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L'analisi

Non solo il pil. Le mezze verità di Meloni sull'economia mostrano tutte le vere debolezze del governo

La premier si mostra più con Mattarella che con Trump, ma a ben vedere qualcosa che non va c'è

Crisi internazionali, riforma della giustizia, dossier europei, politica interna. Nelle tre ore di conferenza stampa di inizio anno, Giorgia Meloni ha gestito con serenità, lanciando anche qualche affondo, le questioni che potevano apparire più spinose. Ma è apparsa più in difficoltà sull’economia. L’ambito su cui nei primi anni di governo la premier ha costantemente sottolineato una performance superiore ai grandi paesi europei. Ora non è più così. L’Italia ha un pil stagnante. I risultati sono positivi sul controllo della finanza pubblica, ma l’economia reale soffre. “Sicurezza e crescita” saranno il focus del 2026, ha detto la presidente del Consiglio. Ma non è così, visto che l’anno appena iniziato avrà una crescita dello 0,7 per cento. E, secondo le stesse stime del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) approvato dal governo, il quadro macroeconomico tendenziale è uguale a quello programmatico. (Capone segue nell’inserto XV)

Vuol dire che la legge di Bilancio appena approvata non avrà alcun impatto sul prodotto. Per la crescita del 2026, il governo avrebbe dovuto pensarci nell’ultima manovra ma non lo ha fatto, forse perché non c’erano i margini. In ogni caso, se come ha detto Meloni il governo si impegnerà quest’anno per la crescita, i risultati dovrebbero vedersi nel 2027.

La premier ha messo da parte indicatori che prima citava spesso ora non più favorevoli, come appunto la variazione del pil, sottolineando i giudizi positivi delle agenzie di rating che in passato contestava. Sulla crescita, ad esempio, ha ricordato che per il 2023 è stata rivista al rialzo dallo 0,7 all’1 per cento, e questo avrebbe privato l’economia dell’effetto “psicologico” del superamento della soglia dello zerovirgola. Ha aggiunto che spera in revisioni positive anche per gli anni passati (2025 e 2025) e che i problemi del paese sono o storici o dovuti a “situazioni esogene difficili da risolvere” come il “rallentamento dell’economia tedesca”. Meloni ha sottolineato i buoni risultati del mercato del lavoro, con l’aumento dell’occupazione come “il dato più significativo per valutare lo stato dell'economia reale”, ma è apparsa più in difficoltà sulla questione salariale: è vero che i salari sono, come dice l’Istat, oltre l’8 per cento inferiori al 2021, ma l’Istat “calcola il lordo e i provvedimenti fatti incidono sul netto”. Allo stesso tempo non ha negato il problema, ma ha precisato che l’“erosione” c’è ma i salari sono tornati a “crescere più dell’inflazione con questo governo dal 2023”.

Non dice bugie, ma mezze verità. E’ vero, come più volte sottolineato su questo giornale, che il taglio del cuneo fiscale ha inciso sul reddito disponibile facendo assorbire buona parte dell’impatto inflazionario. Ed è anche vero che è iniziato il recupero dei salari lordi con i rinnovi dei contratti. Ma questo non poteva che accadere con il suo governo, visto che la fiammata inflazionaria c’è stata negli anni precedenti e – per definizione – il recupero arriva dopo: il problema è che l’Italia è l’ultimo paese dell’Ocse per la dinamica salariale post Covid.

L’altra faccia negativa della medaglia dell’aumento dell’occupazione è appunto il pil stagnante, e di conseguenza il calo della produttività con un andamento tra i peggiori in Europa. Su questo le risposte sono state evasive e generiche, più un elenco dei problemi storici del paese (nanismo delle imprese, accesso al credito, terziario a basso valore aggiunto) che di riforme strutturali per risolverli. Più in generale sulle misure per la crescita la premier ha indicato tre direttrici: sostenere l’occupazione; abbassare il prezzo dell’energia, “è un altro dei provvedimenti dei prossimi Consigli dei ministri”; favorire gli investimenti. L’aspetto critico è che queste cose il governo avrebbe già dovuto farle: il dl Energia, ad esempio, è bloccato da quasi un anno anche per la dialettica tra i ministeri. Sullo stimolo agli investimenti, poi, la premier ha sottolineato la scelta di avere “pluriennalità nei provvedimenti” per “dare una strutturalità” alla politica economica, citando il finanziamento della Zes. Ma, in realtà, la politica industriale del governo si è spesso caratterizzata per l’opposto: basti pensare al pasticcio di Transizione 5.0, introdotta e poi cancellata per tornare al vecchio iperammortamento; la nuova “Ires premiale” è durata solo un anno; mentre il vecchio Ace, che funzionava benissimo da anni, è stato abolito.

Non sembrano esserci idee chiare sul declino inesorabile della produzione industriale e su alcune grosse crisi specifiche. L’Ilva è “il dossier industriale più complesso che abbiamo ereditato”, ma la premier non indica un orizzonte credibile. Mentre la crisi dell’automotive è “ figlia di scelte che io ho contestato a livello europeo”: colpa del Green deal, insomma. Eppure il Green deal c’era già quando, poco più di un anno fa, il ministro delle imprese Adolfo Urso indicava l’obiettivo produttivo di “un milione di auto”: nel 2025 ne sono state prodotte 380 mila, un crollo del 50 per cento rispetto al 2023. In Spagna, dove pure c’è il Green deal, quest’anno sono state prodotte 2,3 milioni di auto, sei volte tanto, con un calo del 10 per cento (cinque volte di meno).

Insomma, se in questa fase politica Meloni sembra una Superwoman è chiaro che l’economia, soprattutto la crisi industriale, è la sua kryptonite.

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