La "sicurezza" del Pd. "I decreti Salvini o si cambiano o si salta"
Lunedi il cdm decisivo. Le resistenze del M5s, la "bella battaglia" del Pd che sui decreti sicurezza si gioca tutto. Il ruolo di Luigi Di Maio che si dovrebbe caricare il dossier migranti
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3 OCT 20

Non hanno mai avuto tanto coraggio. Nel Pd dicono che la forza questa volta gli viene da Sergio Mattarella, dalle sentenze della Corte costituzionale e che i decreti sicurezza sono la loro bella battaglia, se necessario l’ultima. Carmelo Miceli, palermitano e responsabile sicurezza del Pd, promette i vespri: “Sui decreti sicurezza noi andremo dritti. Questa volta o dentro o fuori. Non ci sarebbe modo più nobile di lasciare il governo su uno dei punti per cui è nato questo governo”. Walter Verini, che è l’uomo dei conti del partito, tesoriere, e che è un patrimonio di riflessioni, dice perfino di comprendere le difficoltà interne del M5s: “Ma il testo del ministro Luciana Lamorgese è il prodotto di una sintesi, un punto di arrivo. Guardate che dietro c’è una lunga fatica ed è una fatica che ha avvicinato il Pd e il M5s”.
Che si sono messi in testa i parlamentari vicini a Luigi Di Maio? Raccontano che il ministro degli Esteri stia facendo il “poliedrico” e che dunque a Nicola Zingaretti assicuri: “Caro Nicola, ma tu lo sai che rispettiamo i patti”, salvo poi fare come Iago e preparare filtri, liquidi di scetticismo che offre agli smarriti del Movimento, quelli che afferrano il lembo della sua cravatta e masticano nel sonno i suoi pensieri: “Così rischiamo di fare crescere Salvini e Giorgia Meloni. I decreti non sono poi così male. Erano anche nostri. Ricordiamolo”. Le agitazioni che precedono il Cdm di lunedì, quello che dovrebbe sancire la fine dei decreti sicurezza, e che doveva tenersi domenica, sono vere. Vito Crimi è stato spintonato in acqua per capire quanto è fredda. Nel M5s volevano vedere che effetto faceva. “Manteniamo i patti, ma spetta al Cdm valutare se il testo soddisfa i criteri di necessità e urgenza” ha infatti dichiarato Crimi. E se non fosse il reggente del M5s che nessuno regge e viceministro dell’Interno, se davvero parlasse a nome di Crimi, nel Pd lo avrebbero già canzonato e Matteo Mauri, che è l’altro viceministro della Lamorgese, l’uomo che per conto di Zingaretti da mesi esercita pazienza, gli avrebbe ricordato che ai tavoli ha sempre spedito il suo facente funzione, Giuseppe Brescia. Siamo insomma al delegato del delegato.
Adesso che il momento si avvicina, il Pd prova a spiegare cosa intende con la parola lealtà (“avevamo promesso di votare il taglio dei parlamentari e l’abbiamo fatto. Ora voi dovete fare lo stesso”) e il M5s gli risponde che è tutto un problema di tribù: “E’ un argomento che ci divide. Per noi è difficile approvarlo così”. “Ma è il testo più setacciato, rivisto, discusso degli ultimi anni. Una pagina dolorosa che noi gireremo” aggiunge ancora Miceli che si appella alla serietà perché “ci sono accordi politici che sono indiscutibili”. E si capisce che quello del M5s è un gioco pericoloso che va avanti da settimane. I tavoli convocati al Viminale sono stati più di dieci e hanno partecipato Mauri per il Pd, Brescia per il M5s, Federico Fornaro per Leu, Davide Faraone per Iv. Ma ha preso parte anche Vittoria Baldino, capogruppo M5s in commissione Affari Costituzionali che rappresenta Di Maio e che ha ricevuto la missione di complicare il lavoro. A giugno, in tandem con Brescia, aveva chiesto un rinvio delle modifiche “perché la revisione dei decreti sicurezza non può cancellare il passato”. E anche lei ha strattonato Mattarella, l’altro vero protagonista di questa revisione che aveva indicato, da giurista, tutte le fragilità dei decreti Salvini. Nel M5s sono riusciti a servirsi del Quirinale come parafulmine: “Li cambieremo nei punti che ha indicato il presidente”. Che sono quelli che in realtà vedono loro. La verità è che il M5s non vuole modificare i decreti e non solo perché portano la sua firma, ma perché non condivide del tutto la nuova costruzione del testo Lamorgese.
Lunedì, i suoi ministri, proveranno in Cdm a fare i capricci sulla protezione umanitaria. Il nuovo testo prevede il ripristino del sistema Sprar ed elimina le sanzioni amministrative, le multe milionarie che si era inventato Salvini per le ong che nella sua mente erano tutti scafisti mascherati, tutto il peggio della sua (dis)umanità. Non bisognerà solamente superare questo esame, ma pure quello d’aula dove si teme l’incidente, l’imboscata egoista. Non è facile cambiare questi decreti, ma è sicuro che il Pd “su questo non galleggerà” anticipa Miceli. E’ proprio sicuro? “Sicuro”. Non si tratta solo di modificare norme: significa spostare quello che erroneamente è ritenuto un tema interno. Da fenomeno di diritto nazionale, e dunque di stretta competenza del Viminale, si trasformerebbe in un dossier di politica internazionale. Sarebbe Di Maio a doversene occupare e non più, e solo, il ministro Lamorgese. Toccherebbe a Di Maio negoziare nuovi accordi con i paesi di provenienza, rivedere il Trattato di Dublino. Meno Cina e più Africa. Bisognerebbe far pesare il ruolo da ministro degli Esteri. Difficile immaginare oggi che il miracolo possa riuscire.
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio