Sulla gogna Di Maio si è scusato. E i giornalisti quando lo faranno?

Claudio Cerasa

Fango e politica. L'ex leader del M5s ha chiesto scusa e i giornali lodano da giorni la svolta "anti giacobina" del ministro.  Bene. Resta solo un piccolo problema: quand’è che, sulla gogna, chiederanno scusa anche i giornalisti?

La svolta garantista di Luigi Di Maio, consegnata giorni fa a questo giornale, è stata accolta con un tono quasi liberatorio da molti quotidiani e da molti osservatori. Il commento è stato pressoché unanime. Che bravo Di Maio. Che passo importante. Che svolta coraggiosa. Che gesto apprezzabile. Sulla Stampa di domenica 30 maggio, il direttore Massimo Giannini ha elogiato il passo in avanti fatto da Di Maio per aver “denunciato il M5s per l’uso della gogna come strumento di campagna elettorale”.

 

“Qui – scrive Giannini – non c’è la banale ammissione di un errore politico: c’è piuttosto la negazione di un principio costitutivo dei Cinque stelle”. Il giorno prima, su Repubblica, Stefano Folli ha scritto che “quella di Di Maio è, se si vuole, una prova di maturità”. Lo stesso giorno, su Repubblica, Concita De Gregorio ha scritto che quello di Di Maio è “un documento di capitale importanza”.

 

E il giorno dopo, sul Messaggero, Carlo Nordio ha elogiato Di Maio per aver “recitato un salmo penitenziale per il suo regresso giacobinismo”.

 

Giornali e osservatori hanno dunque apprezzato, chi più chi meno, il “passaggio d’epoca” contenuto nella lettera del ministro degli Esteri. E d’un tratto il sistema mediatico italiano è apparso essere, come per magia, un raffinatissimo club formato da splendide anime garantiste, desiderose di poter accogliere finalmente tra loro un nuovo iscritto al partito dell’anti giustizialismo.

 

Ma è davvero così? Angelo Panebianco, editorialista del Corriere, ha scritto con molta saggezza, sempre riguardo alla lettera di Luigi Di Maio, che rispetto al tema del giustizialismo “il M5s non è una causa, ma è un effetto”.

 

“E’ – ha scritto Panebianco – perché in ampi settori dell’opinione pubblica era radicata quella visione forcaiola che i 5 stelle hanno avuto successo, sono diventati addirittura il primo partito alle ultime elezioni: ignora la storia e scambierai le lucciole per lanterne, le cause per gli effetti”. Panebianco ha certamente ragione, così come hanno ragione nelle loro analisi anche Giannini, Nordio, Folli e De Gregorio, ma quello che forse manca nel perfetto intervento dell’editorialista del Corriere, come in quello di altri osservatori, è provare a capire l’effetto di cosa è stato  il grillismo. Il giustizialismo osceno, “disdicevole” per dirla alla Di Maio, del M5s al contrario di quello che si potrebbe credere non è stato e non è come un meteorite caduto per caso sulla terra (ehi tu, che ci fai qui?) ma è stato qualcosa di più simile a un fungo cresciuto su un terreno già concimato per benino a colpi di letame.

 

Si può dire che buona parte del letame sia stato spalmato sul terreno di gioco dai partiti che hanno alimentato il circo mediatico-giudiziario utilizzando il lavoro della magistratura in modo improprio, trasformandolo in un surrogato delle proprie battaglie politiche. Certo, in parte è vero. E in parte è così. Ma se si vuole affrontare davvero il tema sollevato da Panebianco, non confondere cioè le cause con gli effetti, bisognerà pur avere il coraggio di dire che a chiedere scusa oggi per tutto ciò che è stato fatto sul giustizialismo in Italia non dovrebbero essere solo i colleghi di Di Maio ma dovrebbero essere molti colleghi giornalisti che negli ultimi anni hanno contribuito a vario titolo a spianare la strada al giustizialismo veicolato dai manettari di turno. Lo hanno fatto trasformando le accuse in condanne. Lo hanno fatto trasformando i sospetti in sentenze. Lo hanno fatto trasformando ogni indagato in un colpevole fino a prova contraria. Lo hanno fatto trasformando i magistrati in custodi più del codice morale che del codice penale.

 


Lo hanno fatto trasformando ogni intercettazione penalmente irrilevante in un’arma utile da utilizzare contro il proprio avversario di turno. Lo hanno fatto trasformando il garantismo in un sinonimo di impunitismo. Gaia Tortora, giornalista di La7, giovedì sera da Corrado Formigli, a “Piazzapulita”, ha ragionato insieme con altri colleghi su questo tema. “Chi dobbiamo rieducare noi, caro Corrado? Davvero – ha detto Gaia Tortora – il problema è solo dei Cinque stelle? No, non è un problema solo dei Cinque stelle. E’ un problema anche di informazione. Perché questa grancassa la facciamo noi. E quando noi scriviamo del caso Uggetti senza avere magari tutte le competenze, tutti i verbali, tutti i riscontri, ce lo chiediamo o no che quel signore lì ha una moglie, ha dei figli, qualcuno che va a scuola: lo vogliamo capire oppure no? Quindi non facciamo finta che l’informazione non c’entri”.

 

E’ positivo, e persino commovente, che le scuse di Di Maio siano state accolte dai giornali italiani come un gesto liberatorio. Ma le reazioni al gesto politicamente dirompente dell’ex leader del M5s costringono a porsi una domanda semplice, per quanto questa possa apparire come sgradevole. La domanda è una ed è semplice: se Di Maio ha fatto bene a dare un calcio al giacobinismo, chiedendo scusa, i giornali e i giornalisti che lodano la svolta di Di Maio non farebbero un buon servizio chiedendo scusa (come per esempio ha fatto Alessandro Sallusti, che si è scusato per aver trasformato in un mostro Uggetti, e come ha fatto sempre giovedì sera scorso Formigli, che si è scusato per aver, tempo fa, costruito una diretta con Alessandro Di Battista, accettando di intervistare l’ex capopopolo del M5s davanti al famoso manifesto sulla “Piovra del Pd”) per tutte le volte che, nel passato, hanno trescato con il giustizialismo giacobino, alimentando la stessa gogna a cui si sono abbeverati i grillini?

 

In una celebre conversazione avuta anni fa da Stefano Ricucci con alcuni imprenditori, l’ex immobiliarista romano accusò i suoi compagni di sventura di voler, ricorderete, “fare i froci col culo degli altri”. Per non essere accusati un domani dello stesso particolare atteggiamento, sarebbe bello se i giornali e i giornalisti italiani, dopo avere fatto i conti con le scuse di Di Maio, facessero i conti con le scuse che ancora mancano: le loro, oh yes. Claudio Cerasa

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.