il colloquio

La Russa: “La riforma non limiterà il Colle. E in caso di sfiducia subito al voto”

Simone Canettieri

"Serve un’intesa più larga possibile per cercare di evitare il referendum", dice il presidente del Senato. Ma per Schifani, la riforma costituzionale che venerdì sarà licenziata dal Cdm supererebbe anche quello: "Gli italiani vogliono scegliere e questa sarà la volta buona"

Al capo dello stato dice: niente panico. “Perché le sue prerogative rimarranno inalterate a partire dalla firma delle leggi e dunque dal primo parere di costituzionalità”. A Giorgia Meloni, leader del centrodestra, consiglia ecumenismo. “Di concedere qualcosa alle opposizioni, senza snaturare la riforma costituzionale, pur di trovare un’intesa più larga possibile per cercare di evitare il referendum. E io, se muoverò un dito, lo muoverò in questa direzione”. E, sempre a Giorgia Meloni, ma versione premier, spiega che sarebbe meglio cambiare la “norma antiribaltone: se dovesse essere sfiduciata è giusto che si torni al voto, senza formule arzigogolate, meglio essere dritti. Come succede per il sindaco: so che Giorgia la pensa come me: ne abbiamo parlato tante, tante volte”. Il costituzionalista in questione è Ignazio La Russa, presidente del Senato e quindi Seconda carica dello stato. Il pizzetto più luciferino e spettinato d’Italia si ferma a parlare con tre cronisti alla buvette di Palazzo Madama. È di buon umore. Ha voglia di commentare la stringente attualità – con immancabili incursioni calcistiche sulla sua Inter visto che dopo un po’ spunterà anche Claudio Lotito – non lo faceva dall’ingessata cerimonia del Ventaglio del luglio scorso. Altra frase, altre polemiche personali e famigliari. Questa volta è senza bavaglio. Bisogna approfittarne. È il giorno in cui la manovra approda a casa sua, in Senato, e prima di passare al bancone per uno spuntino ha cercato (senza successo) di trovare un’intesa nella guerra dei Roses del Terzo polo, e cioè quella tra Matteo Renzi (Italia viva) e Carlo Calenda (Azione). Urgono zuccheri e carboidrati: è comprensibile. L’argomento riforme lo appassiona. “Aspetto dalla ministra Casellati di leggere l’ultima versione”. Provocazione birbante: certo, presidente, sperando che prima l’abbia letta la ministra titolare del dossier. E qui scatta l’aneddoto stile tramonto della Prima Repubblica.

   
“Ai tempi della legge elettorale Mattarellum, io e Maurizio Gasparri fummo le sentinelle per conto di Pinuccio Tatarella che spesso la sera si incontrava proprio con Sergio Mattarella a cena per confrontarsi”. E allora? “Una volta chiusa la legge e trovati gli accordi, dopo tanto vigilare, Tatarella disse a me e a Gasparri: bene, ragazzi, ora possiamo leggere cosa c’è scritto in questa legge”. Risate generali, quella del padrone di casa è molto riconoscibile. La Russa show.

  
Il presidente del Senato, e cofondatore di Fratelli d’Italia, alla fine della fiera difende l’impianto della riforma perché rispetto alle altre sul tavolo risulta essere, dice, la meno impattante “in confronto al presidenzialismo e al semipresidenzialismo: fare di meno avrebbe significato non fare. Il resto è fantascienza come i libri che leggevo da ragazzo, quelli Asimov e della collana Urania”.

 

Poco prima un altro siciliano Doc, nonché predecessore qui nella Camera nobile di La Russa in altre epoche, aveva confessato al Foglio che “questa riforma supererà anche l’eventuale referendum, in quanto gli italiani vogliono scegliere e questa volta sarà la volta buona dopo che ci abbiamo provato per una vita”, spiegava all’ora di pranzo Renato Schifani, governatore della Sicilia e già presidente del Senato (2008-2013) in missione a Roma. Rimangono dei dubbi sulla riforma che venerdì sarà licenziata dal Consiglio dei ministri: non si rischia di comprimere le prerogative dei parlamentari? “Ma quando mai! E non fatemi dire ciò che penso del Parlamento”, dice ancora sibillino l’Ignazio nazionale, tornato pirotecnico e loquace come nelle migliori stagioni. In pochi minuti ha rincuorato Sergio Mattarella, spronato Meloni e le ha indicato anche la via di possibili piccoli correttivi. È Giorgia che traccia il solco, ma è Ignazio che lo difende.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia. Ha vinto anche il premio Guidarello 2023 per il giornalismo d'autore.