Il racconto

"Giorgia ricordati degli amici". Ambizioni e veleni dei fedelissimi di Meloni che sognano un ministero

Simone Canettieri

Da Donzelli a Lollobrigida passando Rampelli, La Russa, Santanché, Urso, Fazzolari: le aspirazioni sopite della Fiamma magica che spera di entrare al governo

Molti se li vedrà davanti questa mattina in Via della Scrofa. Tutti convocati  per l’esecutivo nazionale di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni parlerà di elezioni, dunque della vittoria, dell’allarme energia, che le occupa gran parte delle giornate, e del governo. Ecco davanti a sé la capa avrà una pattuglia di fedelissimi, la classe dirigente diventata padrona che adesso, con varie sfumature, sogna un posto da ministro. La parola d’ordine, per i “Fratelli di Giorgia” è dissimulare. E dunque Giovanni Donzelli dice di voler restare a occuparsi del partito, Francesco Lollobrigida giura che si rivede di nuovo capogruppo, Ignazio La Russa non parla di volgari poltrone. 

 
La linea è: ci fidiamo di Giorgia nostra. In un annullamento un po’ surreale delle ambizioni che spesso invece vanno a braccetto con la politica. In privato o nei capannelli un po’ più intimi, invece, sono in molti a sperare di entrare nel governo, coronamento di un percorso iniziato con il 4 per cento. Adolfo Urso, per esempio, ai parlamentari grillini che lo fermano non fa mistero di puntare alla Difesa. Fabio Rampelli, che è vicepresidente della Camera nonché maestro di una generazione che ora sta al potere, parla di infrastrutture e welfare con il sorriso di chi la sa lunga. Discorso diverso per Raffaelle Fitto, avamposto melonista in Europa, ruolo non banale in vista della trattativa che dovrà portare avanti l’Italia sul gas. In un partito militare, dove non esistono minoranze interne e dove per tutta la passata legislatura era obbligo tassativo dei parlamentari citare in Aula in ogni intervento le parole “Giorgia Meloni”, si consumano in queste ore attese e speranze. E chissà anche quante rivalità interne. Tutti si chiedono per esempio cosa farà Guido Crosetto, “amico” nonché cofondatore del partito, ma battitore libero. Tanti vorrebbero essere Giovanbattista Fazzolari – uno dei pochi già con la mente al Quirinale dove giurerà da ministro per l’attuazione del Programma o da sottosegretario a Palazzo Chigi – in quanto in queste ore sta lassù al sesto piano della Camera con la capa a condividere tutto. Invidie e gelosie interne sopite dallo spirito del partito: “E’ inutile che ci vengono a chiedere posti, chi conosce Giorgia sa che così ottiene il risultato inverso”, emerge dal giro strettissimo e intimo della premier in pectore. Qualcuno rimarrà deluso, e chissà se lo dirà. D’altronde le sbandierate “personalità di alto profilo”, che sembrano portare in parte lontano da via della Scrofa, ridurranno gli spazi di manovra a favore dei tecnici più o meno di area. E la generazione di Atreju? E i grandi vecchi? E i consiglieri-amici? Discorso diverso certo per i posti di sottogoverno, i viceministri e i sottosegretari. Daniela Santanchè, che predica a Matteo Salvini il silenzio, rientra nella rosa, vasta e frastagliata, di chi insomma punta a salire sulla prima classe di questo treno. E Carolina Varchi o Isabella Rauti, che è figlia d’arte e tanto si è spesa per la convention di Milano? Racconta un deputato di FdI: “Mi chiama gente di area, gente nostra, per chiedermi se posso spingerla per un posto da sottosegretario. E io candido rispondo: scusate, ma mica faccio il parrucchiere di Giorgia, semmai a fare il sottosegretario ci andrò io, no?”. La vicenda del governo che tiene tutti i colonnelli con le mani giunte in attesa di una telefonata si intreccia per esempio anche con le regionali del Lazio, partita molto sentita a casa Meloni. La presidente del partito, non essendo una priorità, ancora non ci ha messo la testa, assicurano. Ma se ne parla. E così in questo valzer di poltrone sognate e veleni – “speriamo che a quello gli diano le politiche giovanili: non si regge più” – spunta il nome  di Nicola Procaccini, ex sindaco di Terracina ed ex portavoce di Meloni. Un’idea. O forse un’ambizione. Una delle tante che girano sottovoce in queste ore dalle parti di Via della Scrofa. 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.