la polemica

La favola dello “scippo” al sud

Andrea Giovanardi

Qualche risposta a chi ancora sostiene la teoria dei 60 miliardi sottratti al Mezzogiorno

L’articolo, apparso su queste colonne lo scorso 8 settembre, sui 60 miliardi di euro che secondo la Svimez il centronord sottrarrebbe ogni anno al sud ha dato origine a un acceso dibattito. Marco Esposito su Il Mattino di Napoli del 10 settembre (“I miliardi tolti ai meridionali non sono una fake news”), pur criticandomi aspramente, ha ammesso che è sbagliato considerare nel calcolo delle risorse che mancherebbero al Mezzogiorno la spesa previdenziale: in tal modo il presunto bottino si dimezzerebbe, da 60 a 30 miliardi di euro. Il presidente della Svimez Adriano Giannola su Il Quotidiano del sud del 18 settembre (“Quei privilegi differenziati che come la bussola indicano sempre il nord”), dopo aver criticato il mio “problematico argomentare” (sic!), ha ribadito che la maggior spesa previdenziale al centronord andrebbe considerata nel calcolo perché le pensioni non sarebbero esclusivamente pagate con i contributi dei lavoratori attivi, ma anche, dato il deficit dell’Inps (che per la verità è generato principalmente dalla spesa assistenziale) con la fiscalità generale. In linea con quanto da me sostenuto, invece, l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano diretto da Carlo Cottarelli, in una nota di Giampaolo Galli e Giulio Gottardo del 26 settembre, ha opportunamente evidenziato che lo stato non può decidere come allocare a livello territoriale la spesa pensionistica (che dipende dai contributi versati) e quella delle imprese pubbliche (che è decisa dal mercato). Di qui le conclusioni: se si emenda il calcolo da tali componenti, che non sono suscettibili di essere diversamente allocate, e si tiene conto del costo della vita, nettamente inferiore al sud, il “Meridione non appare discriminato” ma “addirittura favorito”. A qualche risultato si è quindi giunti. Le tesi dei sostenitori dello “scippo” traballano per quel che concerne la spesa previdenziale e la scelta dell’aggregato di spesa da considerare.

Ma quel che è più importante, si discute di una questione fondamentale per il futuro del paese, quella dell’assetto della ripartizione delle risorse tra i vari territori. In questa prospettiva, è il caso di ribadire che la tesi secondo la quale il fatto che il sud benefici ogni anno di 50 miliardi di euro di trasferimenti dal resto del paese (dato Svimez) non sarebbe circostanza rilevante perché le risorse arriverebbero non dal centronord, che non è un soggetto giuridico, ma dai singoli contribuenti mediamente più ricchi nel settentrione d’Italia, si basa su un presupposto erroneo, e cioè che il livello dell’imposizione fiscale sia una variabile indipendente rispetto alla quantità dei trasferimenti. Il che non corrisponde al vero: le aliquote potrebbero essere più basse, con grande giovamento per la competitività delle imprese, se una quota così significativa delle risorse acquisite in alcuni territori non finisse in altre parti del paese. Sia chiaro, è più che giusto, tanto da essere imposto anche dalla Costituzione, che i territori più ricchi contribuiscano a risollevare le sorti delle aree meno fortunate, laddove devono essere garantiti i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) relative ai diritti civili e sociali che danno corpo alla cittadinanza.

 

Quel che però è accaduto è che i trasferimenti interterritoriali non sono riusciti a diminuire il divario, che anzi continua ad aumentare: è più che lecito quindi nutrire dubbi sull’utilità e sulla sostenibilità dell’attuale modello di ripartizione e, quindi, sull’utilità e sulla sostenibilità dell’ulteriore sacrificio richiesto alle regioni del centronord, le quali, per “risarcire” il sud, dovrebbero essere sottoposte a un’ulteriore stretta fiscale per importi elevatissimi. Va in secondo luogo chiarito che è tutt’altro che razionale ipotizzare che la spesa pubblica pro capite debba essere uguale in valore assoluto su tutto il territorio nazionale, e ciò sia perché il paese si articola in aree talmente diverse da richiedere necessariamente differenti livelli di spesa, sia perché, se a tanto si addivenisse, si finirebbe per conculcare qualsivoglia forma di autonomia. Dalla Costituzione, invece, si desume ben altro: il fatto stesso che si stabilisca che debbano essere garantiti livelli essenziali (non uniformi!) delle prestazioni concernenti sanità, istruzione, assistenza e trasporto pubblico locale dimostra che ben può essere che la spesa possa essere quantitativamente diversa nelle differenti aree territoriali che costituiscono la Repubblica. E’ necessario in terzo luogo che si prenda atto del fatto che è indiscutibile che al sud la vita costi meno che al centronord (anche per questo il confronto tra valori assoluti è errato). Il dato è confermato da chi si è occupato su basi scientifiche della questione (Cannari e Iuzzolino, “Le differenze nel livello dei prezzi al consumo tra nord e sud”, in Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza). Non si può infine non considerare la qualità della spesa pubblica che, quindi, è riduttivo confrontare esclusivamente dal punto di vista quantitativo. Lo ha a chiare lettere affermato l’Ufficio studi Confcommercio: “Se al sud non si spende molto più che al nord in termini di costo dei servizi pubblici per abitante (..) il problema è che di tali servizi se ne producono molto meno (...)". (Una nota sulla spesa pubblica locale, ottobre 2019).

Di qui le conclusioni. La ricerca di improbabili risarcimenti non è il modo per risolvere i problemi derivanti dagli inaccettabili (per i cittadini delle regioni in primis) squilibri. Continuare a chiedere spesa pubblica sperando che essa faccia da propellente alla crescita economica è, lo dimostra la storia, un errore che non possiamo, come comunità nazionale, più permetterci

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