Le leggi omofobe di Putin? Si possono condannare solo se non si parla di guerra. Boldrini detta la linea

Valerio Valentini

La zuffa nella chat dell'Interguppo LGBTI. La proposta di un comunicato contro l'ultima barbarie anti-gay del Cremlino. Scalfarotto suggerisce: "Servirebbe un riferimento all'Ucraina". Ma per l'ex presidente della Camera sarebbe "una forzatura", e poi "anche a Kyiv gli omosessuali non sono tutelati". Alla fine, niente comunicato. Meglio l'autocensura che l'intransigenza contro Mosca. Asse Pd-M5s. Lo strabismo della sinistra "pacfista"

Che poi, a ben vedere, c’è chi l’assurdità l’ha notata. “Per quanto mi riguarda – è sbottato a un certo punto Ivan Scalfarotto – se si parla di Russia e non c’è un accenno alla guerra, uno degli eventi che segneranno questo secolo nei libri di storia, sembriamo dei marziani”. E chissà che forse non sarebbe piaciuta davvero anche a Ennio Flaiano, questa breve farsa parlamentare via WhatsApp, apologo che pare allegoria di un certo strabismo dell’antifascismo, una militanza sempre all’erta nell’elevare ogni fatto di cronaca nostrana a segno evidente della barbarie che incombe e così incline invece a fare sofismi, a contestualizzare, a obiettare, insomma un po’ a negare, quando il fascismo si rivela per quel che è davvero, ma a distanza rassicurante da noi, migliaia di chilometri a est, a Mosca. Insomma la storia è questa: che di fronte alle notizie della repressione omofoba di Vladimir Putin, l’Intergruppo LGBTI del Parlamento italiano, dopo molto discutere, decide di non commentare per non correre il rischio di dover condannare, oltre alla repressione omofoba, anche l’invasione dell’Ucraina. Il che dice qualcosa, forse, di quel che sta succedendo a sinistra.

Tutto inizia venerdì scorso, con la diffusione della notizia,  pubblicata da Novaja Gazeta, sulla nuova legge liberticida di Putin: l’istituzione di una sorta di nuovi centri psichiatrici dedicati allo studio dell’omosessualità, considerata una devianza mentale. Orrore, evidentemente. Di fronte al quale l’Intergruppo LGBTI, piccola assemblea trasversale che accoglie una ventina di deputati e senatori dedita alla promozione dei diritti omosessuali, subito insorge. O meglio, ci prova. Sono le dieci di mattina quando la presidente del gruppo, la grillina Alessandra Maiorino, propone la stesura di un comunicato di condanna nei confronti della  nuova follia putiniana. Il breve testo viene steso e condiviso nella chat collettiva, con generale apprezzamento. Sennonché Scalfarotto, senatore di Iv, suggerisce una puntuale integrazione. “Nessun riferimento, anche vago, alla guerra? Al fatto che se la Russia si appropriasse dell’Ucraina questo sarebbe il destino che toccherebbe anche alla comunità Lgbt+ di quel paese?”. Rapido consulto, dunque l’accordo. “Aggiungiamo”. Ed eccola, la chiosa che innesca il parapiglia. Una chiosa che evidenzia come la deprecabile “stretta ai diritti fondamentali”, la “deriva autoritaria”, rappresenti  “un’ulteriore ragione per assicurare un destino di liberà e indipendenza per l’Ucraina e la comunità Lgbt+ di quel paese”. Due righe. Poi il comunicato prosegue come inizialmente abbozzato. Maiorino apprezza, e approvano pure Elisa Pirro, grillina pure lei, e Ilaria Cucchi. Dunque, nuova stesura. Soddisfazione unanime. Tutto pronto per l’imprimatur…

Ma poi interviene Laura Boldrini. Lei no, non ci sta. “Purtroppo anche in Ucraina la comunità Lgbtq vive delle serie discriminazioni”, per cui “non so se questo riferimento possa ingenerare qualche confusione, come a dire che in Ucraina invece la condizione è soddisfacente”. Insomma, “mi sembra una forzatura”, insiste la ex presidente della Camera, che da deputata del Pd ha del resto già deciso di non votare a favore dell’invio di armi a Kyiv.

Parrebbe una  obiezione capziosa. Che dunque, inevitabilmente, trova consenso. Ecco Emma Pavanelli, deputata del M5s: “Per me ha ragione Laura”, scrive. E poco conta che Scalfarotto provi a evidenziare l’assurdità dell’obiezione: “Anche in Italia non è che tutto sia rose e fiori. Ma se fossi gay e fossi in Ucraina non avrei il minimo dubbio: tra un paese candidato a entrare nell’Ue e uno destinato a finire in un protettorato russo, mi pare ci sia una bella differenza”. Ma c’è poco da fare.  Perché laddove altri riscontrerebbero il senso del paradosso del ragionamento di Boldrini, Pavanelli trova invece sostanza per legittimarlo: “Il tema non riguarda la guerra, basta vedere cosa sta succedendo in molti paesi inclusi gli Usa, dove migliaia di cittadini stanno scappando da uno stato all’altro”. Insomma nella notte del diritto, tutte le legislazioni del mondo sono nere: quindi Biden vale Putin, e nulla vale a ribadire la necessità del sostegno all’Ucraina anche nel segno di una resistenza contro la negazione della libertà. Neppure constatare come la supposta difesa dei sacri valori tradizionali del cristianesimo dalla minaccia dell’occidente corrotto ed effeminato stia alla base della retorica neoimperialista del Cremlino. Neppure il rileggere il discorso con cui il patriarca Kirill, poche settimane dopo l’avvio dell’invasione, giustificò le bombe e le stragi in nome di una crociata contro i paesi che sostengono i diritti degli omosessuali. “Quel riferimento alla guerra potrebbe essere inteso in modo misleading, come a dire che la condizione delle persone Lgbtq in Ucraina sono buone e dunque anche per questo si deve lottare per preservare l’Ucraina”, s’impunta Boldrini. Che fare, dunque? Semplice: il comunicato non esce. Dove si dimostra che, pur di non rinnovare la condanna alla guerra di Putin contro gli ucraini, un Intergruppo nato per sostenere i diritti Lgbt+ finisca col soprassedere pure sulla condanna alla guerra di Putin contro gli omosessuali. Paradossi della politica italiana. Specie di quella che si pretende “pacifista”.
 

  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.