L'intervista

Alfieri (Pd): "Draghi al Colle? Da noi di Base riformista nessuna preclusione"

L'area di Base riformista conta circa cinquanta voti per eleggere il Capo dello stato. I messaggi alla sinistra del Partito democratico

Simone Canettieri

Il senatore dem coordinatore della corrente di Guerini e Lotti: "Da D'Alema una caduta di stile. Il premier è una figura che va preservata"

Alessandro Alfieri è un senatore del Pd ma anche, e soprattutto, il coordinatore di Base riformista, la corrente dem guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti che conta più di cinquanta voti per il Capo dello stato.

Ecco Alfieri, il no di Massimo D’Alema all’elezione di Mario Draghi al Quirinale è al contrario un motivo in più per voi per votare il premier al Colle?

“D’Alema ha commesso un errore. Non bisogna rimanere ancorati a rancori passati. Noi guardiamo avanti. Ora però evitiamo di legare questa caduta di stile al tema delicatissimo del Quirinale”.

D’accordo,  Enrico Letta riunirà il Pd il 13 gennaio, ma a oggi qual è la posizione di Br sull’ipotesi Draghi al Quirinale? Deve rientrare in un accordo più ampio anche con chi gli dovrà succedere a Palazzo Chigi?

“Siamo tutti impegnati a sostenere dentro il Pd un percorso ordinato. Con i tempi giusti  e con il pieno coinvolgimento dei gruppi parlamentari. Dove i riformisti sono tanti e, a maggior ragione per questo, sentono la responsabilità di contribuire alla scelta migliore per il Pd e soprattutto per l’Italia. Partendo da tre punti fermi”.

Quali?

“Preservare la figura autorevole di Mario Draghi, garantire la continuità dell’azione di governo in una fase ancora di emergenza e costruire il consenso più largo possibile sulla figura del nuovo presidente”. Draghi secondo lei dovrebbe essere eletto alla prima chiama dalla maggioranza che adesso lo sostiene al governo oppure si può trovare un accordo “con chi ci sta” a partire dalla quarta? “L’autorevolezza di Draghi lo rende figura verso la quale non ci possono essere preclusioni. Ma, come dicevo prima, va preservato. Così come deve essere preservata l’ambizione per un’azione di governo efficace e responsabile”. E quindi? “E’ ancora presto per definire tattiche, aspetto che peraltro vale per ogni possibile ipotesi in campo”.

Lorenzo Guerini, ministro della Difesa e leader di Base riformista, ha solide posizioni atlantiste. Un eventuale successore di Draghi per lei dovrà stare dentro a perimetri geopolitici chiari? Possiamo dire che questa sarà un precondizione?

“Draghi è solidamente atlantista ed europeista. Come Pd abbiamo sempre auspicato che i ruoli apicali delle istituzioni repubblicane fossero saldamente ancorati a questo campo”.
 

Scusi Alfieri, ma se non si trovasse un’intesa su Draghi al Colle, il governo correrebbe dei rischi. E soprattutto: esiste un piano di B che rappresenti l’unità istituzionale di una figura super partes evocata da Sergio Mattarella? Ecco, Silvio Berlusconi secondo lei rientra in quest’ultimi parametri?

“Silvio Berlusconi è leader di un partito e dal 1994 fino a poco tempo fa è stato indiscusso capo del centrodestra. Basterebbe questo per capire che una figura divisiva come la sua non possa evocare l’unita nazionale. Ci sono invece figure autorevoli che hanno le caratteristiche per incarnarla, garantendo stabilità al paese in una fase così delicata”.  

Ma il possibile ritorno di D’Alema  nel Pd  potrebbe provocare l’uscita di Base riformista   per seguire magari il disegno di Matteo Renzi di un grande polo centrista e riformista?

“Molti di noi hanno fondato il Pd.  E’ la nostra casa. Un partito che è quanto più unito quanto più riconosce il suo pluralismo. Stiamo dando una mano al lavoro del segretario, stiamo lavorando attivamente nelle istituzioni e vogliamo essere protagonisti della costruzione del Pd che parla alle nuove generazioni”.

D’Alema, Bettini, Conte: c’è una nuova ditta giallorossa all'orizzonte dopo l'elezione del Capo dello stato?

“Francamente questa è una cosa che col Pd non c’entrerebbe nulla. Io vedo invece la necessità di un Pd sempre più unito e plurale che affronti insieme le sfide decisive per futuro del Paese”.
   

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.