L'egemomia politica della romanità

Claudio Cerasa

Letta, Zinga, Gualtieri, Gentiloni, Sassoli, Meloni, Draghi. La Milano politica soffre (Sala e Salvini) e Roma si ritrova al centro di tutti i giochi. La rivincita del cacciavite sul martello, la nuova koinè e indizi utili sul futuro italiano

Le trame sono spesso inspiegabili, gli equilibri sono spesso indecifrabili, le strategie sono spesso incomprensibili. Ma in questa pazza, caotica e complicata stagione della politica vi è come d’improvviso un elemento nuovo che si intravede all’orizzonte e che in modo tanto repentino quanto inaspettato è diventato come una sorta di nuovo mastice del fronte trasversale dell’antipopulismo italiano. C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico, si sarebbe detto un tempo osservando le nuove dinamiche della politica. E quel qualcosa di nuovo, anzi d’antico, che è arrivato a dominare la fase 3 del nostro paese coincide con una parola con cui l’Italia nei prossimi mesi dovrà fare sempre più i conti: la romanità. In una stagione in cui la Milano politica soffre (chiedere a Beppe Sala), in cui i politici milanesi arrancano (chiedere a Matteo Salvini), in cui la politica fiorentina arretra (chiedere a Matteo Renzi), è un dato indiscutibile – e non solo casuale – che a dettare i tempi della politica sia una classe dirigente che ha come principale tratto in comune quello di essersi formata nella scuola di vita della romanità.

 

E’ di Roma il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che oltre a essere leader del Pd è anche ovviamente governatore della regione in cui si trova Roma, ovvero il Lazio. E’ di Roma uno degli ideologi del nuovo Pd, Goffredo Bettini, vecchio teorico del modello Roma, che, come Nicola Zingaretti, ha una consuetudine antica con un altro principe della romanità come Gianni Letta, braccio destro e sinistro di Silvio Berlusconi. E’ di Roma, ancora, la spalla al governo di Dario Franceschini, lo stimatissimo Lorenzo Casini, suo capo di gabinetto. E’ di Roma, ancora, il volto più pesante del Pd al governo, ovvero Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia, circondato da uno staff dominato a sua volta da romanità. Così come è di Roma l’uomo chiave dell’Italia in Europa, ovvero Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, e così come è di Roma l’uomo chiave dell’Italia al Parlamento europeo, ovvero David Sassoli, presidente dello stesso Parlamento, in cui lavora da ormai un anno un altro leader politico con grandi ambizioni nazionali, come Carlo Calenda, romano anche lui. Così come romano è uno dei tecnici italiani più famosi del mondo, ovvero Mario Draghi, da molti considerato come l’erede naturale al Quirinale di Sergio Mattarella, Colle a cui neanche a dirlo ambiscono diversi ex sindaci di Roma. Così come romano d’adozione è uno dei mentori del presidente del Consiglio, l’avvocato Guido Alpa. Così come romana è la leader politica che forse più impensierisce Matteo Salvini, ovvero Giorgia Meloni, che negli ultimi dodici mesi ha portato via alla Lega consensi su consensi.

  

Può essere naturalmente solo una casualità il fatto che il nuovo metronomo della politica italiana – che solo tre volte nella sua storia ha avuto un romano alla presidenza del Consiglio: Giulio Andreotti, Massimo D’Alema, Paolo Gentiloni – sia un metronomo che batte i tempi della romanità. Ma se si accetta di fare un piccolo sforzo di riflessione e ci si concentra sulla romanità più di governo che di lotta si scoprirà che forse non è solo una casualità che – in una stagione in cui lo stato tende a riapparire, in cui il debito tende ad aumentare, in cui i ministeri tornano a pesare, in cui i partiti tornano a contare, in cui il proporzionale tende a ritornare – esista un fattore politico chiamato Roma destinato a pesare oggi molto più che nel passato.

 

La Roma che si afferma oggi non è però la Roma della palude che tutto annacqua e tutto rallenta e tutto inghiotte ma è al contrario una Roma politica che cerca di mettere la sua consuetudine con la burocrazia, la sua familiarità con l’Europa e la sua capacità di usare più il cacciavite che il martello a disposizione dei nuovi complicati ingranaggi della politica. C’è stata una stagione da sogno in cui la politica avrebbe potuto semplificare i meccanismi delle sue istituzioni – ve lo ricordate il referendum costituzionale? – al punto da renderli utilizzabili anche da politici meno avvezzi alle pratiche della romanità. Quella stagione – fatta di maggioritario, semplificazione, doppi turni, monocameralismi quasi perfetti – è una stagione passata. E nella stagione in corso per la politica decidere di far qualcosa non basta per poter fare davvero qualcosa. E per far funzionare la macchina occorre avere qualcosa che la politica non romana oggi fatica ad avere: la capacità di condividere un linguaggio comune, quella che un tempo si sarebbe chiamata una koinè, la capacità di avere un passo più da maratoneti che da velocisti, la capacità di trasformare i complessi ingranaggi dello stato non in ostacoli insormontabili ma in alleati da utilizzare per provare a trasformare la burocrazia non in un semplice ventre molle ma in una rete di protezione dello stato. Non sempre tutto questo funziona e come abbiamo visto negli ultimi mesi non sempre la romanità riesce a essere un “facilitatore” della burocrazia.

  

Ma intanto una certezza c’è: non c’è futura mossa della politica, al centro, a destra, a sinistra, nei rapporti trasversali tra i partiti, che non passi da Roma, e in fondo persino il M5s, che contro Roma nasceva, oggi è lì a combattere una battaglia interna (Dibba è romano, Raggi è romana, Lombardi è romana, Conte è un romano acquisito) per capire fino a che punto le nuove leve del grillismo riusciranno a portare lontano da Genova (Grillo) e lontano dalla Campania (Fico e Di Maio) ciò che resta del Movimento 5 stelle. Non sappiamo se Roma sarà la nuova Milano ma sappiamo che mai come oggi una certezza c’è: il centro di gravità della politica italiana non è mai stato così vicino a Roma e così lontano da Milano. Il tempo ci dirà presto con quali risultati.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.