un travolgente successo anche a Londra prima di finire sui palcoscenici di Broadway. Kennedy la vide sia a Londra che a New York. Dopodiché i vari protagonisti presero tutti strade diverse. Peter Cook divenne direttore di Private Eye, Dudley Moore fece carriera come musicista jazz e star hollywoodiana, Jonathan Miller come psicanalista e redattore dell’opera completa di Freud, mentre Bennett, abbandonando lo studio dell’epoca di Riccardo II, ebbe un immediato successo come autore teatrale. “Scrivere mi piace, mentre mi piace meno leggere quello che ho scritto”, dichiara l’uomo cui non dispiace essere infelice. La pièce “Quarant’anni”, che divenne il suo primo grande successo nel 1968, presenta una tipica Public School inglese che passa dalle mani di un rettore tradizionale a quelle di un moderno esponente radicale.

La scuola diventa un business, un posto di valore da sfruttare
, aperta anche a clienti europei. Parti della proprietà vengono date ad affittuari, bisogna ammodernarne altre, altre ancora vengono messe in vendita esattamente come pezzi disastrati dell’impero. Come ricorda il vecchio rettore, la principale qualità della qualità è di essere sempre sorpassata. Il paradosso di Bennett, che questo spettacolo cerca di risolvere e che interpreta perfettamente una tipica mania inglese, è quello di rimpiangere i privilegi dell’era edoardiana, pur ammettendo che si tratta di un sentimento ridicolo e ipocrita. Gli anni Sessanta, in Gran Bretagna, sono stati qualcosa di più e di diverso dal terremoto sociale del resto del mondo. La massa ha scoperto l’entrata che porta in giardino e ora sta calpestando i fiori. Il testo è pieno di tipici riferimenti allo humour di Oscar Wilde, in cui Bennett si dimostra maestro: tutte le donne si vestono come le loro madri, è questa la loro tragedia, mentre nessun uomo lo fa e anche questa è la loro tragedia. Quello che interessa Bennett, però, non è soltanto la sostanza dell’essere inglese. Gli preme di capire anche che cos’è che fa di un uomo uno scrittore. Questa problematica viene affrontata nei suoi testi su Proust (“Avenue Haussman, 102”) e su Kafka.

Il Gran Praghese, si sa, morì pensando che il suo caro amico Max Brod
avrebbe seguito le sue istruzioni di distruggere tutti i suoi scritti. Per cui come può un Kafka postumo sapere che è diventato uno scrittore famoso in tutto il mondo? Come dichiara l’assicuratore Kafka al reclamante, il fatto che lei sia il danneggiato non esclude che lei possa essere il colpevole. Una cosa che accomuna Proust e Kafka nelle rispettive relazioni con Celestine e Linda è che tutte e due le donne non sono interessate a quello che scrivono. Altrettanto successe a Bennett, che ebbe una storia di ben quattordici anni con una vivace e giovane ungherese di nome Anne Davies, in origine la sua colf, che con gran sorpresa dei suoi amici divenne poi la sua amante e che non era assolutamente interessata alle sue creazioni letterarie. “Mi sono sempre innamorato di uomini, ma sempre infelicemente. Gli uomini sono troppo diretti e corretti, ma c’era sempre qualcosa che mancava. C’è sempre stato un po’ di tutti e due nella mia vita, ma mai abbastanza dell’uno o dell’altro” è la risposta che dà a chi gli chiede della sua vita amorosa, anche se oggi per la prima volta nella sua vita convive con qualcuno: Rupert Thomas che, ironia della sorte per uno che odia i giornalisti, è il direttore del periodico The World of Interiors.

Però come ammette Bennett, non gli dispiace che il pubblico
abbia di lui un’immagine che poi non corrisponde alla realtà. Ma allora, perché Bennett scrive? “Gli accademici mi hanno sempre terrorizzato, io sarei stato un pessimo professore universitario. Non sono capace di elaborare discorsi precisi e coerenti. Ma i testi teatrali sono perfetti per discorsi incoerenti messi in bocca a persone imperfette. Il dramma è il sottobottega dell’intelletto. Filosofi e storici entrano dalla porta principale, ma commediografi e scrittori si intrufolano dalla porta di servizio con il loro discutibile bagaglio”. Come ha scritto Bennett, tutti noi siamo intrappolati dalle nostre vite e desideriamo evaderne. Re come Giorgio III sono prigionieri dei rituali di corte, esattamente come le spie e i traditori sono intrappolati nel loro essere comunque inglesi e i vecchi nei ricordi di un passato che è stato raso al suolo come gli slum dove abitavano.

Persino i suoi genitori hanno cercato di evadere, quando nel 1945
il padre dirigeva una macelleria nel Sud del paese, ma non hanno resistito. Così in realtà, grazie alla vita metropolitana di Londra e New York, alla sua istruzione e cultura, alla sua ricchezza, alla fama e al successo, Bennett è sfuggito agli orizzonti ristretti della sua classe sociale e della sua città d’origine, ma – come del resto tutti noi – non del tutto. Però è proprio questa frattura tra i due mondi – sua madre e il cappotto di Eliot – a fornirgli il materiale cui attinge per i suoi testi. Allo stesso modo si potrebbe dire per le piccole e grandi battaglie politiche come la difesa di un Welfare State che sta inevitabilmente scomparendo in nome del progresso e del consumo, non sono altro che l’ennesimo drammatico esempio del grande cambiamento che la Gran Bretagna ha sperimentato a partire dagli anni post bellici. Anni in cui, come dice lamentandosi il suo contemporaneo Kingsley Amis, più in realtà vuol dire meno.

Alan Bennett • È nato a Leeds nel 1934. Studia a Oxford e Cambridge, inizia una carriera da storico medievale. Nel 1959 debutta al Fringe Festival di Edimburgo, è tra gli autori di “Beyond the Fringe”, spettacolo di culto della satira sociale. Il suo primo testo teatrale è “Quarant’anni” (1968). La sua attività è a tutto campo: attore, autore, regista per teatro, cinema, radio, televisione. Nel 1992 la Bbc trasmette la prima serie dei “Monologhi di Talking Heads”, interpretati da Bennett stesso e da attrici quali Maggie Smith e Julie Walters.

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