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Contro i protezionismi. Ma Il partito dell’apertura ha bisogno di un leader legittimato dal popolo

Il punto non è elezioni sì o no (meglio sì) ma cosa può fare un leader riformista per prosciugare l’onda anti sistema senza cedere alle tentazioni trumpiste. Renzi, ma non solo. Un girotondo

1 Febbraio 2017 alle 17:12

Credo che il punto sia proprio ribaltare l’idea che ormai non resti che mettersi in difesa, chiusi in un angolo, per evitare di farsi travolgere. Perché così stai nella cornice che propone il fronte reazionario allargato, quello che va da Donald Trump e dal suo ideologo Steve Bannon fino ai Corbyn di casa nostra, i quali raccontano che la globalizzazione ha fallito per colpa di una presunta élite liberal incapace di intercettare il popolo, e che quindi è tempo di tornare a difendere e coltivare ognuno il proprio orticello, rigorosamente chiuso, protetto e protezionista. Se si guardano i dati e la storia, la verità è ben più complessa. Insomma, se stai nella cornice protezionista vincono i protezionisti, così come, a livello mediatico, se stai nella cornice bufalara, vincono i bufalari. Gli schieramenti non erano così definiti da anni: mondo aperto contro mondo chiuso. L’universo progressista e liberale deve farsi alfiere del primo, stando però bene attento alle sfumature, ai toni, e ai nomi da dare alle cose. Essere per i confini aperti non significa non condannare fermamente il terrorismo islamico o regalare ai tanti piccoli Trump globali lo scettro della sicurezza; così come occuparsi di innovazione e di futuro, non significa abbandonare le istanze e i lavoratori dei settori industriali tradizionali. Queste cose vanno fatte e dette, con pragmatismo e senza timidezza. Obama, ma anche Renzi e Blair, hanno parlato di muscular progressivism. Ci sta: valori forti, messaggi chiari. E basta complessi.

 

Federico Sarica è direttore di RivistaStudio, membro del comitato esecutivo di Volta

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