La libertà e l'indignazione

Perché le femministe non hanno il coraggio di dire je suis Mila

"Je suis Milà o je suis Murgià?"

Claudio Cerasa

Forti con i deboli, deboli con i forti. Il caso della ragazza francese minacciata di morte dopo la lite con un coetaneo musulmano. La tragedia di Saman e l’indignazione che non c’è quando la libertà è più difficile da proteggere

Il punto in fondo è tutto lì: je suis Milà o je suis Murgià? Mila, ormai lo sapete, è una liceale omosessuale divenuta famosa in Francia per via di una storia dai contorni drammatici. Nel gennaio del 2020, più di un anno e mezzo fa, Mila litiga in modo irruente sul suo profilo Instagram con un coetaneo. E a seguito del litigio (il coetaneo di Mila è un musulmano, ha ricevuto un no da Mila ad alcune avance sessuali e ha risposto al no di Mila invocando su di lei la solenne punizione e la solenne maledizione di Allah) la ragazza francese rivolge parole durissime al coetaneo usando espressioni volgari nei confronti dell’islam e di Allah. Da quel giorno la ragazza, pur avendo rimosso il video su Instagram e pur avendo chiesto scusa per il banale litigio via social, ha iniziato a ricevere minacce di morte quotidiane, ha dovuto cambiare molte scuole, ha dovuto cambiare indirizzo, ha dovuto cambiare vita e ha cercato di difendere se stessa diffondendo per quanto possibile gli screenshot delle minacce che continua a ricevere quotidianamente (e in Francia, lo sappiamo, le minacce dei fondamentalisti islamici sono qualcosa di molto serio, vedi il caso del professor Samuel Paty, decapitato in strada dopo aver mostrato ai suoi studenti alcune caricature del profeta Maometto).

 

La storia di Mila – che da mesi vive sotto scorta ventiquattro ore su ventiquattro in una località segreta – da più di un anno ha coinvolto emotivamente l’opinione pubblica francese e la ragione per cui oggi ne parliamo deriva da alcuni fatti di cronaca importanti. Il primo, come ha ricordato giorni fa Giulio Meotti sul Foglio, è collegato al processo cominciato la scorsa settimana contro tredici persone accusate di cyberbullismo e di minacce di morte nei confronti di Mila, durante il quale l’avvocato dell’adolescente dell’Isère, Richard Malka, ha detto che all’interno di questo processo “Mila parlerà del modo in cui si vive quando si ricevono 100 mila messaggi di odio e di morte”.

 

Il secondo fatto è collegato a ciò che questo processo significherà per la Francia, e il senso dell’iter giudiziario è stato così sintetizzato da Mila in un tweet: “Conto sulla giustizia per condannare con forza chiunque minacci di impedire le critiche all’islam”. Il terzo fatto è legato alla circostanza interessante che ha scelto di essere a fianco di Mila anche il presidente francese Emmanuel Macron, secondo il quale il caso della ragazza francese è un caso che ci ricorda come in Francia la legge sia chiara: “Nel nostro paese – ha detto Macron – esiste il diritto alla blasfemia ed esiste il diritto di critica della religione”.

 

Il quarto fatto interessante riguarda un tema che ci permette di atterrare in Italia e che si collega a una storia anch’essa drammatica con cui abbiamo fatto i conti negli ultimi giorni nel nostro paese e che ha coinvolto Saman Abbas, la ragazza di origini pachistane probabilmente uccisa dai propri famigliari, in provincia di Reggio Emilia, per aver rifiutato un matrimonio combinato con un cugino in Pakistan, punita per il suo  “allontanamento dai precetti dell’islam” (così scrivono gli inquirenti).

 

Il caso Abbas ha indignato l’opinione pubblica italiana meno di un qualsiasi altro caso di femminicidio e si capisce che indignarsi per un italiano che uccide un’italiana è più semplice che indignarsi per un uomo islamico che uccide una donna che probabilmente si voleva ribellare ad alcuni precetti dell’islam. Annalena Benini, su questo giornale, la scorsa settimana ha mirabilmente ricordato che il femminismo non esiste più se non si occupa di Saman Abbas “e del suo coraggioso, limpido e solitario tentativo di salvarsi e di vivere la vita che ha scoperto negli occhi e nelle giornate delle ragazze e dei ragazzi di questo paese: Saman voleva questa vita e ne aveva diritto”.

 

Lo stesso ragionamento, in queste ore, lo stanno compiendo in Francia alcune osservatrici di talento che di fronte al caso di Mila, una donna minacciata ogni giorno nel migliore dei casi di stupro e nel peggiore dei casi di morte, si chiedono come diavolo sia possibile che il femminismo, in Francia, sia così attivo nel denunciare le oscenità del catcalling e sia invece così passivo di fronte alle oscenità del caso Mila. Elisabeth Badinter, scrittrice e filosofa, si è detta scioccata per la mancanza di sostegno a Mila da parte delle femministe (“Mila sarebbe forse meno il simbolo della nostra impotenza se venisse difesa con decisione”) e lo stesso si è chiesta venerdì scorso sul Point la giornalista Peggy Sastre, che in modo spietato ha offerto una chiave di lettura interessante per spiegare il silenzio delle femministe: “Il caso Mila ha messo in luce la tendenza di alcune femministe francesi a essere forti con i deboli e deboli con i forti”.

 

La domanda di Sastre è dunque più che mai legittima: “Come mai le stesse persone che si erano ammassate nel febbraio del 2020 alla Salle Pleyel di Parigi per protestare, durante gli Oscar francesi del cinema, contro la nomination a Roman Polanski erano invece assenti il 3 giugno durante la prima udienza pubblica contro i persecutori di Mila?”. E, continua Sastre, come è possibile rimanere inermi di fronte al caso di una ragazza che, neppure maggiorenne, si è ritrovata infilata in un vortice infernale fatto di molestie sessuali minacciate, insulti omofobici, minacce di omicidio e di stupro?

 

La ragione di questi silenzi, la ragione dell’indifferenza, la ragione della timidezza che vi è anche in Italia per casi come quelli di Mila che dovrebbero indignare non solo le femministe ma anche le comunità Lgbt è purtroppo scontata. Le minacce di femminicidio fanno notizia solo quando queste ci costringono a fare i conti con le libertà facili da proteggere. Forti con i deboli, deboli con i forti. Je suis Milà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.