Paolo Gentiloni (foto LaPresse)

Niente brindisi per i Nazareni

Claudio Cerasa

Il filo conduttore del nuovo governo è di nuovo il patto tra Renzi e il Cav. Ma non c’è da essere allegri se rifletterà la nuova epoca del minimalismo politico. La partita del voto e le risate sui nemici del “governo non eletto”

Come direbbe Fabio Rovazzi, autore di formidabili e demenziali tormentoni musicali, in questa nuova fase della politica italiana, che da ieri registra la nascita di un nuovo governo a guida Paolo Gentiloni, è tutto molto interessante. E’ molto interessante la polemica sulle “grigie pratiche da Prima Repubblica” portata avanti dai sostenitori del No al referendum, curiosamente gli stessi che hanno bocciato il passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica. E’ molto interessante l’indignazione sull’uso spregiudicato del manuale Cencelli per la selezione dei ministri nel nuovo governo portata avanti dai sostenitori del No, misteriosamente gli stessi che hanno votato al referendum per decretare la morte di un sistema istituzionale (maggioritario) che avrebbe permesso ai vincitori delle elezioni (no fiducia al Senato, sì premio di maggioranza) di poter governare senza alleanze pasticciate e senza dover abusare della “spartizione” tipica del sistema consociativo della Prima Repubblica. E’ molto interessante, inoltre, la discussione animata circa la nascita di un altro governo “non eletto dal popolo” da parte dei sostenitori del No, tragicamente gli stessi che hanno difeso a spada tratta una Costituzione, la più bella del mondo, che prevede (articolo 92) che sia il presidente della Repubblica a nominare il presidente del Consiglio (cosa che formalmente sarebbe accaduta anche in caso di vittoria del Sì ma che sarebbe stata compensata da un sistema istituzionale che avrebbe dato agli elettori più strumenti per far diventare l’esercizio dell’articolo 92 una questione più di forma che di sostanza).

 

 

E’ molto interessante, infine, che i campioni del No al referendum, a più di una settimana dal trionfo del 4 dicembre, non siano già tutti magicamente d’accordo sulla “road map” impeccabile disegnata da Massimo D’Alema quest’estate alla festa dell’Unità di Catania, durante un dibattito con Paolo Gentiloni: “Se vince il No al referendum, in questa legislatura, c’è il tempo per fare una riforma limitata, chiara. Si può fare una riforma di tre articoli. Articolo 1: si riduce il numero dei deputati e dei senatori, con 400 deputati e 200 senatori. Articolo 2: fine della navetta e sì al sistema americano, se una legge è emendata c’è un comitato di conciliazione che predispone un testo conclusivo su cui c’è un voto finale. Articolo 3: il rapporto di fiducia del governo è solo con la Camera dei deputati. Quanto ci vuole per approvarla? Sei mesi”. Tutto molto interessante. Così come può essere interessante interrogarsi su quali siano i reali rapporti di forza tra correnti e partiti che si indovinano dietro gli equilibri che governano il nuovo esecutivo.

 

E’ tutto molto interessante, ecco, ma l’unico dato sul quale vale la pena di spendere qualche riga per entrare nel merito delle sfumature di grigio che governeranno i prossimi mesi di legislatura riguarda un unico tema: il rapporto tra il capo del maggior partito del centrosinistra (Matteo Renzi) e il capo del maggior partito del centrodestra (Silvio Berlusconi). Il presidente del Consiglio uscente aveva dato la sua disponibilità a far partire un nuovo esecutivo solo a condizione che vi fossero larghe intese. Ma pur non essendovi larghe intese (la maggioranza del governo Gentiloni è la stessa dell’esecutivo Renzi, tranne Verdini) il governo sta partendo lo stesso. E se sta partendo è anche per un dettaglio non secondario. Forza Italia infatti non sostiene questa maggioranza ma il Cav. ha interesse a che questo governo sostenga una riforma (la legge elettorale) che anche Forza Italia chiede a gran voce. Di fronte alla prospettiva di un nuovo accordo tra Renzi e Berlusconi, chi come questo giornale ha sempre considerato una scelta scellerata la rottura di quel patto, in teoria dovrebbe acquistare su Amazon molte bottiglie di spumante per accogliere la prospettiva imminente di un nuovo “Pattino” del Nazareno. Non può essere così per ragioni ciniche ma estremamente realistiche, che è fin troppo facile mettere in fila. Nel 2014, l’incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi rappresentò un formidabile tentativo di costruire attraverso un accordo di ferro un modello preciso di Italia che coincideva, sorprendentemente e magnificamente, con la visione di paese avuta per una vita da Berlusconi e con la visione di paese sulla quale aveva scelto di investire il segretario del Pd.

 

L’idea del patto del Nazareno in fondo era questa: mettere in cantiere una grande trasformazione dell’Italia attraverso una legge elettorale ultra maggioritaria e una riforma costituzionale sul modello dei sindaci e superare così, per sempre, i meccanismi perversi della consociazione tipici della Prima Repubblica. Dove le minoranze non contano. Dove i veti si diluiscono. Dove i governi possono governare e chi vince le elezioni vince davvero e governa davvero. La rottura di quel patto – per ragioni che oggi appaiono semplicemente ridicole (Mattarella sarebbe dunque un presidente della Repubblica che ha costruito il suo consenso intorno all’odio contro Berlusconi? Tutto molto interessante) – ha indebolito sia Renzi sia Berlusconi e il risultato è che quando gli ambasciatori dei leader di Pd e di Forza Italia si incontreranno a Largo del Nazareno il patto che nascerà (sulla legge elettorale) rifletterà una visione minimalista della nuova epoca post referendaria. Berlusconi ci arriverà forte di una convinzione che tradisce la storia berlusconiana e arriverà al “Pattino” del Nazareno con l’idea che l’Italia non debba tornare a colori ma debba fare solo del suo meglio per sopravvivere all’epoca della politica in bianco e nero. E dunque, via, cosa c’è di meglio oggi di un bel sistema proporzionale, ah che meraviglia, che permette di tenere a debita distanza i Salvini e le Meloni e che permette a un partito ormai di dimensioni modeste come Forza Italia di combattere non per governare il paese ma per essere fondamentale un domani nella costruzione di una maggioranza di governo? Su questa partita, da tempo, Berlusconi ha scelto di dimettersi da Berlusconi ma, ben prima del referendum costituzionale e ben prima delle dimissioni da Palazzo Chigi, anche Renzi, invecchiando di colpo di quarant’anni, aveva scelto di dimettersi dall’essere Renzi.

 

La non-tenuta sull’Italicum (prima legge elettorale al mondo probabilmente a essere smantellata senza essere stata neppure sperimentata, come se dire No al referendum costituzionale sia lo stesso che dire Sì ad Alessandro Di Battista o a Luigi Di Maio premier) sommata al cedimento culturale mostrato dal segretario del Pd nell’annunciare la sua disponibilità a cambiare qualsiasi (qualsiasi!) lato della legge elettorale (persino il ballottaggio) pur di vincere il referendum, rappresentano due spie pericolose su quello che rischia di essere il nuovo patto (speriamo non un pacco) sul dopo Italicum. Non si tratta di pessimismo ma anche qui di estremo realismo: così come non ci si può indignare se il leader (Alfano) di un partito centrale (Ncd) per lo scorso governo sia ancora centrale in questo governo (a meno che Bersani nel frattempo non abbia trovato qualche spiraglio per governare con Di Battista e Sibilia) allo stesso modo non ci si può stupire se i leader di due tra i maggiori partiti del nostro paese, in un’Italia rispedita a calci nel sedere verso la Prima Repubblica, si preparino a modellare l’Italia seguendo i criteri e i parametri della Prima Repubblica. E’ l’inerzia della politica, bellezza. Chi lo sa. Magari Renzi e Berlusconi ci stupiranno e convinceranno i loro partiti a mettersi d’accordo per sfidare Grillo senza creare le condizioni (grande coalizione permanente) per far crescere a dismisura il consenso del Movimento 5 stelle (a far detonare la bomba grillina non servono i giochini, ci pensano i grillini, ci pensa Virginia Raggi).

 

Difficile. Così com’è difficile che riesca l’unica operazione possibile che potrebbe dare un senso a questa nuova fase aperta dal governo Gentiloni: spicciarsi, fare quello che si deve fare, fare la legge elettorale, fare il decreto sulle banche, mettersi d’accordo sui tempi della legislatura e poi andare a votare rapidamente prima dell’estate. Non sarà facile, forse sarà impossibile, ma questa legislatura avrà un senso solo se ci porterà al galoppo verso le elezioni (lo sa anche il nostro amico Paolo Gentiloni, molti auguri), non se si accanirà a dimostrare che un Parlamento delegittimato da un plebiscito popolare può fare quello che gli elettori hanno detto che non vogliono vedere: le riforme. Votare subito, votare presto (e in questo ancora una volta potrebbe essere decisivo il nostro amico Denis Verdini, che se dovesse allontanarsi davvero dal nuovo esecutivo permetterebbe al governo di avere unmagnificamente precaria, perfetta cioè per andare al voto il prima possibile). E nel frattempo sorridere di gusto quando i campioni del No si incateneranno sull’Aventino per protestare contro i vergognosi riti da Prima Repubblica portati avanti da un altro governo non eletto dal popolo. Davvero: tutto molto interessante.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.