Il retroscena

Meloni l'equilibrista: niente scontro con Bankitalia, mentre i suoi attaccano

Simone Canettieri

La premier e il rischio accerchiamento tra propaganda e governo. Così la leader evita l'assalto a Via Nazionale: appunti per una navigazione tranquilla 

“La notizia per il governo è che sulle grandi voci della manovra non ci fossero critiche sostanziali da Bankitalia”. A Tirana Giorgia Meloni si concede ai giornalisti e anche a doti di equilibrismo. Lascia alla sua maggioranza la libertà di attacchi a Via Nazionale, ma ritaglia per sé un vestito diverso. Più istituzionale. Un perfetto gioco delle parti. E dunque se il suo braccio destro Giovanbattista Fazzolari dopo le critiche a Palazzo Koch  insiste (“finalmente la sinistra è unita sul Pos per l’aperitivo: hasta la Visa siempre!”), lei tronca e sopisce.  Fratelli d’Italia sogna tuttora la nazionalizzazione della nostra banca centrale, lei evita: la campagna elettorale è finita, ormai. 


Rimane certo la questione del tetto dei sessanta euro sul quale il governo sembra essersi messo l’anima in pace: andrà rivisto all’ingiù per evitare uno scontro con l’Europa. Ma è proprio il racconto che cambia. Meloni e Fazzolari, per esempio. Sono una cosa unica, l’uno la propaggine dell’altra (“a volte non mi ricordo se le idee sono le mie o di Fazzo”, c’è scritto nel libro “Io sono Giorgia”).

 

Sicché il sottosegretario alla presidenza del Consiglio l’altro giorno ha detto semplicemente ciò che anche la leader pensa. Ma che non è il caso che dica su Bankitalia. Accusata in buona sostanza di essere a favore del Pos perché partecipata da banche private dunque al servizio della lobby dei bancomat.

 

Il telefono bianco del Quirinale è facile che si sia attivato per fare uscire una nota dal governo per distendere gli animi. Secondo anche qui uno schema che inizia a essere frequente, sempre sul filo del cuscinetto istituzionale che il Colle offre all’esecutivo per evitare tonfi rumorosi. Finora Meloni si è data anche un altro metodo comprensibile: quello di evitare di sconfessare in pubblico le uscite poco fortunate degli esponenti del governo. Davanti a tutti glissa o li protegge. Come nel caso del sottosegretario alla Sanità Marcello Gemmato, passato per scettico sui vaccini, nonostante le campagne pro vax e anti covid da farmacista qual è.

 

A Bali, durante il G20, lo ha protetto annunciando che a Roma gli avrebbe parlato per capire (dentro FdI girava anche la possibilità di un affiancamento con una nuova sottosegretaria, ma lui ha risposto sui social pubblicando un selfie con “Giorgia”: “Buona domenica a tutti!”). E’ successo anche per le dichiarazioni del forzista Gilberto Pichetto Fratin sui sindaci da arrestare o sul valore dell’umiliazione fra i banchi teorizzata dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Per non parlare delle ideuzze, a volte bizzarre, che escono fuori dalla pentola della maggioranza. “Non ho condiviso alcune proposte o dichiarazioni e l’ho detto direttamente alle persone interessate quando non ero d’accordo”, ha ammesso nei giorni scorsi in un’intervista al Corriere. 


Il problema rimane il consenso, pallino di tutti i politici che arrivano a Palazzo Chigi. E qui inizia a esserci dunque lo sdoppiamento. L’uso dei falchi lasciati liberi per esprimere la linea del partito e poi la linea soft della presidente del Consiglio costretta a mediare e a smussare. E così se anche Matteo Salvini lancia l’allarme sul Recovery, Meloni da una parte certo lo condivide con dati fattuali ma dall’altra al momento di parlare cita e condivide “l’appello di Mattarella alla responsabilità”. E’ iniziata la fase dell’equilibrismo, dunque. Quella più complicata e inedita. Al vertici con i paesi dei Balcani, per esempio, la premier ha incontrato e salutato Emmanuel Macron. “Anche se non ho avuto il tempo per un bilaterale”, ha aggiunto quasi dispiaciuta. Spiegando poi che “saranno molte le occasioni di incontro nei prossimi giorni, siamo entrambi ad Alicante venerdì per il vertice dei paesi mediterranei, c’è il Consiglio europeo la prossima settimana”. Dopodiché i rapporti con la Francia “continuano, al di là del racconto che ne fa un po’ la stampa. Ci sono fior fior di bilaterali fra i nostri ministri. Ma l’approccio sui migranti non può essere solo italiano”. Meloni funambola. Di lotta e di governo, la prova più complicata.

 

Dentro Fratelli d’Italia la voglia di dire “siamo accerchiati, ce l’hanno   tutti con noi sulla manovra” è forte, allo stesso tempo la premier inizia a capire che così la navigazione della sua Amerigo Vespucci, come ha paragonato l’Italia durante il discorso d’insediamento, potrebbe essere troppo burrascosa. E’ un elemento oggettivo che dal Quirinale spesso le ricordano.                         

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.