Il retroscena

Il termovalorizzatore di Gualtieri: Draghi voleva l'annuncio dopo il sì al dl

Simone Canettieri

Quando il sindaco di Roma ha annunciato l'impianto, a Palazzo Chigi sono rimasti sorpresi. Poi il cortocircuito con l'astensione del M5s in Consiglio dei ministri

Ecco er pasticciaccio brutto del termovalorizzatore. La riprova di come una scelta coraggiosa e storica del sindaco Roberto Gualtieri sia stata gestita in maniera approssimativa. Risultato: conseguenze politiche a catena, uscite dal Grande raccordo anulare per impattare sul governo. Lunedì infatti il M5s in Consiglio dei ministri si è astenuto sul dl Aiuti (14 miliardi di euro). Ora il leader grillino Giuseppe Conte insiste: non vuole che sul decreto sia posta la fiducia, tuttavia il governo la pensa all’opposto. Ma partiamo dall’inizio: la mattina del 20 aprile Mario Draghi è all’oscuro di tutto. Non sa che Gualtieri sta per andare  in Consiglio comunale per annunciare la costruzione di un termovalorizzatore a Roma. Gli accordi non erano questi.  
Secondo quanto risulta al Foglio, a Palazzo Chigi la mattina del 20 aprile non sapevano che il sindaco di Roma avrebbe annunciato, urbi et orbi, la costruzione del “magico impianto” dopo anni di immobilismo e di ambientalismo ideologico. La panacea contro il principale male di Roma: i rifiuti. 


La norma per autorizzare il sindaco era in scrittura negli uffici legislativi del governo e sarebbe entrata nel decreto approvato lunedì. All’articolo 13 si fa riferimento a poteri speciali per il sindaco di Roma. Con cui, in quanto commissario del Giubileo, può derogare al piano dei rifiuti della regione Lazio che non prevede termovalorizzatori. Un inciso: lo strumento legislativo è un modo per aiutare anche Nicola Zingaretti. Il presidente del Lazio è a favore di questa tecnologia, ma governa con il M5s. Dunque in Aula non avrebbe i voti per cambiare il piano, salvo affidarsi all’opposizione, dunque al centrodestra (un salto nel buio).

La generosa fuga in avanti di Gualtieri crea però le conseguenze  sotto gli occhi di tutti. Il primo a voler risolvere in maniera strutturale il problema della monnezza nella capitale è proprio Draghi, che è romano e molto attaccato alla sua città. Ma tutto questo non evita il pasticcio nel triangolo Campidoglio –regione–Palazzo Chigi. Questione di tempi politici. E c’entra anche Enrico Letta. Il segretario del Pd è il primo, la mattina del 20 aprile, a benedire l’iniziativa di Gualtieri: “L’obiettivo è finalmente quello di risolvere una volta per tutte il problema. Avanti!”, twitta alle 12.35.

Oggi, davanti  a un decreto che ancora non si sa come andrà a finire una volta approdato alle Camere, anche dal Nazareno ammettono che, posta la bontà indiscutibile dell’azione del comune, “è mancata un po’ di tattica”. In poche parole dal governo si aspettavano un altro percorso. L’annuncio del Comune sarebbe dovuto arrivare dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto. Non prima. Un modo per togliere un argomento al M5s che invece lette e viste le dichiarazioni e le interviste di Gualtieri nelle ultime due settimane è salito sull’Aventino al momento di scegliere cosa fare davanti al dl: “Noi ci asteniamo”. Cosa si rischia in Parlamento adesso? “Non credo che ci saranno problemi: la mossa del sindaco e il voto del Consiglio comunale a sostegno dell’opera hanno convinto il governo e spingeranno le Camere verso il sì definitivo”. Sarà. Tanto ormai il patatrac c’è stato. E non muta, comunque, l’idea di Draghi sul termovalorizzatore: va fatto, va risolto il problema capitale.  Ma che garbuglio. Ancora una volta i rapporti fra Palazzo Chigi e il Campidoglio appaiono essere di buon vicinato, ma senza eccessi. Lo dimostra anche il dpcm sulla società del Mef, Giubileo 2025, che gestirà 1,4 miliardi di euro per migliorare la città. Il testo è pronto – Matteo Del Fante di Poste sarà presidente della società – ma ancora non vede la luce. “I tempi li dettiamo noi”, dicono da Palazzo Chigi.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.