Partito rifugio

Il Pd, il paradiso dei giornalisti. C'è sempre qualcosa da scrivere. Evviva!

Il congresso, le divisioni, le correnti

Carmelo Caruso

Dopo l'uscita di Conte, è il solo partito che fa parlare, discutere. Orfani della comunicazione di Casalino, i giornalisti ripiegano sul Nazareno, l'isola di tutti gli smarriti. Una lode

Non l’ha scritto mai nessuno ma è il momento che si sappia. E’ l’unico partito che riesce a dare uno straccio di notizia, è il bene rifugio dei cronisti rimasti orfani di Rocco Casalino, il Nazareno è come l’isola di Lesbo, la richiesta di congresso è la via italiana alla Recerche. Perché continuare a chiedere cosa può fare il Pd per il paese anziché chiedere cosa ha già fatto questo partito per tutti noi?

 

Scacciati dal paradiso di palazzo Chigi, costretti a interpretare i silenzi di Mario Draghi, una carovana di operatori, giornalisti, mezzi capi, è tornata a occuparsi della sola vera solidità della politica italiana, dell’unica grande formazione che stimola il racconto, del segretario che le prende sempre e che adesso vuole dire basta. C’è un partito, il Pd, che da anni salva dalla disoccupazione saggisti spelacchiati, filosofi neoplatonici, ricercatori con la forfora. Ogni giorno, in questo paese pandemico, il Pd offre una iniezione di allegria. Ed è il caso di smetterla di scrivere che non si occupa dei veri disagi italiani. Il problema è l’opposto. I parlamentari del Pd se ne occupano tutto il giorno, non fanno altro che parlare del “posto che il Pd deve avere al governo e nella società”. Il virus per quanto intelligente non riuscirà mai ad avere più varianti di questo nobile movimento. La brasiliana, essendo latina, è un po’ tendenza Giuseppe Provenzano che si occupa di Sud.

 

L’inglese non può che essere quella di Base riformista che minaccia l’exit dalla segreteria perché il gruppo di Zingaretti gli rimprovera la relazione pericolosa con Matteo Renzi che è l’ex che si incontra clandestinamente (“ma lo volete capire che non è vero?”). E’ il caso che i dipartimenti di letteratura italiana comincino a riconoscere che il solo grande romanzo italiano, dopo i Promessi Sposi, non può che essere uno. I tormenti, le lacerazioni, il dilemma sull’identità, la lealtà al capo, il ruolo della donna in segreteria, il doppio ruolo (ministro e vicesegretario?), il “da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo”, il peregrinare da un’alleanza a un’altra, la costruzione di una casa, di un’arca… Ebbene, cosa sono se non frammenti di un grande opera?

 

Non appena Casalino ha dato alle stampe le sue memorie, quando si è compreso che l’agenda Draghi non avrebbe mai riempito le pagine con il pezzo di cronaca (40 righe), il retroscena (60 righe, ma deve essere uno bravo), il colore (90 righe, “chiamate la firma”) il giornalismo ha subito ripiegato sul “congresso che può essere vero o a tesi”. Si torna al Pd come si torna a Itaca, come Vitaliano Brancati tornava nella camera della sua giovinezza e si addormentava pensando a quando la madre vigilava il suo sonno. Goffredo Bettini è il vecchio zio che ne dice tante ma alla fine “è il più intelligente di tutti”. Luca Lotti “è il cugino astuto che chissà che sta facendo”. Matteo Orfini è il fratello che “non cambia idea perché rimane coerente”. Debora Serracchiani è davvero la più cortese e dunque “la persona adatta per fare la vicesegreteria”.

 

Ma c’è Anna Rossomando che è vicepresidente del Senato e che riesce a mescolare le “spinte orlandiane con le istanze della minoranza”. Paola De Micheli, che ha dato molto, è la sorella che per un po’ non vuole essere disturbata perché dalla famiglia ha ricevuto scarse attenzioni. Stefano Bonaccini che “abbiamo aiutato, adesso si è montato la testa”. Ma al Nord, c’è Giorgio Gori che “conosce le istanze della grande industria”. Andrea Orlando è “la grande speranza di Ugo Sposetti e di tutti gli ex miglioristi”. Il segretario Zingaretti l’uomo placido che però … (chi lo poteva dire che avrebbe…). E’ vero, litigano, scrivono (ah, se scrivono), ma sono i soli deputati e senatori liberi e libertini in circolazione (ovvio esagerano). In tanti giorni malinconici di questo difficile mestiere, come pensava Dino Buzzati, quando i numeri maledetti hanno preso la meglio, è sempre apparso un rappresentante del Pd che ci ha riconciliato e permesso di scrivere qualcosa e dunque tornare a casa. Proteggetelo, non è un partito. E’ molto di più.

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio