Il caso

Superlega, Draghi contro le élite: "A rischio tutto il sistema calcio"

Il premier telefona a Gravina e poi contesta pubblicamente il progetto di Juve, Inter e Milan. Ma il governo ha le mani legate

Simone Canettieri

Da destra sinistra tutti in campo. L'Atalanta diventa la nuova battaglia del Pd, una mozione congressuale. E anche Conte, in attesa di diventare capitano del M5s, per un giorno si alza dalla panchina e fa riscaldamento

Mario Draghi è contrariato, e vuole capire. Si confronta al telefono con Gabriele Gravina, capo della Figc. La notizia stravolge l’agenda parlata della politica italiana: niente vaccini, zero Recovery. Solo pallone (con inserti di Beppe Grillo, certo). Per un giorno, tutto viene dopo. C’è però, nelle stanze del governo, la consapevolezza che poco si potrà fare per convincere Juve, Inter e Milan a rinunciare alla Superlega. Fin dalla prima mattina, a Palazzo Chigi circolano ragionamenti di questo tipo: così rischia di scomparire il mondo delle squadre di mezzo. E ancora: le grandi squadre vivono anche dei vivai delle squadre di mezzo e se li elimini indebolisci anche le grandi, vedi il football americano che ad esempio vive dei giocatori delle squadre dei college. Sono riflessioni che si alzano in aria dalle parti del premier dove si ammette che c’è una linea delicata fra questo e un monopolio che ammazza il calcio. Poi Draghi si espone. E si schiera “con le autorità calcistiche italiane ed europee”.  

L’ex numero uno della Bce è contro il disegno della grande finanza e delle élite del calcio. Di cui la sua Roma – per inciso - non fa parte. Ma questi sono dettagli. La seconda vita del presidente del Consiglio non lascia spazi a dubbi. E pace dunque se mondi a lui vicini – per consuetudini professionali – siano tutti dall’altra parte. Dietro al disegno c’è JP Morgan? Pazienza: Mario Draghi sta di qua. 

E tutta la politica si butta in questa battaglia, battaglia di popolo (e populismo), di sentimenti trasversali, fatti di particolari. 
Specie a sinistra. Dove, per esempio, l’Atalanta, la squadra di Bergamo, diventa un simbolo. Di più: una mozione congressuale. Un nuovo materialismo dialettico. Una “bella storia da preservare” per Enrico Letta del Pd. L’anima di “un movimento” i
per global per Nicola Fratoianni di Sinistra italiana alla stregua certo “di Napoli, Sassuolo, ma anche Leicester”. E il Panathinaikos e l’Ajax? Sicché è subito clima da internazionale. E quindi piovono appelli, con vasta schiera di intellettuali firmaioli: non per Roberto Speranza, ma questa volta per Zanetti, capitano ad honorem dell’Inter e argentino (come il Che e Papa Francesco). E quindi: “Javier, ripensateci”.
La faccenda riguarda comunque l’ordinamento sportivo e la sua autonomia. Ecco perché dal governo ci vanno con gli scarpini di piombo. Spazi di manovra: pochissimi. 

Valentina Vezzali, sottosegretaria alla Sport, giustamente usa il fioretto. Si dice “preoccupata” per le conseguenze che uno scontro del genere potrebbe avere sull’intera “filiera”: dalle giovanili alle Olimpiadi.

Il mondo di “Eupalla” è abitato dai bambini, ricorda Vezzali. I bambini che nel momento in cui “iniziano a praticare sport, devono poter credere che il proprio sogno sia realizzabile solo attraverso il merito sportivo e non influenzato da interessi commerciali e economici”.
E anche Draghi rimarca l’importanza “dei valori meritocratici e la funzione sociale dello sport”.

Il premier si mette così in asse con il collega britannico Boris Johnson, ma anche con il presidente francese Emmanuel Macron. C’è una stella, nella notte “più buia del pallone” come la chiamano gli apocalittici. Viene dall’Est, il nuovo leader: si tratta di Aleksander Ceferin, da Lubiana, presidente Uefa con dente avvelenato: “Agnelli mi ha sempre mentito”, dice. E in molti si emozionano, e qualcuno si vede davanti ai cancelli di Mirafiori, seppur senza motivo. Si mischiano destra e sinistra, si rischiano cortocircuiti in questa passeggiata nostalgica (“Te le ricordi le imprese dell’Avellino?”). 

Si sa poi che il calcio fa miracoli, per chi ci crede, o magie. E se molti cuori bianconeri evocano l’Avvocato (“Se ci fosse stato lui, chissà cosa avrebbe detto oggi”), ecco che appare - e questa sì che è un’epifania - un altro avvocato: quello del popolo. Non da Torino ma da Volturara Appula: batte un colpo Giuseppe Conte. Di cui si ricordano, da premier, una dignitosa serie di palleggi, uno due, tra i vicoli del suo paese, ma anche al cospetto di Brunello Cucinelli, re del cashmere.  

Non ancora leader del M5s, tuttora professore all’Università di Firenze, ma sicuramente tifoso (della Roma) e appassionato in generale. Conte si alza dalla panchina, dove siede ormai da mesi in attesa di entrare, e si fa sotto al seguente grido di battaglia: “Chi oggi lavora per realizzare il progetto della Superlega e persegue una logica elitaria che prescinde dalla qualità del gioco, dal merito sportivo e dallo spirito di solidarietà, sappia che ci vedrà caparbiamente contro, come appassionati di calcio e come sportivi”.

Segue citazione di Papa Francesco: dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni.
La polemica è facile e succosa. Matteo Salvini, che del cambio di felpa e dunque di campanile, ha costruito un brand, dice da ultras milanista: “Così facendo stanno togliendo passione e gioia nei tifosi e il calcio sono i tifosi e la gente allo stadio, non le pay tv”
. E su questa linea sono sintonizzati tutti: da Giorgia Meloni a Luigi Di Maio. Anche Virginia Raggi scende in campo. E lo fa alla vigilia di un giorno particolare: oggi a Roma arriva la coppa degli Europei 2021, che sarà portata a spasso per la città dagli organizzatori. Alla presenza della sindaca. Calcio e politica, come sempre.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.