Il Ministro per la transizione ecologia Roberto Cingolani (foto Mauro Scrobogna /LaPresse) 

l'intervista

Il ministro Cingolani al Foglio: “Senza riforme si cade”

Claudio Cerasa

"Frenare? Il Pnrr è un contratto che si rispetta. L’ambientalismo? Basta difese dello status quo. Termovalorizzatori e mini nucleare? Non servono i tabù". Intervista al ministro della transizione ecologica 

"È l’approccio che deve cambiare: per anni, la difesa dell’ambiente è stata trasformata, mi verrebbe da dire spacciata, per una difesa dell’esistente ed è stata trasformata in qualcosa da mettere in contrapposizione con il progresso, con la crescita, con il benessere. L’approccio nuovo, quello che stiamo tentando, penso possa essere questo: fare dell’ambiente un volano della crescita, non della decrescita, e superare la stagione in cui difendere l’ambiente coincideva con il dire no a tutto e coincideva non con il sostenere la crescita ma con il mantenere le cose come stanno. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è stato costruito anche seguendo questo spirito: mettere la protezione dell’ambiente non al servizio dello status quo ma al servizio dell’innovazione e dunque della crescita”.

 

Roberto Cingolani, ministro per la Transizione ecologica, lo dice tutto d’un fiato, lo dice con convinzione e lo dice in un momento importante per la vita del governo di cui fa parte: entro il mese di maggio, l’esecutivo guidato da Mario Draghi dovrà mettere a terra il pacchetto di semplificazioni che proverà a rendere più fluidi i molti colli di bottiglia che da anni tengono in ostaggio l’Italia e il ministro Cingolani sa che tra le semplificazioni più importanti e forse più divisive che accompagneranno il Pnrr ce ne sono alcune che riguardano la sua sfera di influenza e sa che senza diluire quei colli di bottiglia, senza allentare alcuni vincoli, senza lavorare ad alcune deroghe sarà difficile, nei prossimi anni, fare quello che il Pnrr chiede: spendere un euro su tre che arriveranno dall’Europa in progetti che hanno a che fare con la transizione ecologica.

 

Dunque, che fare? “Abbiamo scelto di scommettere sull’idea di sostenibilità piuttosto che su quella di mantenimento anche per esprimere una volontà precisa. Mantenimento significa lavorare per mantenere le cose come stanno. Sostenibilità significa lavorare affinché tutti gli attori coinvolti in un processo facciano uno sforzo per sostenere il cambiamento. E cambiamento non vuol dire altro che questo: fare uno sforzo, tutti insieme, e sfidare lo status quo”. Già, ma come? “Fare uno sforzo tutti insieme significa prendere atto che la difesa dell’ambiente non è incompatibile con la difesa del benessere e significa affermare un principio molto importante: per far fare un passo in avanti all’Italia occorre che ognuno faccia un passo indietro e occorre che qualcuno allenti le catene che tengono a freno il nostro paese”.  Per essere più concreti potremmo dire che allentare alcune catene può significare trovare un modo, per esempio, per velocizzare le procedure di impatto ambientale e per rendere più rapide le autorizzazioni paesaggistiche. È questo che farà il governo?


 “È quello a cui stiamo lavorando. Il Pnrr impone a tutti noi uno scatto di qualità. E un paese che sposa grandi target internazionali, come la decarbonizzazione totale nel 2050, e che se ne fa promotore attivo deve riconoscere che il principio del Nimby, not in my backyard, non è un motore dell’ambientalismo, ma è al contrario un problema, un danno, un guaio da risolvere e da estirpare. La transizione ecologica apparentemente piace a tutti. Ma la verità è che questo processo può essere anche traumatico, può costringere qualcuno a rinunciare a qualcosa e può spingere alcune realtà a dover accettare di non far più coincidere la parola immobilismo con quella dell’ambientalismo. Ambientalismo è crescita, è creazione di lavoro, è progresso, non è decrescita”.

 

Essere a favore della crescita, ministro, significa essere anche a favore di una svolta sui tempi delle realizzazioni delle opere. A parole suona bene, ma in pratica come si fa? “Sull’ambiente, le perdite di tempo non saranno più ammissibili e non dovrà più essere accettabile che vi sia qualcuno che renda impossibile l’installazione di un impianto per le rinnovabili con giustificazioni arbitrarie. Lo stesso concetto vale per le verifiche di impatto ambientale. Non sono a favore di una deregulation spietata ma dobbiamo chiederci come sia possibile che vi siano alcune procedure per ottenere i permessi che durino anche 1.200 giorni. Fino a oggi, essere in ritardo non comportava alcun tipo di sanzione e il nostro paese si è potuto persino permettere di installare in termini di MegaWatt meno di quanto programmato a livello nazionale: dovevamo installare 6 GigaWatt (6 miliardi di Watt) l’anno, ne abbiamo installati solo 0,8. E questo ha avuto anche un riflesso internazionale: in paesi come la Spagna, più efficienti di noi in questo campo, se apri una gara per tre miliardi di Watt rinnovabile, ricevi offerte per nove miliardi. In Italia, se apri una gara per due miliardi di watt rinnovabile puoi ritrovarti con un quarto dell’offerta”.

 

E dove sarà la svolta, ministro? “La svolta è questa. Nel Pnrr abbiamo programmato di installarne dieci volte il numero di oggi: 8 miliardi all’anno per dieci anni. Se non lo faremo, non raggiungeremo il target di energia rinnovabile necessario a decarbonizzare entro il 2030 il 55 per cento rispetto al 1990, e non riceveremo i soldi che dovremmo ricevere. In più, dovremo trovare un modo affinché chi fa perdere tempo al paese, facendo perdere anche risorse, debba rispondere pubblicamente (e mi auguro anche di fronte alla legge) dei ritardi che ha contribuito ad accumulare. Quanto al governo, creeremo un modo per far sì che vi siano processi burocratici più snelli. E lo faremo come? Le ipotesi sono molte. Io mi auguro che molto venga accorpato e che molto venga ottimizzato quanto più possibile. Magari inserendo all’interno di un’unica commissione i processi autorizzativi, la valutazione di impatto ambientale, le autorizzazioni paesaggistiche. Si dovrebbe decidere una volta, tutto insieme, senza più perdite di tempo, e provando per quanto possibile a combattere, su questo terreno, la cultura del sospetto”.

 

In che senso? “Il presidente Mario Draghi ha ricordato spesso negli ultimi mesi che uno dei grandi problemi del sistema burocratico italiano è la paura della firma. Io penso che questo problema vi sia anche nel mondo dell’ambiente e penso che parte di questo problema derivi dal fatto che nel passato la proliferazione della cultura Nimby abbia trovato, nell’ambito del mondo della giustizia, un alleato prezioso nella cultura del sospetto. Su questo fronte si farà quel che si può, ma buona parte della svolta su terreni come questi ha a che fare più con rivoluzioni culturali che con rivoluzioni legislative”.

 

Rivoluzioni, già. Facciamo notare al ministro che all’interno del governo di cui fa parte vi è un pezzo della maggioranza, quella rappresentata dalla Lega di Salvini, che sul tema delle rivoluzioni legislative, sulle riforme, sembra avere intenzioni diverse rispetto a quelle del premier. Salvini, ricordiamo a Cingolani, ha detto che questo governo non sarà quello che farà le grandi riforme, e su questo punto Cingolani sembra essere ottimista. Almeno per due ragioni.

 

Prima ragione: “Il Pnrr è un contratto con un soggetto che ci finanzia, chiamato Europa, e se si vogliono i soldi che abbiamo detto di volere non c’è alternativa a fare tutte le riforme che abbiamo promesso di fare. Dopo di che non so bene quello che succede nei partiti, ma so bene quello che succede in Consiglio dei ministri. E qui posso dire senza dubbio che tra i ministri che fanno parte del Consiglio c’è la piena, totale e chiara consapevolezza che il Pnrr è come una bicicletta: se si smette di pedalare, il paese si ferma e i soldi non ci sono più. E chi non vuole fare le riforme è come se volesse togliere un po’ di terreno da sotto i nostri piedi e da sotto le nostre ruote. E quando si inizia a correre, e si prende velocità, rimanere senza attrito è particolarmente pericoloso”.

 

Accanto al Piano nazionale di ripresa e resilienza vi sono poi altri terreni da gioco interessanti su cui il governo ha scelto di muoversi, rispetto ai temi ambientali, e su almeno quattro questioni il ministro della Transizione ecologica offre risposte interessanti: nucleare, termovalorizzatori, Ilva, futuro della plastica. Sul primo punto, Cingolani ricorda che l’obiettivo della transizione ecologica è quello di promuovere un progressivo processo di decarbonizzazione e in questa ottica Cingolani dice che vi sono alcune frontiere del nucleare che non possono essere osservate con superficialità. “Se mi chiede cosa ne sarà del nucleare a fissione le rispondo che questo è un capitolo storico chiuso, per l’Italia, e anche molti paesi che lo utilizzano si stanno rendendo conto che questa tecnologia non ha futuro. Se mi chiede se vi sono delle opzioni per produrre energia attraverso il nucleare le dico di sì. C’è un’opzione da sogno, ancora lontana, che è quella del nucleare a fusione nucleare, che mi auguro che un giorno possa diventare realtà. C’è invece un’opzione ben più concreta che è quella che riguarda l’utilizzo dei mini reattori nucleari a fissione che sono quelli che vengono generalmente usati all’interno delle grandi navi, che producono poche scorie e che arrivano a produrre qualcosa come 300 MegaWatt. La Francia, insieme con nove paesi dell’est Europa, ha presentato una richiesta alla Commissione europea per capire se questi microreattori possono essere riconosciuti come sorgenti di energia verde. Anche John Kerry, l’inviato speciale degli Stati Uniti per il clima, mi ha raccontato, giorni fa, che l’America sta studiando con attenzione questa tecnologia, come possibile fonte di energia (rinnovabile) pulita anche fuori dal perimetro di una nave. Dovesse la Commissione europea considerarla una fonte di energia pulita, sarebbe nostro dovere fare una discussione e prendere in considerazione il mini nucleare. Anche qui occorrerebbe fare un’analisi accurata dell’impatto ambientale, dei costi e del rapporto vantaggi/svantaggi, senza nessuna ideologia”. 

 


La difesa dell’ambiente, dice insomma Cingolani, non è un tema ideologico, ma è un tema legato a un calcolo preciso di costi e opportunità. E lo stesso ragionamento, il ministro, lo fa quando parla di termovalorizzatori. A Cingolani facciamo notare che poche settimane fa l’Antitrust, nella sua relazione annuale, ha spronato il governo a una svolta sul tema della gestione dei rifiuti indifferenziati, ricordando che la corretta gestione di questi “difficilmente può prescindere da una omogenea diffusione sul territorio nazionale dell’impiantistica di termovalorizzazione”. Cingolani, anche su questo punto, tenta di disarmare lo scontro politico e usa alcuni numeri per dimostrare che dire di no ai termovalorizzatori è solo pura ideologia. “Il target di riferimento per l’Italia, sul terreno della raccolta dei rifiuti, resta quello dichiarato ufficialmente e concordato con la comunità internazionale: 65 per cento rifiuti riciclati, 10 per cento discarica, 25 umido. L’Italia è vicina a questi valori e ha regioni che sono fra le migliori d’Europa. Però ci sono aree in cui i rifiuti vengono giornalmente trasportati da grandi convogli di camion a grandi distanze per essere trattate. Occorre valutare se inquina di più un termovalorizzatore di nuova generazione e una gestione dei rifiuti che punta a portare l’immondizia a 500 o a 1.000 chilometri di distanza in discariche o in altri termovalorizzatori, e soprattutto per quanti anni. Occorre poi valutare l’impatto che una soluzione così potrebbe avere nella lotta alla criminalità organizzata per interrompere il traffico di rifiuti. Confermo che la costruzione dei termovalorizzatori non è una prerogativa del governo, ma questo non vuol dire che non si debba considerare una soluzione di questo tipo, qualora essa migliori per tempi sufficientemente lunghi i parametri ambientali e la vita dei cittadini”.

 

Su Ilva, il ministro si limita a dire che l’unica indicazione offerta dal governo in questa fase è quella di non ripetere più un errore commesso nel passato ed è quella cioè di accelerare la trasformazione dell’altoforno più grosso e più inquinante dell’impianto siderurgico di Taranto in un altoforno capace di passare dall’alimentazione a carbone all’alimentazione elettrica. L’obiettivo, anche qui, dice Cingolani, è la decarbonizzazione, che il ministro non esclude possa essere favorita anche da un sistema di carbon capture se falliranno le altre tecnologie di decarbonizzazione, anche se lo stesso ministro ricorda che nel Pnrr la carbon capture non c’è e non c’è ancora nessun piano per lo stoccaggio sotterraneo dell’anidride carbonica prodotta da lavorazioni industriali.

 

E lo stesso tentativo di disarmare il conflitto ideologico sui temi ambientali Cingolani lo offre su un tema delicato come il futuro della plastica. “Io – dice il ministro – forse vi deluderò ma credo che la produzione della plastica nel mondo abbia raggiunto dei numeri mostruosi. La massa di plastica che esiste sulla terra è superiore alla massa degli esseri umani del pianeta e considerando quanto è lungo il tempo della biodegradazione della plastica e considerando anche quanto lo smaltimento della plastica abbia un effetto reale sui nostri mari non è un tema che si può affrontare senza conoscere i numeri. Ma anche qui bisogna essere realistici: è possibile pensare a una guerra totale contro la plastica? La risposta è no. E’ possibile invece pensare a uno sforzo dai parte dei governi per incoraggiare la produzione di nuove plastiche costruite con materiali completamente riciclabili? Io penso di sì. Ma penso anche che su questi temi la Commissione europea dovrebbe essere più flessibile: non si può dichiarare guerra alla plastica e poi considerare plastica anche la plastica che viene prodotta con nuovi materiali. L’ambientalismo, su ogni fronte, lo si può o lo si deve coltivare con pragmatismo. Le ideologie possono essere rassicuranti, ma di solito un eccesso di ideologia, sui temi ambientali, porta allo status quo. Nel nostro piccolo, proveremo a dare una scossa. E vedrete: ci riusciremo”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.