l'intervista

Boccia: "Con gli enti locali nessun conflitto. Da Bonaccini Zaia, sui temi importanti le differenze diminuiscono"

Salvatore Merlo

Oggi l'incontro del ministro per gli Affari regionali con regioni e comuni. "Il regionalismo italiano, alla prova dei fatti, ha dato un grande risultato". E sul Covid dice: "Gli italiani hanno dimostrato di essere rigorosi, attenti e rispettosi delle regole: sono sicuro che reggeremo". Il miracolo del turismo

È atteso per oggi, subito dopo il Consiglio dei ministri che dovrebbe tenersi alle 10, l’incontro tra i ministri Francesco Boccia e Roberto Speranza, le regioni, i comuni e le province sulla proroga dello stato di emergenza e il nuovo Dpcm. La riunione che si è tenuta l'altro ieri in serata era stata aggiornata al pomeriggio di martedì, ma dopo l’incidente alla Camera sul numero legale alle risoluzioni sulle comunicazioni del responsabile della Salute è stato deciso di rinviarla a oggi.

  

Pubblichiamo qui l'intervista che Salvatore Merlo ha fatto al ministro degli Affari regionali e delle Autonomie alla scuola di "Fino a prova contraria", “Rinascita Italia: The Young Hope”.

 

Salvatore Merlo: “Benvenuto a Francesco Boccia, ministro per gli affari regionali. Prima di noi c’era il presidente del Coni, Malagò, e si è ricordata la questione degli stadi chiusi, una vicenda che lei ha seguito in prima persona e in cui si è consumato un fatto interessante, l’ennesima prova, a mio avviso, di un conflitto perenne e latente che esiste tra regioni e stato centrale: a un certo punto le regioni decidono per fatti loro, si mettono d’accordo e stabiliscono una cosa che non sta bene allo stato centrale. Ed è una situazione che torna ciclicamente, anche ora che sembrerebbe essere – speriamo di no – alla vigilia di una seconda ondata di Covid. Anche quando è cominciata la storia della pandemia, si è assistito a una perniciosa conflittualità tra stato e regione. Come si risolve questo problema, ministro? Lei ha cominciato la sua attività presentando una bozza di riforma delle autonomie: è quella la soluzione?”.

  

Francesco Boccia: “Mi permetta di fare un passo indietro rispetto al Covid-19 per poi riprendere il suo ultimo passaggio. Invito soprattutto i ragazzi a fare una valutazione di come è stata gestita la pandemia nei più grandi paesi del mondo, in tutti quelli europei, negli Stati Uniti – un paese federale – in Brasile – altro paese federale – e in Sudamerica: i governi federali indicavano, arrancando, delle linee guida e gli stati federati facevano quello che gli pareva. Il regionalismo italiano, tanto bistrattato dai federalisti di casa nostra che lo definivano un “ibrido” e dai centralisti secondo cui non siamo né carne né pesce, è risultato, alla prova del nove, quello più efficiente. Perché? Perché noi abbiamo un sistema che sicuramente va migliorato – ed è il tentativo del disegno di legge quadro sulle autonomie, che è pronto – ma che dà alcune materie esclusive in maniera chiara alla competenza statale e alcune materie concorrenti, sulle quali ogni tanto c’è una discussione in più. Discussioni che normalmente si risolvono con quella che il presidente Mattarella ci ricorda essere scolpita dentro la costituzione, ossia la leale collaborazione, e che devo dire in quest’ultimo anno di vita politica ha trovato un luogo per alcuni nuovo (non per noi) che è la Conferenza stato-regioni, un posto di confronto permanente. Quando mi sono insediato, d’accordo col presidente del Consiglio, ho sostenuto che la conferenza stato-regioni non potesse essere un parerificio, cioè quel luogo in cui ci si incontra e si dice “approvata l’intesa”; per me doveva essere un luogo di confronto politico. Avevamo iniziato con il disegno di legge quadro sull’autonomia, del quale vorrei parlarvi dopo, ma il Covid ci ha di fatto obbligati a una sorta di convocazione permanente della conferenza stato-regioni e della conferenza unificata (che ha all’interno lo stato, le regioni, le città metropolitane e tutti gli enti locali, comuni e province). Quindi la mia prima risposta è che io penso che il regionalismo italiano, alla prova dei fatti, abbia dato un grande risultato. Forse non è piaciuto ai commentatori, agli opinionisti, ai giornalisti, ma la sostanza è che il 95 per cento delle ordinanze regionali era attuativa esattamente delle linee guida che lo stato centrale indicava. A febbraio eravamo considerati un paese di untori, dopo la Cina. A maggio siamo diventati uno dei paesi più sicuri al mondo dal punto di vista sanitario, oggi siamo il paese più sicuro al mondo sotto questo aspetto. Cosa è successo? Che abbiamo attuato la costituzione. Le reti sanitarie in Italia, da costituzione, sono gestite dalle regioni, non dallo stato. Quando è scoppiata la pandemia non avevamo mascherine, ce ne erano trecentomila al giorno di produzione propria, oggi siamo a trenta milioni al giorno. Potevano farlo le regioni? No. Lo stato, attraverso l’ufficio del commissario per l’emergenza Arcuri, ha costruito nel giro di quattro mesi filiere produttive in grado di renderci autosufficienti quotidianamente. Siamo l’unico paese al mondo che ogni mattina, quando si alzano le saracinesche delle nostre scuole, distribuisce dieci milioni di mascherine a titolo gratuito a tutti gli insegnanti, i docenti e il personale A.t.a. I muscoli dello stato compensavano le debolezze delle regioni, ma la capacità delle regioni di essere sui territori compensava la lontananza dello stato. Io non penso che la sanità italiana negli anni settanta fosse migliore di quella di oggi, e lo dico con un esempio: quello che accade nell’ospedale di Bisceglie, che è la mia città d’origine, o di Belluno, vi garantisco che non lo sa un funzionario nascosto in una stanza del ministero della Salute: lo sa con certezza il presidente della regione. Poi è evidente che a un certo punto abbiamo dovuto dire che alcune cose andavano fatte, e siccome la nostra normativa non lo prevedeva, abbiamo dovuto far riferimento alla profilassi internazionale, che dà allo stato la capacità di imporre delle linee guida. E qui torniamo alla costituzione. C’è stato un lavoro di attuazione effettiva della nostra costituzione, legata a un’emergenza. Lo stato ci metteva i muscoli, ossia le risorse, i ventilatori polmonari raccolti in giro per il mondo quando non li producevamo, i medici e gli infermieri volontari, gli operatori sociosanitari che da tante regioni del sud sono andati a Bergamo, Brescia, Lodi e a Cremona nel momento in cui si moriva, trasportati da voli della guardia di finanza nottetempo, le forze dell’ordine e le forze armate, che hanno fatto due, tre lavori, compreso il trasporto di beni materiali, di bare (ho visto con i miei occhi le bare trasportate dall’esercito italiano a Bergamo). E chi doveva farlo, le regioni che erano indebolite? In Italia è successo questo, che la coesione sociale e il senso di solidarietà che caratterizzano questo splendido paese, del quale parliamo sempre per mettere in evidenza lo scontro tra le parti, sono emerse. Il nostro paese ha dato prova di sé perché in un’emergenza planetaria ha fatto emergere da un lato la collaborazione istituzionale tra stato e regioni, dall’altro la solidarietà e la necessità di tenersi per mano. Mentre gli americani andavano per strada, il loro comandante in capo definiva il Covid-19 un’influenza, una polmonite, e la gente presa dal panico scendeva e comprava un’arma; da noi la gente usciva di casa, chiamava la protezione civile e chiedeva se potesse essere utile a qualcuno. Vorrei, ragazzi, che vi ci soffermaste perché la forza del nostro paese è stata questa. Poi, i meriti o i demeriti del governo li valuteranno gli storici. Ma se c’è una cosa che io rivendico è stata la leale collaborazione. So che vado controvento nel dire questa cosa, ma so quello che accade in giro per il mondo. Penso ai testi dei dpcm tanto vituperati: senza questi come facevamo a mandare i medici volontari il giorno dopo a Bergamo in ospedale? Non andiamo incontro a una seconda ondata, siamo già dentro una seconda ondata, ma con numeri che sono un quarto, un quinto, un sesto, un settimo di quelli degli altri paesi. Non perché siamo fortunati, ma perché abbiamo fatto il lockdown più lungo della storia del pianeta fino a oggi, otto settimane. E quando lo facevamo, spiegando che prima veniva la difesa della salute e la protezione della vita, poi il business – frase che io rivendico di aver detto – piovevano insulti, che ricordo ancora, del tipo “non vogliono che le imprese vadano avanti”. E allora abbiamo spiegato alle imprese, ai commercianti, ai bar, agli artigiani e alle grandi aziende industriali che senza salute e vita non c’è nemmeno attività produttiva. Siamo andati in Europa e abbiamo detto – e penso che quella sia la chiave di volta del successo di questi mesi – che per sostenere questa impostazione ci volevano tanti soldi, non i tre miliardi e quattrocento milioni ipotizzati nel primo scostamento di marzo. E abbiamo avuto ragione perché difendendo salute e vita, oggi abbiamo numeri bassi. Numeri che ci preoccupano sempre, anche se si tratta di 2400 contagi al giorno rispetto ai 14000 dei francesi. Sappiamo che il rischio è sempre alto, ciò che adesso abbiamo ereditato è figlio delle scelte di marzo e aprile. E non c’era un manuale che ci diceva come si uscisse dalla pandemia, vorrei che fosse chiaro a tutti. Nei prossimi mesi andremo avanti ancora con quest’approccio, prudenza prudenza prudenza: so che non va di moda e che non fa fare tweet, ma per noi resta la madre di tutte le virtù”.

 

SM: “Quel tipo di quarantena non è ripetibile però”.

 

FB: “Nella vita non c’è cosa peggiore di quando si dice mai. Ora come ora penso sia da escludere, in questo momento siamo un paese sicuro, abbiamo raddoppiato le terapie sub-intensive, sono quasi raddoppiate le intensive e possiamo raddoppiarle in una settimana di lavoro (e comunque sono il 60/70 per cento in più dell’era pre-Covid); le reti sanitarie delle regioni, rafforzate dalle regioni stesse, oggi sono molto forti, però ogni giorno aumentano i contagiati e quelli che vanno in terapia intensiva. Se penso ai numeri di aprile e maggio e a quelli di oggi, dovrei essere molto tranquillo, ma non lo sono: quando ti occupi di scelte che incidono sulla vita delle persone, e in generale sulla vita dell’intero sistema economico – perché le due cose non sono sganciate – la preoccupazione è sempre alta. Io oggi escluderei un lockdown come quello passato, però non ho la sfera di cristallo”.

 

SM: “E’ vero che il governo fu inizialmente criticato anche da Confindustria, preoccupata per il Pil, che in effetti poi è crollato in modo spaventoso? Questo ha fatto ritenere a molti esponenti del governo – se non a tutto il governo – che un’esperienza di quel tipo andasse evitata. Stamattina lei su Repubblica escludeva l’ipotesi di un secondo lockdown, si parlava e si parla – mi pare di capire – di piccole chiusure. Cosa si intende? Chiusure della scuola, di uffici, di città, quartieri?”.

 

FB: “Io su Repubblica l’ho esclusa perché la domanda era molto chiara. Allo stato attuale abbiamo i numeri sotto controllo e ci sentiamo in grado di sostenere la condizione attuale. Certo, se arrivassimo a ventimila contagi al giorno, sarebbe diverso. Ma siccome gli italiani sono rigorosi, attenti e particolarmente rispettosi delle regole, come hanno dimostrato, sono sicuro che reggeremo. Quindi, se con le regole che ci siamo dati i numeri restano così sotto controllo, io mi sento di escludere un lockdown. I lockdown mirati avvengono quando ci sono dei focolai che non si controllano più. Da quando abbiamo riaperto, non ci sono più le condizioni drammatiche di febbraio, marzo e aprile, che erano relegate a una parte del paese. Quando sono arrivato per la prima volta a Orio al Serio con il primo volo di medici volontari e la guardia di finanza, la situazione era drammatica: c’erano medici e infermieri che facevano turni no stop, due, tre, quattro giorni, senza tornare nemmeno a casa per cambiarsi, e quando sono arrivati i primi cento dottori era come aver portato la vita, l’acqua. Abbiamo visto le persone piangere per il loro arrivo e abbiamo pianto con loro. Però era tutto concentrato in una parte delle province lombarde, in quelle di Piacenza e Rimini in Emilia Romagna, c’erano dei punti critici a Torino, a Genova, a Bologna. Il Lazio ha tenuto molto bene, nonostante se ne sia parlato molto poco. La sanità del Lazio, in passato sempre accusata di essere pesante, alla prova dei fatti ha dimostrato che la prevenzione territoriale pubblica è un valore imprescindibile e io penso sia di modello per tutte le altre. Però non c’erano focolai al sud. Dopo l’estate il paese, nel suo complesso, è andato in sicurezza però non mancano le preoccupazioni del presidente De Luca per alcuni focolai in Campania, o anche in Sardegna, nel Lazio stesso: c’è stata la mobilità interregionale. Tra i miracoli che l’Italia ha fatto in questo periodo c’è anche quello di aver visto un segno più nel turismo a luglio e agosto, ma a giugno eravamo fermi. Il 4 giugno ero a Rimini per inaugurare un centro Covid-19 e c’era da piangere: sul lungomare non c’era un bar aperto. A luglio e agosto la situazione è esplosa perché il 97 per cento degli italiani, per la prima volta nella storia, ha fatto le vacanze in Italia, ha girato tanto ed è tornato a Roma. Alcune regioni hanno avuto dei focolai, ma li abbiamo gestiti bene. I lockdown mirati saranno collegati a focolai ingestibili, finora sono stati tutti gestibili”.

  

SM: “Certo, i numeri sono più contenuti, ma c’è una specie di capovolgimento rispetto allo scenario terrificante che abbiamo conosciuto in questi mesi, con il Veneto e la Lombardia, e in generale il nord, colpitissime, e il sud graziato. Adesso, con cifre estremamente lontane da quelle, è il sud a essere più colpito. Come diceva lei, ci sono dei focolai in Campania, nel Lazio i numeri sono alti. Prima del lockdown, si diceva che una situazione simile era meglio si verificasse in un posto dove il sistema sanitario era solido, organizzato, con territori ricchi. Siete preoccupati dall’idea che possano esplodere grossi focolai al sud, dove le regioni sono oggettivamente meno organizzate dal punto di vista sanitario?”;

  

FB: “Io non sono preoccupato di questa evenienza perché ora sono più sicuro di febbraio sulla tenuta delle reti sanitarie. Al sud sono state rafforzate le terapie intensive, in alcune aree quasi raddoppiate, e ci sono centri Covid-19 un po’ dappertutto. Se tutti rispettano i protocolli e le linee guida che abbiamo dato, i problemi saranno risolti. Ovviamente più giriamo, più questo maledetto virus gira con noi, con una velocità di contagio che abbiamo imparato a conoscere. Da questo punto di vista, purtroppo, è molto simile al modo in cui prendiamo un’influenza. Ciò dovrà farci riflettere anche per il futuro: con questa semplicità di contagio, è evidente che, finché non ci sarà un vaccino, il distanziamento sarà la prima difesa; poi, per contenere la circolazione del virus, bisogna contenere il più possibile la circolazione delle persone. In estate siamo ripartiti, luglio e agosto li abbiamo vissuti quasi a pieno regime, non avevamo i turisti stranieri ma noi italiani ci siamo mossi. Quella circolazione ha prodotto un inevitabile aumento dei casi a settembre, quando è partita anche la scuola. L’Italia in questo momento è a pieno regime, siamo esattamente nella condizione in cui eravamo a gennaio 2020. Questo però ci responsabilizza ancora di più: è ovvio che se vogliamo convivere con il Covid-19 dobbiamo stare attenti pur facendo alcune cose. Pensate ai numeri delle scuole: abbiamo quarantamila plessi scolastici, ci sono alcune centinaia di classi contagiate (la stima è di otto-novecento). E’ evidente che non dobbiamo farci prendere dal panico, e lo dico anche da padre. Quando c’è il virus, gli italiani vogliono in tempo reale i test, l’intervento dello stato e la massima sicurezza sanitaria nazionale, ma è anche vero che avendo autorizzato dieci milioni e mezzo di persone a uscire la mattina tra le 7 e le 7.50 di casa, con due milioni che tornano a casa perché accompagnano i bambini più piccoli, gli altri otto milioni convivono per tante ore negli stessi spazi chiusi. Ovviamente sta succedendo anche negli altri paesi, per il momento il sistema sta tenendo. Non abbiamo un manuale, dobbiamo solo rispettare le regole che ci siamo dati”;

   

SM: “Il segretario del Pd Zingaretti, che è anche presidente della regione Lazio, ha annunciato che presenterà un piano regionale sul Mes. Lo hanno seguito altri presidenti di regione, tra cui Bonaccini sul Foglio. E’ possibile utilizzare il fondo salva-stati in funzione anti-Covid? E’ utile? Fa bene il presidente del Lazio a spronare il governo a usare questi soldi?”;

  

FB: “Una fortuna dei governi è avere grandi partiti popolari, radicati, presenti sul territorio nazionale, fatti da persone in carne e ossa che aprono e chiudono le saracinesche dei circoli. Puoi arricchirlo con i social e altro, ma questo modo di concepire la politica resta per me il più nobile e insostituibile. Detto questo, il presidente del Lazio, segretario del mio partito, funge da pungolo. Ciò ha aiutato molto il governo: tutti gli esecutivi che avevano appiattito le forze politiche sull’azione di governo o hanno danneggiato i partiti, o il governo, o entrambi…”;

  

SM: “Ogni riferimento a Matteo Renzi è casuale?”;

  

FB: “Beh, eravamo nello stesso partito, mi è dispiaciuto che sia andato via, e lo dico davvero: quando si vive in un’associazione politica si possono anche avere idee diverse, ma la visione può essere condivisa. Ora che sono al governo, se un membro del mio partito come Orlando, un componente della segreteria o Zingaretti stesso mi richiama, è utile a chi di noi è sotto pressione perché non ha una visione di insieme, ma deve ottenere un obiettivo. Questa visione di insieme aiuta sia il governo sia il Pd, e penso che i risultati si vedano. Zingaretti ha detto una cosa di buon senso, che però a mio avviso (almeno per quel che riguarda la sanità) va integrata: abbiamo stanziato grazie all’accordo con l’Europa (che la destra voleva distruggere facendo isolare l’Italia) molto più di quanto si pensava a febbraio, quando si parlava di uno scostamento di circa 3 miliardi e 400 milioni. Alla fine abbiamo preso circa 100 miliardi, una parte già iniettata nelle vene del paese. Come sono stati ripartiti? Semplificando, circa 38 miliardi sono stati assegnati alle imprese perché ci siamo resi conto che era fondamentale evitare il collasso del sistema produttivo. 30 miliardi sono stati assegnati agli ammortizzatori sociali, 12 miliardi agli enti territoriali e 8 miliardi alla sanità. In passato se ne stanziavano 3 o 4 al massimo nelle manovre triennali per adeguare il sistema sanitario all’evoluzione demografica. Sono cifre che forse non si vedevano dal dopoguerra”;

  

SM: “Qualcuno è preoccupato dall’aumento del debito pubblico…”;

  

FB: “Era inevitabile. Il debito pubblico è aumentato in tutto il mondo. A noi pesa maggiormente per cause pregresse. Questi 8 miliardi peraltro non sono sufficienti: servono altre risorse, e quelle del Mes sono un’opzione. Siamo in piena trattativa, chiusa, per il Recovery fund: prendiamo 209 miliardi, di cui il 20 per cento green e un ulteriore 40 per cento per la digitalizzazione. Il restante 40 per cento andrà a sanità, scuola, infrastrutture e altri servizi alla persona. È evidente che bisognerà capire, una volta completato il negoziato, quale sarà la quota che noi otterremo e potremo destinare alla sanità. Se siamo d’accordo che non potranno mai più esserci vincoli di bilancio che comprimano diritti fondamentali quali salute e scuola, come è stato negli ultimi vent’anni, la domanda da fare in Europa è: le risorse del Mes ci consentono di fare investimenti supplementari sulla salute? Oppure sono sostitutivi? In caso fossero sostitutivi, la convenienza resterebbe, ma parleremmo solo di un risparmio relativo ai tassi di interesse. Se invece ci dicono che sono aggiuntivi, è evidente che avrebbe senso attingervi. Ovviamente va discusso in parlamento di quali investimenti si sta parlando: opere pubbliche? Ospedali? Tecnologie? Ricerca? Personale? Borse di studio? Il nodo è capire che tipo di sanità pubblica vogliamo, e credo che questa pandemia abbia dimostrato la necessità di rafforzare la prevenzione territoriale pubblica in Italia, soprattutto nel mezzogiorno. La sanità pubblica dovrebbe avere una prevenzione territoriale capillare, cosa che in regioni del nord molto blasonate non è avvenuta. Abbiamo sostenuto con forza la regione Lombardia perché è centrale e fondamentale per il paese, non solo economicamente, ma anche perché è lo snodo di una serie di attività. La Lombardia ha la sanità privata più efficiente d’Europa: alcune eccellenze sono mondiali. Tuttavia, interventi particolari come il trapianto del pancreas o la protesi all’anca non sono cruciali per contrastare la pandemia. Occorre avere chi misura la febbre, chi fa le domande giuste, e tutto questo ha un costo. Se questo si carica sul privato, inevitabilmente dopo un po’ siccome costa si organizzano meglio. Lo stato non può porre temi come quanto costa tenere le persone accanto a chi non sta bene per logiche di profitto: chiedetevi perché alcune regioni come Emilia-Romagna, Veneto e Lazio, nonostante abbiano sul territorio una quota non rilevante di sanità privata, ancorché eccellente, abbiano impiegato pochissimo nel cambiare i modelli organizzativi. In Lombardia è stato più complesso; la colpa, a mio avviso, non è del governatore Fontana o del suo predecessore Maroni, ma di un modello: dobbiamo chiederci se il modello che sacrifica la prevenzione sanitaria pubblica in favore del privato ha senso nel 2020, dopo la pandemia che abbiamo vissuto. A mio avviso no, va adeguato, e credo che la regione che più abbia bisogno di fondi pubblici per rafforzare la sanità pubblica sia proprio la Lombardia. Ne hanno sicuramente bisogno anche la Calabria, la Sicilia, la mia Puglia, che pure alla prova del nove è stata tra le regioni più efficienti. In Campania la presenza pubblica ha reso la gestione della pandemia eccellente. Chiaramente esistono anche casi di malasanità, ma la prevenzione sanitaria pubblica fortunatamente c’era, e abbiamo retto grazie a questa”;

 

SM: “Lei ha citato le regioni del nord. Per queste, il Recovery fund e la sua gestione sono temi rilevanti. L’impressione diffusa, anche negli ambienti di Confindustria, è che da questo enorme piano siano esclusi, come se fossero fuori dal radar del governo, i territori più produttivi del Paese”;

 

FB: “Con Bonomi ci siamo confrontati agli Stati Generali e il presidente del Consiglio è andato all’assemblea annuale di Confindustria; questa fase credo sia terminata con un rafforzamento della capacità di ascolto da parte di tutti. Escludo che ciò accada: siamo nella fase in cui il negoziato si sta completando con le quote e la definizione dei cluster, e questo ve lo ribadirà domani Enzo Amendola. Noi stiamo ascoltando tutti, e abbiamo intenzione di coinvolgere anche le opposizioni. Al momento non esiste un manuale d’uso del Recovery fund, parliamo del più grande programma di investimento pluriennale degli ultimi decenni. Quello che deve essere chiaro è la visione complessiva, e la nostra è molto chiara: noi vogliamo fare della transizione energetica un punto fermo, non a caso il 40 per cento delle risorse del Recovery fund è destinato al green, e questo vale anche per le imprese. Quando quattro o cinque anni fa nei dem si parlava di “acciaio pulito” e di decarbonizzazione si veniva insultati: basta andare su Google e si trovano una serie di offese nei miei confronti e di altri, come Emiliano, la lista è lunga. L’Ilva verde non è una nostra invenzione, lo dicono a Bruxelles; io da pugliese e da persona che si è battuta per questa impostazione, sono molto contento di questo, ma ciò significa, e lo dico al sistema produttivo, che investiamo tutti insieme sulla transizione energetica. Se la svolta di Confindustria andrà in quella direzione troverà naturalmente risorse a sua disposizione, e credo che da questo punto di vista soprattutto il nord potrà fare una grande scommessa, così come la sta facendo il mezzogiorno. Su scuola, sanità e digitalizzazione non si faranno sconti: vedremo alla fine di questo lavoro cosa sarà presentato alle regioni, che saranno protagoniste della prossima fase. Non vedo il problema di condividere le decisioni sul Recovery fund con regioni e opposizioni: questo tema andrà in parlamento e io mi auguro che si possa uscirne con un voto unanime. So che non va molto di moda, ma vorrei sperare che, una volta abbandonate le speranze di spallate più o meno organizzate (ancorché legittime, quando si fa politica è normale che le opposizioni cerchino di mandar via la maggioranza) si possa lavorare insieme”;

 

SM: “Su questo sarà più difficile trovare un interlocutore in Zaia, rispetto a Salvini?”;

 

FB: “Il discorso va esteso a tutte le opposizioni: quando ci siamo uniti in parlamento siamo riusciti a compiere delle scelte importanti, che sono state utili al paese. Credo che su questo tema si debba lavorare insieme nei prossimi mesi in parlamento. La conferenza stato-regioni chiude quasi sempre i provvedimenti all’unanimità, e in questo Zaia dà una mano importante. In questi mesi grandi meriti vanno dati a Stefano Bonaccini, che ha fatto un lavoro rilevante, ma anche Zaia, Toti, così come Marsilio e Musumeci per citarne alcuni di centrodestra, hanno contribuito attivamente al dibattito. Dove la responsabilità dei diretti interessati è istituzionale, le distanze fra maggioranza e opposizione diminuiscono. Mi piacerebbe che anche in parlamento ci assumessimo insieme responsabilità istituzionali”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.