Il caso

Meloni la spunta su Salvini e il Cav. sulla premiership, ma si tratta sui collegi

Simone Canettieri

C'è l'accordo nella coalizione di centrodestra: il nome per Palazzo Chigi spetta a chi prenderà un voto in più. Ma è battaglia sugli uninominali: a FdI il 45 per cento dei collegi. Il ritorno di Berlusconi alla Camera 

Lei è Giorgia, ed è cristiana, come si sa. Loro, il Cav. e Salvini, sarebbero pronti a cose turche pur di sbarrarle la strada per Palazzo Chigi. Tuttavia il primo vertice di centrodestra non è una riedizione della Battaglia di Lepanto, dipinto di Ettore Beggiato, che i leader  hanno alle loro spalle. Sala “Salvadori”, aula dei gruppi della Lega, secondo piano della Camera: è il giorno del ritorno di Silvio Berlusconi. L’ultima volta che passò da questi parti fu il 9 febbraio  2021 per dire sì a Mario Draghi, premier che una settimana fa ha mollato. E’ il giorno soprattutto del “patti chiari e amicizia lunga” di Meloni o “ballo da sola”. Sembra che l’abbiano accontentata. 

 
Non c’è il buffet di Villa Grande o il menù tricolore di Villa Certosa a calmare gli appetiti del centrodestra che si vede già al governo. 

Tuttavia per riportare tutto a una dimensione di alleati che non si mangiano fra di loro, non manca un mini buffet con pizzette rosse e tramezzini “finalmente in una sede istituzionale”, come richiesto dalla capa di Fratelli d’Italia. Non ci sono solo i tre tenori del centrodestra – accompagnati dalle calcolatrici Roberto Calderoli, Ignazio La Russa e Antonio Tajani – ma  anche la quota dieci per cento. E cioè i centristi divisi fra Udc, Noi con l’Italia e Coraggio Italia. Dunque Antonio De Poli e Antonio Saccone, Maurizio Lupi e Luigi Brugnaro. Marta Fascina, la quasi moglie del Cav, con un vestito nero tempestato da fiorellini che sembrano mughetti, assiste al vertice. E’ stata lei ad attendere l’ingresso del Cav. dal garage della Camera e a offrirgli la mano, accompagnandolo fino alla sala della riunione fatale. 


Alla fine, per quanto possa valere a parole e in campagna elettorale, passa lo schema Meloni:  indicherà il premier il partito che prende più voti. Niente assemblea degli eletti (tendenza Berlusconi) né somma di Forza Italia e Lega (tentazione salviniana).  Ogni lista si presenterà da sola. 

Il sugo della faccenda riguarda più che altro la distribuzione dei collegi uninominali. Ed è qui che si lima, si rilancia e non ci si alza dalla sedia. D’altronde è un algoritmo complicato che da giorni fa litigare Meloni, Salvini, Berlusconi e i centristi vari intenzionati a non prendersi proprio gli avanzi del piatto che sembra ricco. 


 D’altronde, tolte le città metropolitane feudi del partito della Ztl, due terzi dei seggi sono abbastanza certi per il centrodestra. Si parte da sei sfumature diverse: da “blindati a sicuri, fino a dati per persi” ma qui si entra a Roma centro, in Toscana, nell’Emilia più rossa. 

In mezzo alla conta e alle percentuali ci finiscono anche le regioni al voto prossimamente: la Sicilia delle mille dannazioni del centrodestra, il Lazio del dopo Zingaretti e la Lombardia che potrebbe scivolare a elezioni anticipate, poi certo c’è anche il Friuli Venezia Giulia già prenotata dal leghista Massimiliano Fedriga per il bis. “Facciamo, amici, tutto un calcolo?”.
Meloni vorrebbe il 55 per cento del pacchetto in base ai sondaggi che la danno avanti anche rispetto alla somma di Forza Italia e Lega. Gli alleati che sognavano una torta divisa in tre parti uguali sembrano rinunciare a questa ipotesi.
Si cerca di incontrarsi a metà. Nel caso di Forza Italia, per esempio, pesano anche gli addii dell’ala liberal. E in particolare di Mariastella Gelmini e soprattutto di Mara Carfagna, detentrice di un discreto seguito al sud, e in particolare in Campania dove quattro deputati sono pronti a seguirla (Rossella Sessa già partita, poi Luigi Casciello, Paolo Russo e Cosimo Sibilia). Il calcolo non è semplice. Meloni può scendere al massimo fino al 45 per cento (e agli altri  35,15,10) , una quota che va ponderata con il tipo di collegio. La Lega insiste con una media ponderata dei sondaggi a cui va aggiunta la morfologia del seggio (blindato o contendibile). Si tratta fino a tardi. Salvini se ne va per primo, convinto di aver dato la linea.
            

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.