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Un nuovo metodo sulla politica industriale. Investire non è perdita di tempo. E porta consenso

Il punto non è elezioni sì o no (meglio sì) ma cosa può fare un leader riformista per prosciugare l’onda anti sistema senza cedere alle tentazioni trumpiste. Renzi, ma non solo. Un girotondo

1 Febbraio 2017 alle 17:15

Come trovare nuove ragioni a favore del riformismo quando l’Occidente è scosso dalla paura e dal ripiegamento? Come farlo in Europa e in Italia dove queste scosse sembrano destinate a propagarsi con le più o meno imminenti elezioni nei Paesi fondatori dell’UE? Dove lo shortermismo della finanza si ripropone nelle scorciatoie del populismo o negli affanni elettoralistici anche della miglior politica, indebolendone la residue capacità di visione, di respiro, di incisività e perseveranza riformista. In un’economia bloccata da troppi anni e in una società dove aumentano le disuguaglianze fra vincitori e vinti dove, nonostante il record raggiunto su export dalle nostra tante multinazionali tascabili, in vastissime componenti del tessuto produttivo si fatica a tenere il passo, il riformismo passa dal metter al centro l’industria quale motore insostituibile di lavoro, di mobilità sociale e conoscenza. Dopo le misure dettate dall'emergenza, è stato finalmente intrapreso un percorso basato su una visione alta (ma non dirigista) e con un approccio di politica industriale moderno improntato al pragmatismo: credito d’imposta alla R&S, Patent Box, Piano Industria 4.0, riduzione Ires e Irap, misure di supporto alla nuova imprenditorialità innovativa, sono tasselli di una azione organica che fa del nostro Paese un luogo piuttosto unico dove fare ricerca e investire in innovazione. Il 2017 sarà un anno importante: la manovra di Bilancio è orientata al rilancio degli investimenti nei prossimi 18 mesi e siamo nel pieno della nuova programmazione comunitaria le cui ingenti risorse vanno concentrate su pochi, ben selezionati obiettivi e realizzazioni, soprattutto al Sud. Sia che si vada al voto sia che rimanga in carica il governo, occorre proseguire su questa strada che, se orientata a premiare il merito e a curare i bisogni, può creare fiducia e persino consenso.

 

Stefano Firpo è direttore generale per la politica industriale, la competitività e le Pmi al ministero dello Sviluppo economico

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