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La dittatura del network

Niall Ferguson studia il conflitto tra piazza e palazzo, e la discesa nell’anarchia

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

11 Novembre 2017 alle 06:08

La dittatura del network

Niall Ferguson

Milano. Venite con me a Siena, scrive lo storico scozzese Niall Ferguson nel suo ultimo libro, “The Square and the Tower”, così vi spiego perché la storia degli ultimi cinquecento anni può essere letta da un’altra, nuova angolatura che analizza la contrapposizione tra la piazza e il palazzo, tra i network e le gerarchie. La piazza – di Siena, e in generale – è dove ci si incontra, si parla, si commenta, si commercia, si complotta anche. La torre è la Torre del Mangia, che simboleggia i palazzi, i centri di potere, l’élite, l’establishment. Gli storici si sono sempre concentrati sulle torri, sui papi e sui presidenti, ma i network, le interazioni fuori dalle istituzioni, sono sempre stati rilevanti, oggi sono quasi dominanti, e quando i network prendono il sopravvento si creano rivoluzioni, instabilità, caos. Anche oggi il mondo dominato dai network “non è una comunità globale di netizen” che si scambiano foto di gattini: il mondo dominato dai network “porta all’anarchia”. 

 

I commentatori e i critici che hanno recensito questo saggio – che uscirà in Italia per Mondadori nei primi mesi del 2018 – hanno sottolineato in coro che Ferguson è forse lo storico più “networked” che c’è: mondano e globetrotter, si muove tra Oxford, Harvard, Stanford e Pechino. E’ chiaro che sia affascinato dai network, soprattutto ora che la base della sua famiglia – è sposato con Ayaan Hirsi Ali, è in arrivo il loro secondo figlio – è nella Silicon Valley e lui stesso spiega lungamente di non essere una persona gerarchica – nemmeno come padre, ammette – e spiega le sue tante connessioni, i club, gli amici, le relazioni professionali, i salotti, gli eventi, la grande rete che è la sua vita e che è quella di tutti – nel suo libro ci sono disegni su disegni pieni di frecce e rimandi tra mondi collegati: il primo che compare nelle prime pagine è “The Conspiracy to rule the World”, è fittissimo e parte dall’ordine degli Illuminati. La storia è un’alternanza di fasi in cui domina la torre e altre in cui domina la piazza, i network sono stati determinanti dal 1450 al 1790, poi le gerarchie si sono riconsolidate e dal 1970 a oggi di nuovo la piazza è tornata rilevante. E’ fin troppo facile capire in quale fase siamo oggi, e naturalmente il traino di questa alternanza è da sempre il progresso tecnologico. La Silicon Valley è oggi il luogo dell’ultima rivoluzione tecnologica nonché il cuore della cultura dei network, quei social media che in un lasso di tempo ridottissimo – è anche questa la novità: le rivoluzioni tecnologiche sono potenti e rapide – sono diventati il luogo principe dell’interazione, a livello globale. Ferguson non limita la sua analisi dell’attualità al ruolo dei social network nell’informazione e nella polarizzazione della politica e del dibattito pubblico: questi sono soltanto alcuni aspetti di un fenomeno ben più grande. La Brexit è stata la vittoria dei network sulle gerarchie, Donald Trump è il frutto della vittoria dei network sulle gerarchie: in termini pratici, su come i messaggi sono stati veicolati, informali e diretti (il presidente americano twittarolo ne è la massima espressione), ma anche e soprattutto in termini ideologici, con la politica dal basso e la sua grande capacità di mobilitare che ha schiacciato le dinamiche delle gerarchie. Anche il nazionalsocialismo tedesco degli anni Trenta e Quaranta è, in questa rivisitazione della storia, raccontato da Ferguson come un network che si è trasformato in una gerarchia brutalmente potente, in grado di schiacciare il network del potere ebraico, che era descritto dai nazisti così forte e capillare ed eversivo, e che è invece rimasto schiacciato di fronte all’ideologia dell’annientamento entrata a palazzo.

 

I network nascono sempre ammantati di romanticismo, racconta lo storico. Quel senso di rivoluzione, di marcia contro il sistema, l’idea del popolo che si unisce contro il potere costituto alimentano l’utopia di un mondo meglio governato, in grado di scardinare gerarchie non rappresentative. Anche oggi vale l’utopia dei “netizen”, la comunità globale dei social che insieme abbatte muri e rende la vita migliore, che vive nel cyberspazio in armonia e uguaglianza. Ma è, appunto, un’utopia: “La realtà è che il network globale è diventato un meccanismo di trasmissione di ogni genere di manie e fobie”, scrive Ferguson, si moltiplicano le teorie del complotto, e diventano dominanti. E non bisogna dimenticare che nelle elezioni americane del 2016, sottolinea lo storico (che non è antitrumpiano: nei suoi editoriali ripete spesso quanto Trump sia poco compreso in Europa), è arrivato un terzo network, oltre a quelli delle campagne elettorali: il network dell’intelligence russa, che vive “nella strana terra di Cyberia, la zona crepuscolare in cui abitano gli operatori online della Russia”. Può esserci un ordine nella dittatura dei network? Molti sostengono di sì, conclude Ferguson, ma “io ne dubito molto”, con certe piazze al potere ci può essere solo anarchia, disordine, il romanticismo è un’illusione.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    19 Novembre 2017 - 00:12

    Paola Peduzzi e Giulio Meotti due diversi giornalisti del Foglio. Entrambi parlano di Niell Freguson ma sembra che parlino di due persone diverse. Ad ogni modo per non sbagliare vado sul sicuro e opto per Giulio Meotti.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    12 Novembre 2017 - 15:03

    La piazza e il palazzo. La eterna conflittualità che è l'humus della storia dell'umanità. Il copione è sempre lo stesso: la piazza si fa palazzo, il palazzo uscito dalla piazza genera a sua volta una piazza conflittuale con lui. I tempi del ciclo sono dettati dallo sviluppo, più o meno rapido, più o meno diffuso degli strumenti che la piazza può utilizzare per farsi palazzo: dai caratteri mobili ai network. Oggi il conflitto s'è universalizzato perché i gestori del palazzo hanno perso il controllo degli strumenti che usano i network. L'hanno perso perché, per motivi di potere tra loro, hanno ritenuto utile far uscire dai laboratori, la tecnologia che ha prodotto la Rete, la comunicazione globale in tempo reale e a basso costo. Ma non si va verso l'anarchia, la piazza sarà sempre schiava di quelli che le forniscono, secondo scelte che attengono alla lotta di potere tra loro, gli strumenti per farsi sentire. I social, la piattaforma Rousseau. La piazza non usa Twitter, why?

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