Il caso

Meloni osservata speciale dalla Ue (e dal Colle) sulla manovra: zero strappi

Simone Canettieri

La Commissione valuterà la finanziaria italiana dopo quelle degli altri paesi membri. I contatti della vigilia tra Fitto e Gentiloni. Dal Quirinale filtra un buon clima: nessuna tensione sui conti

Il terrazzo fatale di Palazzo Chigi è impacchettato. Lavori in corso. E questo piccolo dettaglio non solo ha esclude l’affaccio della premier al termine del Cdm che licenzia la sua prima manovra, ma nemmeno la tentazione della destra sovranista di lanciare la sfida all’Europa (convinta di aver abolito la povertà, come fecero da quel predellino gli allora ministri del M5s). Anzi, il governo  ha evitato qualsiasi attrito e perfino trattativa con Bruxelles. L’incontro del ministro Raffaele Fitto, tre giorni fa, con Paolo Gentiloni è andato proprio in questa direzione. D’altronde il commissario agli Affari economici da tempo ripete: “Confido che la manovra sarà di grande prudenza”.  


Domani è atteso dalla Commissione “il pacchetto d’autunno”: il giudizio sulle finanziarie dei paesi membri. L’Italia non ci sarà per ovvi motivi: il nuovo esecutivo si è insediato solo un mese fa. Ma il pacchetto sarà spedito comunque a Bruxelles in giornata o al massimo mercoledì. Sicché il governo Meloni godrà di un privilegio: una valutazione ad hoc. Solitaria sì, ma senza scossoni o peggio ancora bocciature clamorose. Anzi. 

Un’aria d’attesa tranquilla si respira anche lungo i corridoi del Quirinale, l’altro faro puntato su Palazzo Chigi dopo quello della Commissione. Anche dalle parti del Capo dello stato – dopo un paio di correzioni al governo nei giorni scorsi, come quella sul tetto al contante – traspare una relativa cautela, figlia di un certo ottimismo. Vuoi perché gli uffici legislativi del governo e del Colle continuano a lavorare da settimane sottotraccia per evitare frontali, vuoi perché non si hanno sensazioni di colpi di testa particolari sul bilancio dello stato. Sergio Mattarella non potrebbe comunque entrare nel merito delle scelte politiche di Meloni per il 2023. Tuttavia,  discorso diverso sarebbe  stato se il presidente della Repubblica si fosse trovato davanti alle legge, vagamente incostituzionale, di dare un bonus di 20mila euro a chi decide di sposarsi in chiesa.  


Il realismo professato da Meloni in queste settimane nei confronti delle fregole degli alleati sulla spesa pubblica, a partire dal Carroccio, sono sembrati più che altro messaggi trasversali inviati all’Europa. Rassicurazioni fatte anche de visu a Ursula von der Leyen durante l’incontro dello scorso 3 novembre. Quando la premier  le ha detto – oltre a scherzare sui rispettivi figli visto che la presidente della Commissione ne ha sette –  che i conti dell’Italia non avrebbero subito stravolgimenti. Niente sgarri, né prove di forza. Insomma, niente remake del 2018. Il balcone, il braccio di ferro sul deficit, il muro contro muro. 

La coperta d’altronde è corta. E i due terzi della spesa andranno a sostegno delle imprese e delle famiglie alle prese con il caro energia. 
La Ue si aspetta una manovra con “aiuti mirati e temporali” per evitare che siano strutturali e che non aumentino la richiesta di gas. La Nadef ha fissato il deficit al 4,5 per cento. Di fatto la manovra meloniana, calcolatrice alla mano, può essere considerata per tre quarti draghiana. Perché? Basta scorrere le voci di spesa che saranno prorogate dall’attuale esecutivo: 21 miliardi per il caro energia (65 per cento dell’intera torta) e 3,5 miliardi di taglio del cuneo fiscale (un altro 11 per cento).  Un’impostazione dunque in gran parte già nota agli uffici di Bruxelles. Dove però si rimane in attesa della riforma della delega fiscale, grande incompiuta dell’ex banchiere centrale.  Un attrezzo utile e richiesto nella cassetta che serve a far funzionare il Pnrr. In generale von der Leyen si concentrerà più sui numeri che sulla qualità dei provvedimenti (a partire dal parere negativo sul taglio dell’Iva su pane e latte che infine è saltata). Un ragionamento che Gentiloni deve aver ripetuto alla premier italiana anche nel corso della colazione di benvenuto prima che andasse a incontrare i vertici europei il 3 novembre. Concetto ribadito anche con Fitto. 

L’ansia di Meloni da quando è rientrata da Bali è stata sempre quella di evitare le fughe in avanti dei partner. Su tutti: Matteo Salvini. Quota 41 sulle pensioni ci sarà ma non in forma assoluta, serviranno anche almeno 62 anni di età, così la platea raggiunta è più circoscritta e non è destinata a provocare particolari turbamenti come accadde invece ai tempi di Quota 100 con i gialloverdi.  La presidente del Consiglio doveva fare i compiti a casa con Bruxelles senza dare l’impressione di onde sovraniste al governo intenzionate a sfasciare tutto. Così è stato. Ecco perché quando il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, poco prima che iniziasse il Cdm ha annunciato che c’era l’accordo e che mancavano solo pochi numeri, la leader di Fratelli d’Italia ha tirato un sospiro di sollievo. Ora il pacchetto passerà alla Ue. Non si attendono colpi di scena, come traspare anche  dalle vetrate del Quirinale.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.