Incastrati a destra

Perché Salvini e Meloni se le danno di santa ragione sulle città   

Salvatore Merlo

Il leghista le regala il rosario, lei vuole a Roma un candidato per battere la Lega (ma forse non la sinistra).  Sta diventando una soap

Il gesto distensivo è il rosario di Fatima che Matteo Salvini regala a Giorgia Meloni appena inizia la riunione per decidere i candidati alle amministrative. Milano, sì, anche. Ma soprattutto Roma. Sorrisi, moine, cortesie introduttive. Diffidenza di fondo. Niente di fatto. Ancora. Il gioco di Salvini era e rimane quello di prepararsi a scaricare su Meloni la colpa di un’eventuale sconfitta. Ieri il leghista ha parlato pochissimo, lasciando che fosse Antonio Tajani a obiettare. Provocazioni, divagazioni, tattiche competitive. Così il gioco di Meloni si compone nell’equilibrio complicato di candidare a Roma una persona che arrivi al ballottaggio. E che magari non vinca per forza (governare Roma è un incubo). Ma riuscirà a imporlo? E quando? Quando sarà troppo tardi? Enrico Michetti, il professore di Diritto amministrativo, il vicino d’ombrellone di sua sorella Arianna, è la persona sulla quale insiste. “Ma si può sapere chi è?”, le chiedeva Tajani. E Meloni: “E’ uno con un curriculum mondiale”. La verità è che tra i sondati da FdI nessuno era disposto a candidarsi, e i politici non sono mai stati una opzione. Nella Lega raccontano che sul serio Salvini aveva parlato con Massimo Giletti, che ci aveva pensato “per dieci giorni”. E Meloni lo avrebbe accettato. Così come lei stessa aveva fatto sondare imprenditori e rappresentanti di categoria. Ma niente. Solo rifiuti. Troppo rischioso  amministrare Roma. La città che divora i suoi sindaci con opprimente rapidità. Perché mai un uomo con un lavoro, un’azienda, uno studio professionale, una carriera da tribuno televisivo, dovrebbe immergersi nelle acque agitate della città cannibale? Il sindaco di Roma guadagna 5.000 euro al mese. Il più insignificante dei deputati prende il doppio. E non ha la metà delle preoccupazioni. Non riceve due avvisi di garanzia per abuso d’ufficio all’anno.

 

Così ieri sera è andato in scena il penultimo atto di questa ricerca impossibile in cui i calcoli personali e le ambizioni contrapposte di Salvini e Meloni complicano le cose. Michetti sì, no, forse. Il capo della Lega si frega le mani alla sola ipotesi di poter dire a un certo punto alla sua socia-avversaria: te l’avevo detto che il candidato era sbagliato, è colpa tua, ci hai fatto perdere tempo e hai rifiutato Bertolaso. Ma la leader di Fratelli d’Italia, che vendemmia sondaggi e si sogna al governo del paese, insiste sul professore. Anche se gli altri le dicono che perderebbe le elezioni. Ma forse nessuno in realtà avrebbe da disperarsi in una sconfitta onorevole a Roma. Per le politiche si vota nel 2023: sicuri che avere un sindaco immerso fino al collo nei guai di una città a pezzi, tra autobus che esplodono e voragini che inghiottono le automobili per strada, sia di buon auspicio per chi si candida a governare l’Italia? I più pragmatici e cinici, intorno alla Meloni, dicono che Michetti sarebbe abbastanza forte, con il 30 per cento del centrodestra, per arrivare al ballottaggio. Ma forse non abbastanza forte da vincere anche al secondo turno. Potrebbe non essere un dramma. Purché si decida qualcosa. 

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.