Matteo Renzi (foto LaPresse)

Perché Renzi deve spicciarsi a salvare il Cav. da Salvini

Claudio Cerasa

Non fatevi ingannare. Il centrodestra unito esiste nei sondaggi e nelle regioni, ma a livello nazionale è solo algebra. Cosa fare affinché la prossima campagna elettorale sia dominata più dai partiti di governo che dai partiti di lotta. Prima ancora di una nuova legge, serve una svolta culturale. Questa

Perché continuare a perdere tempo e negare l’evidenza? L’estate è agli sgoccioli, il Parlamento sta per riaprire, il meraviglioso silenzio della politica agostana, magistralmente descritto oggi da Francesco Cundari, presto cederà il suo posto al vecchio frastuono dei retroscena e inevitabilmente toccherà tornare a occuparsi anche di cose noiose, come, aiuto aiuto, la legge elettorale. Il tema legge elettorale, come scrive questo giornale da mesi, non vale la pena di comparire sulle pagine di un giornale per il semplice fatto che da qui alla fine della legislatura non ci sarà nessuna legge diversa rispetto a quella attuale. In realtà, i numeri per fare una nuova legge ci sarebbero, ma il Pd ha scelto di non fare nulla, di lasciare le cose come stanno, di non tentare di recuperare la maggioranza potenziale che per un attimo era emersa mesi fa attorno al famoso “modello tedesco”, e la ragione per cui ha deciso di lasciare tutto com’è rappresenta una storia interessante sulla quale vale la pena spendere qualche riga. E dunque, eccoci qui: perché Renzi non vuole cambiare la legge elettorale? La ragione l’ha spiegata bene sabato scorso sul Foglio il nostro David Allegranti ed è una ragione che si può dedurre leggendo tra le righe delle parole usate da Renzi per festeggiare i 900 mila e passa nuovi posti di lavoro messi insieme dal 2014 a oggi. 

  

 

Il segretario del Pd, in questa occasione, ha volutamente fatto suo il lessico berlusconiano, quello del milione di posti di lavori creati, e ha provato così a rilanciare un suo vecchio pallino: la ricerca dello sfondamento nell’elettorato di destra. L’esito del referendum costituzionale ci dice che il tentativo di sedurre l’elettorato di destra è più complicato del previsto ma nonostante questo la strada che Renzi sembra aver iniziato a percorrere da qui alle prossime elezioni è proprio quella: presentarsi sulla scena elettorale come colui che ha fatto una serie di cose che Berlusconi ha promesso ma che poi alla fine non è riuscito a fare.

 

In questa logica, forse un po’ spericolata, la scommessa di Renzi è quella di rivolgersi direttamente a quella fetta di elettori che tra il 2008 e il 2013 ha tradito il centrodestra e che per molte ragioni sarà il vero bacino verso il quale si rivolgeranno, da qui alle prossime elezioni, sia il centrodestra sia il centrosinistra. I dati li ricordiamo tutti: nel 2013 gli elettori che votarono Popolo della Libertà furono 7.332.121 alla Camera (21,56 per cento) e 6.829.131 al Senato (22,30 per cento) e in quell’occasione rispetto alle elezioni del 2008 il centrodestra berlusconiano perse per strada 6.297.343 voti alla Camera e 5.682.127 al Senato. La partita esplicita del Pd, oggi, i cui sondaggi appaiono leggermente sopravvalutati, siamo al 29 per cento, ma chissà, è quella di provare a sfruttare il suo posizionamento per presentarsi sulla scena elettorale come l’unico partito alternativo a tutti i populisti: da Grillo a Salvini. In questa logica, andare alle elezioni con una legge elettorale come quella che esiste oggi sarebbe perfetto: i due consultellum rendono infatti possibile alla Camera una lista e al Senato una coalizione; e a queste condizioni per Berlusconi sarebbe complicato presentarsi da solo alle elezioni, specie se a novembre il risultato della Sicilia dovesse certificare che sul piano locale il centrodestra unito è competitivo come sembra. Dunque, eccoci qui: Renzi non ha alcuna intenzione di cambiare la legge elettorale perché con questa legge elettorale Berlusconi sarebbe costretto ad andare al voto con Salvini e in questo modo per il Pd potrebbe essere più semplice parlare a quella fetta importante di elettori italiani che da tempo è alla ricerca disperata di una via alternativa al populismo. Ed è possibile che un elettore così detto moderato – magari qualcuno tra quei 13 milioni e 334 mila che il 4 dicembre ha votato sì al referendum costituzionale – dovendo scegliere tra Renzi/Gentiloni, Grillo/Di Maio e Salvini/Berlusconi, alla fine scelga la prima opzione. Eppure, in questo ragionamento, c’è un passaggio importante che Renzi sembra ignorare e che forse meriterebbe di essere considerato con più attenzione. Un partito come il Pd che, al di là dei risultati ottenuti dai suoi governi, pagherà lo scotto di aver perso un referendum costituzionale, di aver subito una scissione e di aver guidato il paese per cinque anni (in tutta la storia della Seconda Repubblica ogni partito che ha governato ha perso le elezioni successive) può davvero permettersi di presentarsi in campagna elettorale, e di prepararsi al dopo voto, senza preoccuparsi di quelli che potrebbero essere i suoi alleati futuri?

 

Finora Renzi ha fatto non bene, ma benissimo, a non ascoltare i consigli di Repubblica e a ignorare l’esistenza di un non soggetto alla sua sinistra che si è scisso prima ancora di essere nato. Ma detto questo, Renzi non può continuare a far finta di nulla: se dopo le prossime elezioni la lista del Pd risulterà decisiva per far nascere un governo – e se la sinistra a sinistra del Pd non raggiungerà risultati importanti – l’unico governo che potrà nascere sarà un governo con Forza Italia. Punto. Per questo, il Pd dovrebbe rendersi conto che schiacciare Forza Italia sulla Lega, in campagna elettorale, rischia di essere un vantaggio prima del voto ma rischia di essere un disastro per il dopo voto. La domanda a cui oggi Renzi dovrebbe rispondere, dunque, non è “con quale sistema posso rubare più voti al centrodestra”, ma è un’altra: con quale sistema elettorale centrodestra e centrosinistra possono esprimere al meglio le loro potenzialità, anche per far sì che nella prossima legislatura ci siano i numeri e le condizioni per far nascere un governo?

 

A parte una legge sul modello dei sindaci – #ciaone – non esiste alcuna legge elettorale che possa garantire la formazione certa di una maggioranza, e lo sappiamo. Ma allo stato attuale, osservando bene quali sono le pedine oggi sul tavolo, Renzi dovrebbe capire che consegnare Berlusconi a Salvini rischia di essere un problema non per il centrodestra ma per l’Italia. Per quanto Berlusconi possa sforzarsi di trovare soluzioni creative per riuscire nel miracolo di andare alle elezioni con Salvini facendo finta di andare elle elezioni senza Salvini (per esempio correndo separatamente alla Camera e in coalizione al Senato), un centrodestra schiacciato su Salvini può funzionare a livello locale ma non può funzionare a livello nazionale e non ci vuole molto a capire che un centrodestra che sceglie di seguire più il modello Le Pen che il modello Merkel è un centrodestra destinato a essere solo un clone mal riuscito del Movimento 5 stelle. E dunque ritorniamo alla domanda di cui sopra: per un partito come il Pd, che sa di avere speranze di tornare al governo solo costruendo una grande coalizione con il centrodestra, conviene davvero spingere il suo potenziale alleato su posizioni anti sistema?

 

Il ragionamento non riguarda solo il fatto che un centrodestra a trazione salviniana rischia di portare in Parlamento un numero di deputati e sopratutto di senatori destinati ad avere un profilo più di sfascio che di governo. Riguarda anche altro. Riguarda una considerazione ulteriore sulla quale i partiti dovrebbero avere il coraggio di confrontarsi nei prossimi mesi: conviene davvero creare le condizioni affinché nella prossima campagna elettorale l’agenda sia dettata più dai partiti di lotta che dai partiti di governo? Lo diciamo una volta e non lo ripeteremo più. Renzi dovrebbe aiutare Berlusconi a sbarazzarsi di Salvini perché solo un Berlusconi lontano da Salvini potrà aiutare il Pd a far nascere un governo di buon senso dopo le prossime elezioni. E per farlo c’è solo un modo: accettare fino in fondo quello che è il mondo post referendum costituzionale e trovare un modo per far sì che le coalizioni siano possibili solo dopo e non prima delle elezioni. E’ così ovvio e così evidente. E allora viene naturale chiedersi: perché continuare a perdere tempo e negare l’evidenza?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.