L'intervista

Caso Gratteri: "Libello sedizioso che attacca le fondamenta dello stato". Parla Amodio

"Magistrati oracoli. Il caso Gratteri è un fenomeno di bulimia giudiziaria"

Carmelo Caruso

"La prefazione di Gratteri fa pubblicità a tesi infime. Dietro a quel libro l'idea seicentesca che il virus sia sparso da nuovi untori. Servirebbe una giustizia laica. In Italia il magistrato è ritenuta una figura mistica che può parlare di tutto". Parla il professore Ennio Amodio, emerito di Procedura Penale

Roma. La copertina è questa: “Strage di Stato – Le verità nascoste della Covid 19”. “Strage”, “di stato”, “nascoste”. Partite dalle parole. Prendete il titolo di questo testo anti vaccinista prefato da Nicola Gratteri e chiedete a uno dei più autorevoli docenti di procedura penale, emerito dell’università di Milano, cosa ne pensi. Si chiama Ennio Amodio e chiunque si occupi di legge conosce il suo cognome. Professore, è “strage di stato” o è solo la strage  della ragione? “Dietro alle tesi di questo libro c’è un meccanismo del pensiero tipico del Seicento”. E’ il meccanismo che ha raccontato il Manzoni? “Sì, è quel meccanismo che riteneva la peste sparsa dall’uomo e non dalla natura. Si cerca di rovesciare la causa del morbo per poi scavare nelle coscienze. Si vuole fare passare l’idea che coloro che ci curano, ci proteggono, altro non sono che nuovi untori”. Perché è pericolosa quella prefazione? “Perché genera un fenomeno di incauto accreditamento. E’ Gratteri, magistrato impegnato in prima linea, che viene sporcato da quel libro. La sua prefazione non è  altro che un timbro che approva quelle tesi assurde. In pratica ha agito da testimonial di un libello sedizioso”. Lo spieghiamo ancora? “Le tesi cospirazioniste che stanno dietro a quel testo sono un attacco alle fondamenta dello stato”.


A Brescia vengono lanciate molotov contro le tende dei centri vaccinali.  C’è un clima di sfiducia verso la scienza e che libri come quello prefato da Gratteri non fanno  che stimolare. Amodio, cosa diciamo al procuratore? “Che il suo prestigio, con la prefazione, si trasferisce ai pensieri infimi che agitano quei due autori. Quando parliamo di Gratteri parliamo di una personalità pubblica, riconosciuta, apprezzata. E’ come un divo che accetta di fare pubblicità a un prodotto commerciale”.

 

Vaccini paragonati all’acqua di fogna, le bare di Bergamo “una sceneggiata”. Da quanto tempo non ascoltava parole tanto guaste? “E’ qualcosa che mi spaventa. Si veicola l’idea che la pandemia serva a un potere marcio per limitare le libertà dei cittadini, il virus come la spada del potere. Per questo parlo di attacco alle fondamenta dello stato. Si trasforma una vicenda tragica in un’invettiva che rasenta l’assurdità”. Secondo lei è una sorta di eversione scientifica? “E’ sotto gli occhi di tutti quanto accade nelle piazze. Sventolare la bandiera del negazionismo non fa altro che fomentarle. E’ oggettivamente contro l’interesse di uno stato impegnato a governare la più importante campagna vaccinale mai vista. E’ la versione moderna del vecchio adagio ‘piove governo ladro’ che diventa ‘c’è il virus governo assassino’”.

 

Non meriterebbe, questo sì, un libro serio? “C’è un volume a cui sto lavorando insieme a una collega e che in un certo senso ne parla”. Come vorrebbe titolarlo? “Ardori polizieschi e giudici senza bilancia. Ha come oggetto Leonardo Sciascia e quella tendenza di cui parlava lo scrittore siciliano. In Italia il magistrato è ritenuto una figura ieratica e mistica”. Tribunali come altari? “La vicenda Gratteri ci insegna questo. I nostri magistrati sono ritenuti oracoli. Vengono ascoltati anche quando le loro parole sono fuori controllo”.

 

Chi ha scritto il libro merita sanzioni? “E’ in gioco la deontologia della magistratura. Una toga non può fare il grande fratello e parlare di tutto. La separazione delle carriere può essere un mezzo per avvicinarci alla giustizia laica. E’ un’altra definizione di Sciascia”. Che ne dice: imponiamo ai magistrati di leggere dieci pagine di Sciascia ogni sera? “Sarebbe utile. Consigliava di usare la scienza del cuore. Di abbandonare gli slanci mistici ed esoterici”.

 

La fascinazione di molte toghe verso le tesi cospirazioniste. Perché? Lei si è dato una risposta? “Non me la so dare se non immaginare la causa in quella che chiamo bulimia giudiziaria. Inchieste che hanno grandi numeri su grandi fenomeni. L’obiettivo è accrescere la propria popolarità per inserirsi nel circuito dell’opinione pubblica”. E’ così che si diventa oracoli? “E’ cosi che nasce la giustizia come anomalia”.

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio