Politica
Effetto Draghi sui talk •
Fine della tv tribale? Parla Aldo Grasso
I conduttori parte del gioco, l'epoca "dei loden" e quella della "gabbia".

Matteo Salvini che offre un metaforico caffè all'ex nemica Laura Boldrini, Beppe Grillo che non grida più “vaffa”: il governo Draghi non si è ancora insediato ma gli effetti correttivi sulla precedente dimensione urlatrice della politica già si sentono nell'aria. E in televisione che cosa succederà, dopo anni in cui gli urlatori parevano ormai parte dell'arredo? “Maschere, erano come maschere in commedia”, dice il critico ed editorialista del Corriere della Sera Aldo Grasso. “Negli ultimi anni i talk avevano ceduto molto della loro natura informativa per farsi tribali. Regola numero uno: devi farti un nemico. Regola numero due: devi sopravvivere al nemico. E i conduttori in molti casi sono diventati parte del gioco di polarizzazione. Penso ad alcuni 'retequattristi', come Mario Giordano, Nicola Porro, Paolo Del Debbio. E penso all'altra tendenza, quella di sbilanciamento, come quando Lilli Gruber invita per giorni i giornalisti del Fatto”. Draghi getta scompiglio anche in Rai: non si sa come fare a raggiungerlo né si sa a chi chiedere lumi sui futuri assetti. Il mondo capovolto, a guardarlo da Viale Mazzini.
“È normale lo spaesamento presso il quartier generale della tv pubblica e anche di quella privata”, dice Grasso. “Specie se si pensa che i talk show, fattisi rissa permanente con il principale scopo di rinforzare l'idea che già ti sei fatto, rischiano, con il nuovo assetto, di non avere più la stessa audience. Potrebbero guadagnare in qualità, ma dovranno evolvere nella forma”. E insomma ci si immagina una seconda rivoluzione mediatica “del loden”, come si diceva quando, all'avvento di Mario Monti, i salotti televisivi improvvisamente si erano riempiti di tecnocrati compunti e serissimi. “Ci sarà un revival di compostezza, valore che non si riduce all'abito sartoriale, e una liberazione dall'esegesi maniacale dei tweet modello 'Rocco Casalino'. E, uscendo dallo schema 'giornalisti amici-giornalisti nemici', mi auguro si recuperi anche la competenza, necessaria come l'ossigeno”.
Ma non si rischia, in tv, il grigio soporifero? “Essere composti e competenti non vuol dire essere meno vivaci. Semplicemente non si ragionerà più in termini di 'invito quello perché fa scoppiare la lite'. E anche chi, parlo dei fan mediatici della Lega, finora ha sguazzato in questa epoca selvatica della comunicazione, si ritroverà a dover puntare sulla sostanza. Aumenteranno, per così dire, i Cottarelli televisivi. Il mood tribale aveva coinvolto persino i virologi”. Che magari volevano fare i ministri. “Cambiato il contesto, tutti saranno costretti a riequilibrare l'eloquio, a partire dai conduttori. Usciremo dallo schema televisivo che ha fatto da specchio ai populismi-sovranismi: ecco, usciamo dalla gabbia – e il riferimento a quella di Gianluigi Paragone non è puramente casuale”.
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Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
