Il racconto

Salvini e Meloni perdono e danno la colpa al "clima". Viaggio nel comitato sottosuolo

Non sono impresentabili, ma di carta

Carmelo Caruso

Il leader della Lega parla da Catanzaro, quella di Fratelli d'Italia solo a tarda sera. Per entrambi è colpa della Lamorgese e della caccia ai fascisti. Il comitato di Michetti è inesistente: stanze vuote, volantini mai distribuiti

La cosa più vera che possedevano erano i candidati che erano finti. Non ha perso la destra “peggiore di sempre”. Ha perso qualcosa di più sgangherato, di più comico e dunque  perfino di più tragico. E’ la destra di “cartongesso”, quella che spaccia il cartone per il legno, che lucida i vecchi slogan e li vende come inediti. E’ la destra “stangata” che ha il suo “centro scommesse”, a Roma, alla Garbatella, con Enrico Michetti al posto del raggirato Lonnegan.
 

Matteo Salvini e Giorgia Meloni, e sono le 17, quando tutto è già chiaro, si sono infatti dileguati lasciando Michetti nella parte del bullo, il dritto preso in giro, il furbo turlupinato dai compari. Si presenta alle 18 intabarrato e marziale e dice che “l’esito è laconico”. Non è mai stato un’autentica minaccia e non è mai stato un fascista e neppure un razzista. Semplicemente non è mai stato preso sul serio.

 

I romani si sono divertiti per un turno. Oggi, c’è chi pensa, a ragione, che “alla fine è meglio lui di chi lo ha scelto”. A Trieste, unica grande città dove la destra ha vinto, il sindaco Roberto Dipiazza non è stato in realtà indicato. Si è imposto per carisma ed esperienza. Con quale coraggio Salvini e Meloni ne rivendicano la vittoria? Salvini, che parla in diretta da Catanzaro, continua a sostenere di avere vinto e che quelli che hanno vinto davvero (Gualtieri a Roma, Lo Russo a Torino) sono stati “votati da una minoranza di una minoranza”. Ormai è capace di dire che due più due fa cinque e che chi osa dire “no, fa quattro” non è altro che un agente infiltrato di Luciana Lamorgese.

 

Delle sconfitte, che non riesce a chiamare sconfitte, dà la colpa al “clima”, alla “caccia contro i fascisti”, “al partito dell’astensionismo” e alla solita ministra dell’Interno che è ormai è la sua nuova Fornero. Al comitato elettorale di Michetti nessuno sa invece dove sia finita la leader di FdI. Paolo Trancassini, l’uomo che ha scoperto il Mario Appelius di Radio Radio, questo Alberto Angela “alla giudìa”, dichiara “di non avere notizie”, di “non sapere cosa farà Giorgia”. Si scommette su una sua apparizione a via della Scrofa: “Nel caso come se fa?”, si chiedono i cronisti. Alle 14, il fratello d’Italia, Trancassini, e non è ancora finita, dice che “la vera bestia è stata l’astensionismo”, che è sempre l’usato sicuro dei perdenti, la frase rifugio nel fallimento. Non è altro che il tentativo del centrodestra di subaffittare la sconfitta così come avevano subaffittato i candidati, le stanze di questo sottocomitato, di questo sottoscala.

 

Le televisioni, che ovviamente conoscevano il risultato, hanno investito su Gualtieri. Le vittorie sono sempre più facili da raccontare. Le sconfitte vanno riempite di dettagli. Al comitato di Michetti mancano i frigoriferi e quindi manca lo spumante. La macchinetta del caffè è solo una ed è così nascosta che bisogna cercarla. Non serve stare svegli. Un giornalista della Rai chiede di essere adottato da un giornalista della carta stampata: “Mi aiutate? Trancassini, chi? Mi serve una dichiarazione. Almeno una. A chi chiedo?”.

 

Nessuno conosce nessuno. Neppure i giornalisti, i cameramen che fanno amicizia per la prima volta e si scambiano i numeri di telefono. La verità è che la destra non ha mai creduto di vincere. Basta entrare in questa sede romana per capirlo. Se non vincono non è perché, come ha detto la Meloni, verso sera quando è arrivata, “siamo stati demonizzati”; “questa campagna elettorale è stata una lotta nel fango”; o “perché la sinistra ha creato dei mostri inesistenti”. Non vincono perché si rifugiano negli scantinati, perché il loro progetto è di cellophane come lo sono queste stanze. Sono vuote come lo è adesso il loro orizzonte.

 

Ogni partito della coalizione ne possiede una, ma basta buttare un occhio per capire che nessuno ci è mai entrato, si è seduto, ha ragionato o ancora meglio litigato. In una ci sono scatole di volantini “Vota Michetti” che non sono mai stati distribuiti. I tavoli sono accatastati come si accatastano nelle cantine i mobili che non servono. Sembra tutto preso in prestito, proprio come hanno preso in prestito Michetti a Roma e Bernardo a Milano. La stanza della Lega, confida un ragazzo dell’organizzazione, non è mai stata aperta. I pc sono di scena. I televisori sono accesi come li tengono accesi i sonnambuli per aiutarsi e prendere sonno. Non si sa neppure dove siano i bagni. I telefoni non prendono: “Purtroppo è un seminterrato, ma se vuole può chiamare con il wi fi”.

 

Avete capito adesso perché hanno perso? Non sono pericolosi. Sono solo di cartone.

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.