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Perché la nuova strategia del Cavaliere può funzionare solo se Renzi non cade

Il referendum e il rapporto con il premier, Parisi e Salvini, la nuova leadership. Strategie, speculazioni, dubbi di corte.

3 Agosto 2016 alle 10:02

Perché la nuova strategia del Cavaliere può funzionare solo se Renzi non cade

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Roma. Lui è quasi inaccessibile, alle prese con una lunga terapia di riabilitazione e recupero, così loro, i cortigiani di Arcore, gli parlano, quando gli parlano, come uno parla alla luna, sentendola assente e gelata: non ne cavano quasi niente. E allora si attorcigliano e si lamentano, litigano tra loro, i dirigenti di Forza Italia, la classe eterna del partito azienda, e si chiedono: che cosa ha in mente Berlusconi? Cosa significa mai Stefano Parisi? E’ un’altra prestidigitazione un po’ fatua del Cavaliere, l’ossessione del rinnovamento che ciclicamente avvolge il grande capo inquieto, come furono la Brambilla e Scelli, come  Samorì e i club della libertà, come Fiori e Bertolaso? O forse Parisi, questo manager dall’aria composta che per poco non è diventato sindaco di Milano, è invece la maschera rassicurante dietro la quale si agita un progetto preciso, è il corpo e il sangue della politica di Mediaset e di Mondadori, di Marina e di Confalonieri, quella corrente di pensiero aziendale e famigliare che in fondo teme la caduta repentina di Renzi e teme la vittoria del “no” al referendum, perché se Renzi va giù in malo modo si porta dietro tutto il sistema democratico rappresentativo per come lo si è conosciuto negli ultimi vent’anni? “Se il progetto di Parisi è quello di rompere con Salvini e Meloni per mettersi al centro e fare scarsa propaganda a favore del ‘no’ al referendum, allora questo è un progetto di cui non intendo far parte”, dice uno dei colonnelli, Gasparri. “Ma non credo sia questo il piano”, aggiunge. Tuttavia l’allusione – e il dubbio – resta.

 

Ma in generale gli uomini e le donne di Forza Italia rinunciano a penetrarsi della verità di Berlusconi, il cui segreto è troppo semplice o troppo incandescente per loro. E infatti chi ha esperienza, chi ha a lungo frequentato Arcore e Palazzo Grazioli, di solito accoglie con affranta rassegnazione le cospicue e insondabili oscillazioni della suprema volontà del capo, dedicandovi lo stesso fatalismo che si deve ai fenomeni atmosferici, alla sovrana potenza d’un inevitabile temporale. “Parisi ha un incarico vero, come forse non era mai accaduto prima nel nostro mondo”, dice Mariastella Gelmini, che poi aggiunge, facendo esercizio di fede, “Berlusconi non ha quasi mai sbagliato una mossa nel gioco tattico, anche nei momenti che sembravano fermi e impaludati”.

 

E lo dice con il tono di voce che allude alla furbizia e alla spregiudicatezza, alla capacità che Berlusconi ha spesso avuto di tenersi aperta ogni alternativa, di coltivare contemporaneamente progetti e orizzonti persino incompatibili, e tutto con una carta sola. Il prestigiatore, Berlusconi supremo, non solo è bravo, ma bara. E allora cos’è Stefano Parisi, qual è “l’incarico vero” che ha ricevuto dal Cavaliere? Lui è il federatore del centrodestra di nuovo unito, o invece è l’architetto di una nuova destra che si allontana dal populismo di Salvini e Meloni? E’ l’uomo incaricato di concludere un indicibile accordo di desistenza con Renzi sul referendum per guadagnare tempo, o è invece il leader più riconoscibile del fronte del no? “Per ricostruire il centrodestra, in un modo o nell’altro, ci vogliono molti mesi e molto lavoro”, ripete spesso Altero Matteoli, che pure sembra diffidare dell’incarico di Parisi. “Ci vuole tempo”, dice. E allora questo fa pensare che l’esigenza di rimodellare l’offerta politica della destra non possa che accompagnarsi a una certa cautela, tattica, nei confronti del governo Renzi: cadesse il governo dopo il referendum di novembre, ci sarebbe il tempo per aggiuntare il centrodestra che non funziona, per domare o per scaricare Salvini? E ci sarebbe il tempo di organizzare una specie di congresso, quella sorta di stati generali del centrodestra “essenziali per l’individuazione di una leadership per la prima volta contendibile a destra”, come dice Gasparri? Forse no.

 

“Berlusconi sembra considerare tutte le ipotesi, e non ne esclude nessuna”, dice allora Gianfranco Rotondi, che un po’ lo conosce. “Se Renzi dura fino al 2018, si può lavorare al nuovo centrodestra con calma. Ma se Renzi perde il referendum, va benissimo pure, anzi forse è meglio. Non si va mica a votare. Bisognerà fare un governo, bisognerà fare la legge elettorale per il Senato… Se Renzi perde e continua, Berlusconi è il suo interlocutore”. E allora ecco la strana campagna del “no” condotta con ambiguità sibillina da Forza Italia: Brunetta, afflitto dall’ansia dell’esistere, assiso sulla garitta del “no”, con il coltello tra i denti. E poi Confalonieri, Marina, Gianni Letta, in realtà tutti per il “sì”, come anche Parisi. E’ meglio che Renzi lo vinca il referendum. Ma se dovesse perderlo, il Cavaliere si è già messo in buona posizione. Chissà. E’ anche possibile che gli uomini del Cavaliere attribuiscano a loro silente, ammaccato e insondabile capo machiavellismi e strategie che nemmeno lui sa di aver concepito.

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