L'allegrezza apocrifa e l'urtante estraneità d'una sequenza fotografica

Salvatore Merlo

I tre leader del centrodestra se ne stanno ciascuno chiuso in un suo guscio, ciascuno intento a considerare con perplessità i rispettivi vantaggi di questa convivenza forzosa

Le foto riprodotte qui sotto sono la prova che non è vero quell’adagio secondo il quale la macchina fotografica è stata inventata per sabotare l’impressionismo. Tutto si scopre in una fotografia, scrutandola. E forse ci vorrebbe Dan Brown per rivelare il codice racchiuso nelle asimmetrie imperfette della prima immagine, con la sua freddezza calligrafica, perfezionistica, lo scatto iperrealista che precede e prepara il secondo, quello in posa, il selfie con le smorfie stirate, l’allegrezza apocrifa dei tre alleati del centrodestra, loro che in realtà se ne stanno così, come nella prima immagine, ciascuno chiuso in un suo guscio, immerso nella propria urtante estraneità, ciascuno intento a considerare con perplessità i rispettivi vantaggi di questa convivenza forzosa.

   

 

Col calice si beve un sorso del passato: al futuro! Ma Salvini, come si vede, non brinda affatto, non supera il passato né si consegna all’avvenire. Al contrario, il segretario della Lega sembra a disagio: la schiena curva, e le braccia penzoloni sotto il tavolo. Di fronte a lui c’è Berlusconi, che non lo guarda nemmeno, il viso immobile e teso, di terracotta. Il Cavaliere porge il calice di vino bianco a Nello Musumeci, il candidato siciliano di cui si osserva soltanto la disperata calvizie. E il gesto, che occupa il centro del quadro, il cuore dell’azione, e sarebbe celebrativo, si compie però con una serenità volenterosa, quasi obbligata, con quell’aria meccanica che Berlusconi doveva avere quando da imprenditore incontrava contabili e fornitori, noie e doveri. E infatti soltanto Giorgia Meloni sorride, tra tutti, ma d’un sorriso contratto, quasi una paresi facciale, e comunque rivolta a una scena che avviene fuori dalla scena: lei guarda altrove, ed è altrove.

   

 

E infatti si sa, perché lo raccontano la politica e la cronaca, che ciascuno di loro è assalito da un fastidio così persuasivo per i compagni da averne forse persino paura. Così l’intera sequenza, il dittico, comunica un silenzio vegetale, una deriva tra elusività e reticenza, un gioco nel quale l’unico che soffre davvero per questa tensione persino fisica è l’uomo che nella foto si vede solo di spalle, cioè Musumeci, il candidato che i tre leader sono costretti a condividere. E’ lui che ha bisogno di tener calda la scena con quattro stecchi, una torta di panna montata, un calice di vino e una trombetta. Almeno fino a domenica.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.