Da Roma ladrona a Roma padrona

Attirare i talenti si può. Cosa insegna a Roma il caso Mourinho

Claudio Cerasa

Perché l’arrivo dello Special One costringe la classe dirigente della Capitale a scegliere tra modello Pupone e modello Mou

L’imminente arrivo a Roma di un ciclone chiamato José Mourinho porta con sé, come è naturale che sia, un numero spropositato di simbologie sportive destinate a riaccendere nella testa dei tifosi  sogni di gloria non troppo differenti rispetto a quelli che i sostenitori della Roma, generazione speravo de morì prima, avevano smesso di coltivare dal giorno dell’addio al calcio di Francesco Totti. Il lato sportivo, oltre che quello filosofico aggiungerebbe Maurizio Crippa, è il lato certamente più importante relativo all’atterraggio imminente nella Capitale dell’allenatore del Triplete ma non è naturalmente l’unico. E se si ha la pazienza di ragionarci per un istante si capirà che l’arrivo di Mourinho a Roma ha un’importanza notevole, per la città, anche per ragioni del tutto diverse da quelle sportive.

 

Dopo anni di talenti, di cervelli e di capitali in fuga disperata da Roma – negli anni della Raggi le aziende che hanno trasferito parte delle proprie attività fuori da Roma sono tantissime, da Sky a Mediaset passando per Esso, Opel, Total, Consodata, Baxalta, Mylan, Wind Tre e Almaviva – l’arrivo di Mourinho rappresenta il primo caso di un talento internazionale e cosmopolita che piuttosto che portare il proprio malloppo il più possibile lontano dalle sabbie mobili romane sceglie sorprendentemente di puntare tutte le sue fiche nella Capitale.

 

Il calcio è un mondo diverso da quello politico e nulla c’entra con la politica l’arrivo di Mou a Roma. Eppure, sempre giocando con i simboli, è difficile negare che per Roma, oggi, non vi sia un’opportunità simile a quella tentata dalla Roma calcio: tornare a essere un po’ meno cialtrona e semplicemente un po’ più attrattiva. Il passaggio della Capitale d’Italia dall’immagine di Roma ladrona a quella di Roma padrona è un passaggio cruciale che non dipenderà solo dalla scelta del prossimo sindaco (alternative a Raggi: fare presto) ma che dipenderà in buona parte dalla capacità della classe dirigente della Capitale di ispirarsi un po’ meno al magico provincialismo immobile incarnato dal modello della Roma Pupona e un po’ più al rischioso e vivace cosmopolitismo incarnato dal modello Mourinho.

 

Essere cosmopoliti significa mettere a disposizione tutte le proprie energie per rendere Roma un posto finalmente accogliente, significa far tesoro di disastri come quelli dello stadio per imporre alla politica meno incertezza e tempi certi, significa fare di tutto per non restare più silenti di fronte alle inefficienze della città, significa fare di tutto per non fare dei casi Netflix (che ha aperto la sua sede italiana a Roma) e dei casi Bulgari (che due anni fa ha investito negli hotel di lusso a Roma) delle semplici primule, significa fare di tutto per mettere i propri galloni al servizio non dell’interesse particolare ma di quello comune e significa far tesoro il più possibile di quell’incredibile tesoretto che rappresenta per Roma il governo Draghi. Un tesoretto che vale non solo dal punto di vista strettamente economico (la gestione del Recovery passa da Roma, ops, non da Milano) ma che vale anche dal punto di vista strettamente politico se si considera che opportunità incredibile sia per la classe dirigente romana avere a che fare per un arco di tempo non necessariamente breve con una serie di personalità più vicine all’idea di cosmopolitismo che a quella del generone arrivate nei palazzi del potere (ministri, staff, consiglieri, capi di gabinetto) per provare a dare il proprio contributo all’esperienza del governo Draghi.

 

Per fare questo, ovviamente, emanciparsi dal populismo grillino è certamente un passo necessario che resterà però non sufficiente se Roma non si doterà di anticorpi capaci di fare della città eterna qualcosa di diverso dalla città dell’immobilismo, del non cambiamento, della non innovazione e dell’eterna occasione persa. E per quanto possa apparire brutale, il futuro di Roma passa da una scelta precisa: scegliere se passare dal modello Pupona al modello Mourinho. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.