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Adie Kate

Da piccola era timida e non immaginava di diventare famosa. Andava bene a scuola, non dava pensieri e la cosa più avventurosa che faceva era la guida nel gruppo scout della parrocchia anglicana vicino a casa. Il divertimento erano passeggiate con cane e picnic sulle fredde e ventose coste del Nord-est e la scuola domenicale metodista dove mentre gli adulti erano in chiesa i bambini imparavano le storie della Bibbia.

di Erica Scroppo

30 Novembre 1999 alle 00:00

Da piccola era timida e non immaginava di diventare famosa. Andava bene a scuola, non dava pensieri e la cosa più avventurosa che faceva era la guida nel gruppo scout della parrocchia anglicana vicino a casa. Il divertimento erano passeggiate con cane e picnic sulle fredde e ventose coste del Nord-est e la scuola domenicale metodista dove mentre gli adulti erano in chiesa i bambini imparavano le storie della Bibbia. Un’infanzia agiata come poteva essere quella di chi cresceva nell’Inghilterra del razionamento fino al 1953. I genitori avevano una farmacia in cui presto iniziò ad aiutare e che la espose senza traumi e a piccole dosi alla realtà della vita, in un posto che nell’arco dello stesso secolo sarebbe passato dall’aver la classe operaia meglio pagata e meglio trattata del mondo (i famosi cantieri navali di Sunderland) a quello con più alta percentuale di disoccupazione, alcolismo, destituzione sociale del Regno Unito.

Per anni ebbe il terrore di parlare e ancor di più di rivolgere domande agli sconosciuti. Oggi firma copie del suo corposo studio sulle donne e la guerra “Dal busto alla tuta mimetica”, accanto a un altro personaggio famoso, l’eroe della guerra in Iraq che con il suo fantastico fiuto ha scovato bombe e trabocchetti salvando centinaia di vite di civili e di soldati britannici: Buster, lo Springer Spaniel insignito dell’equivalente canino della Victoria Cross, che quasi tutti – umani e canini – ricevono alla memoria. Insieme raccolgono fondi per la charity che assiste vedove e orfani di guerra. La bambina terrorizzata è Kate Adie, la più famosa e coraggiosa corrispondente di guerra della Bbc, conosciuta in tutto il mondo e pluripremiata per i suoi reportage sotto il fuoco che non poche volte l’ha colpita, insignita dell’OBE (Ordine del British Empire, raro ed esclusivo) dalla regina Elisabetta nel 1993. Per essere presente alla cerimonia dovette volare apposta dalla Bosnia. Tutto iniziò con una maturità disastrosa. Se avesse ottenuto buoni voti avrebbe studiato all’elitaria università di Bristol le elitarie lingue e letterature francese e italiana.

I risultati furono penosi, e ripiegò sulla nuova e meno quotata università di Newcastle
, lingua e letteratura scandinave. La sua fortuna fu un anziano professore illuminante e ispiratore (era stato nel controspionaggio) che la inviò prima a Berlino per vedere un po’ di Europa che non fosse la solita Francia delle vacanze e poi in Lapponia a imparare lingua e cultura e insegnare inglese durante il lungo inverno boreale. In tempi in cui si partiva in treno da Victoria Station e, superata la Manica in battello, si andava letteralmente verso l’ignoto. La sua destinazione era a sette ore di treno da Stoccolma. A Berlino (Ovest) appena arrivata incappò in una manifestazione studentesca e finì in galera. Solo dentro capì di aver dimostrato per qualcosa che proprio non le stava a cuore: la legalizzazione del Partito comunista. Alla frontiera, ispezionata da brutali guardie con feroci cani lupo, vide per la prima volta in vita sua dei poliziotti armati, usanza che continua a considerare intimidatoria e non degna di paesi civili. In Lapponia andava a scuola in sci, all’inizio guardata con divertimento e un po’ di sufficienza dagli allievi che la vedevano infilarsi quasi in classe, perché incapace di curvare e frenare con quei pezzi di legno che loro invece manovravano magistralmente.

Avendo preso gusto per l’avventura, a 22 anni opta per la Bbc
, disposta a fare qualsiasi cosa. Inizia con la stazione locale Durham Radio dove si occupa di assolutamente tutto, dall’Ora della donna (programma non esattamente femminista) alle feste di paese, dalle trasmissioni religiose alle previsioni del tempo. Passò poi a far la gavetta in altre stazioni del Sud, finché dopo sette anni in radio locali quasi senza accorgersene, fa domanda per la tv e viene accettata. Qui trova tutto diverso: tanto per cominciare non si è mai soli e si diventa volenti o nolenti una squadra. E soprattutto una donna deve badare a come si veste, pettina, appare. Anche quando il sangue gocciola da una recente ferita o un livido è troppo grosso per scomparire sotto il trucco. La sua occasione capita un sonnolento lunedì festivo, assegnato come da copione all’ultima arrivata. Giorni prima dei terroristi avevano assaltato l’ambasciata iraniana prendendo in ostaggio anche due giornalisti della Bbc. Era il 1980 ed era in corso il campionato mondiale di biliardo, trasmesso dalla Bbc e su cui erano sintonizzate milioni di persone. L’assedio durava da giorni ma dopo negoziati e tentativi buchi, ecco che le SAS erano entrate in azione, silenziosi ectoplasmi, senza che nessuno lo sapesse.

Il biliardo viene interrotto e una bella bionda con l’accento chic
e l’aria risoluta irrompe sulla scena mondiale leggendo in diretta un bollettino straordinario. La poverina in realtà non sapeva che fare, non sapeva che stesse succedendo, non aveva un copione. Diceva a se stessa: “Non pensare a niente, resisti, non ti far impressionare da nulla e continua a descrivere quel che vedi”. Era vicinissima alla scena. Io, nuova in Inghilterra, ricordo di aver notato la cronista sconosciuta così a suo agio, esperta, calma. E questo dev’essere stato l’effetto sui suoi capi alla Bbc, se da quel momento la sua carriera ebbe un’impennata. Anche se molti in futuro l’avrebbero volentieri defenestrata. E anche se nel corso degli anni è riuscita ad andare in onda alticcia, a distruggere una Land Rover armata della Bbc del valore di 45 mila sterline, a volare nel paese sbagliato, a mettere il governo in imbarazzo, a far infuriare ministri, ad addormentarsi mentre era intervistata in diretta per Bbc Radio 4. Ma è un’icona. Spesso in tuta mimetica, che le dona molto, anche se ai funerali di Diana sfoggiava un completo nero e sobrio con minigonna. Pochi attimi di frivolezza, per una persona abituata al bagaglio minimo sbattuto nei carrier della Raf e al disagio di essere spesso l’unica donna tra migliaia di uomini.

Divenne corrispondente reale e seguì regina, consorte e principe Carlo,
ancora scapolo, in vari viaggi all’estero. Dall’esperienza trasse una profonda ammirazione per la capacità dei reali di mostrarsi entusiasti per ogni nuovo ponte, centro commerciale, dipartimento universitario, casa di riposo, che siano chiamati a inaugurare. Fu però felice di essere spedita in Nord Irlanda. Appena arrivata in albergo, fu ricevuta da una telefonata dell’Ira: “Sappiamo dove sei”: era l’inizio degli anni 80 e la tensione era al massimo e la Bbc era vista dai cattolici come filoprotestante e il suo povero cameraman fu più volte preso di mira. Kate una volta scazzottò un prete, un’altra prese a schiaffi una suora: non in un accesso di antipapismo, ma perché, disse, “nessuno deve permettersi di colpire il mio cameraman”. Impara a “non portarsi a casa le emozioni”, non sopporta chi esalta la sensibilità femminile contro la durezza maschile. Sempre più spesso quello della bella ma decisa e precisissima Kate diventa il viso delle tragedie del mondo. Incomincia ad avere il suo trademark anche nel reportage, all’insegna di una precisa filosofia: non c’è nulla di nuovo sotto il sole, l’obiettività non esiste, il meglio che puoi fare è narrare e, se puoi, spiegare ciò che vedi nel modo più sobrio e onesto possibile.

Uno degli avvenimenti che la vedono in primo piano è la strage di piazza Tienanmen nel 1989. Seguendo il suo istinto, dopo settimane di attesa si butta tra la folla, aiutata da sconosciuti e misteriosi angeli custodi che riescono a riportarla viva e con documentari preziosi alla base. La pallottola che le graffia il gomito uccide lo studente con cui sta parlando. Dopo aver filmato carri armati e sparatorie riesce a entrare in un ospedale; dopo aver filmato scene inenarrabili riesce a uscirne. Scavalca muri, salta cancelli e quando arriva nel suo albergo trova poliziotti speciali ad attenderla ma ne atterra tre e riesce a fuggire. Con costernazione si accorge che mentre lei aveva rischiato la vita per salvare 17 minuti di film, i suoi colleghi hanno assistito al massacro dal balcone. Persi i genitori, è sola al mondo. Se sarà uccisa nel Golfo nessuno verrà a portarsi a casa il suo corpo. In base a una legge appena uscita, Kate ha perciò rintracciato la sua madre naturale. È una signora bionda il cui marito, nel ’45, era da due anni in India come medico ufficiale.

Trovatasi incinta, preferì evitare lo scandalo dando la neonata in adozione. Neanche i diabolici tabloid inglesi sono riusciti a individuare il padre di Kate che, da brava giornalista, sulla sua vita privata è una tomba. Voci insistenti parlano di un bell’ufficiale americano. In ogni caso da un giorno all’altro l’orfana si è ritrovata con una madre vera, un padre putativo, due sorelle, un fratello e vari cognati e nipoti.

di Erica Scroppo

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