cerca

“O cambio l’Italia o cambio mestiere”. Intervista a Renzi

“Le comunali? Non ci saranno segnali politici. I grillini? Sono i preferiti dei giornalisti, poi arriva la realtà. I migranti? Un tetto serve. Il referendum? Lo voteranno anche a destra”. Chiacchierata col premier.

2 Giugno 2016 alle 06:18

“O cambio l’Italia o cambio mestiere”. Intervista a Renzi

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Mancano novantasei ore al primo turno delle elezioni comunali e, pur essendo il passaggio di domenica solo un piccolo antipasto del piatto forte del prossimo referendum costituzionale, i temi legati alle amministrative sono molti e sono centrali. Gli equilibri del centrosinistra. Il futuro del centrodestra. Il dinamismo del grillismo. Le possibili alleanze che oggi non si vedono ma che un domani, quando si arriverà al dunque e si arriverà a ottobre, saranno destinate a manifestarsi sul campo. Il Foglio comincia oggi, e proseguirà nei prossimi giorni anche prima del ballottaggio, una serie di interviste rapide a tutti i principali leader politici. Si parla di elezioni, di alleanze, di riforme, di sindaci ma si parla anche di molto altro. La prima intervista è con il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Seguiranno Silvio Berlusconi e poi tutti gli altri.

 

Presidente Renzi, che segnale politico arriverebbe, sia per il centrosinistra sia soprattutto per il centrodestra, con un’affermazione di Roberto Giachetti a Roma e di Giuseppe Sala a Milano? “Nessun segnale politico. Si vota per i sindaci, punto. E si vota con coalizioni diverse, persino tra Roma e Milano”. E’ un dato di fatto però che in diverse città le candidature del centrodestra e del centrosinistra si somigliano. Quali sono le principali differenze in campo, soprattutto dal punto di vista economico, tra una candidatura di centrodestra e una di centrosinistra a Roma, a Milano e a Napoli? “Non direi che Giachetti e Meloni si assomiglino, mentre è innegabile che Sala e Parisi presentino tratti simili. Tuttavia le alleanze sono profondamente diverse. E nel caso di Milano proprio la disomogeneità della coalizione sembra essere uno dei punti di maggiore debolezza di Parisi. Quanto a Napoli, beh quella città ha elementi di peculiarità evidenti. De Magistris parla di rivoluzione, ma nel frattempo non copre le buche”. Cosa significherebbe secondo lei, per il centrodestra, una sconfitta a Milano? E cosa significherebbe per Grillo una sconfitta a Roma? “Non vedo ripercussioni politiche in nessuno dei due campi, dopo le amministrative. La realtà è che i conti dentro il centrodestra e dentro il Movimento 5 stelle si dovranno fare dopo il referendum, non dopo le amministrative. Berlusconi si accinge a votare ‘no’, con una scelta talmente incomprensibile che ha costretto voi del Foglio a una campagna per fargli cambiare idea. E i grillini, nati per rivoluzionare il Palazzo, si accingono a una dura battaglia per difendere i numeri del Parlamento più grande e più costoso dell’occidente. Sono i difensori del bicameralismo paritario e dei poteri delle regioni, oltre che degli stipendi regionali. E quelli che volevano combattere la Casta adesso hanno come obiettivo di salvare il Cnel. Se vinceranno i ‘sì’ al referendum allora sì che la classe dirigente del Movimento 5 stelle avrà fallito strategia”.

 

Grillo, si diceva. Che profilo esprimono secondo lei i candidati grillini? E’ convinto, come molti, che queste elezioni comunali saranno un punto di non ritorno per il Movimento 5 stelle? “No. I grillini sono i candidati preferiti dei giornalisti e dei sondaggisti, ma poi arriva la realtà e cambia le carte in tavola. Governano in 17 comuni e in quasi tutti hanno problemi. Che vincano o che perdano questa volta cambierà poco per il direttorio e per gli adepti del guru”. A Milano è arrivato come procuratore il dottor Greco, un ex pm di Mani pulite. Lei crede che questo passaggio possa essere l’inizio di un rapporto più disteso con la magistratura? “Non credo. Il capo della procura milanese è importante e la scelta del Csm è andata su Francesco Greco, che mi pare avesse tutti i titoli. Ma non è che con Bruti Liberati ci fossero tensioni. Noi facciamo il nostro lavoro, i giudici il loro”.

 

Nelle ultime ore lei ha ripetuto spesso che non esiste alcuna emergenza rispetto alla questione relativa all’arrivo dei migranti in Italia. Eppure nell’ultima settimana gli arrivi sono stati 12 mila (dati del ministero dell’Interno). Lei concorda con Angela Merkel quando dice che non si può mettere un tetto relativamente all’arrivo dei rifugiati? “I numeri, innanzitutto. Al primo giugno 2015 erano 47 mila, al primo giugno 2016 sono 47 mila. Non c’è nessun aumento da Turchia e Grecia. Non c’è nessuna invasione, checché ne pensino i professionisti dell’allarme sociale. Il percepito è diverso dalla realtà. Ovviamente però il tetto va messo. Non un tetto burocratico, che sarebbe difficile da far rispettare, ma un tetto sostanziale. Per farlo occorre firmare accordi con i paesi africani e bloccare le partenze. Noi siamo orgogliosi di rimanere umani e salvare migliaia di vite umane. Ma il mare è il posto peggiore per salvare le persone. Dobbiamo evitare che partano. E l’unica soluzione è rappresentata dagli accordi con i paesi africani insieme alla cooperazione internazionale”.

 

Le amministrative avranno un impatto sul voto del referendum? Che impressione le fa vedere sullo stesso terreno di gioco di Travaglio e di Magistratura Democratica il presidente Berlusconi? “Ripeto: no. Tra venti giorni nessuno si ricorderà più delle amministrative, comunque vadano. Mentre il referendum crescerà nell’opinione pubblica e noi saremo impegnati in un porta a porta costante da qui a ottobre. Vedere Travaglio e Berlusconi insieme mi fa sorridere. Come pure Brunetta e Landini, Fassina e Meloni, e l’elenco potrebbe continuare. Ma considero più rilevante il patto tra i partiti: Cinque stelle, Lega, Sinistra radicale e Forza Italia hanno stretto un patto di ferro contro la riforma perché sanno che se passa l’Italia degli inciuci finisce sul serio. Diventiamo una democrazia dell’alternanza, scegliamo la stabilità, assumiamo il profilo di un paese credibile. Finisce la stagione del diritto di veto e inizia quella del potere di voto. Sono terrorizzati. Togliamo una poltrona su tre ai soliti noti. E quelli che restano non possono più ricattare nessuno: ecco perché la sfida è tutta lì”.

 

Presidente, lei ripete spesso che in caso di sconfitta al referendum il suo governo andrà a casa. Ma se il referendum dovesse andare male, lei si candiderà ugualmente al prossimo congresso del Pd? “Direttore, parliamoci chiaro. Ho accettato una sfida che sembrava impossibile. Abbiamo riformato il diritto del lavoro e cancellato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: la conseguenza è che ci sono 455.000 posti di lavoro in più di cui l’80 per cento a tempo indeterminato. Abbiamo cancellato tasse odiose come Imu e Tasi prima casa, l’Irap e l’Imu agricole, l’Irap componente costo del lavoro. Dagli 80 euro al superammortamento, dal credito di imposta al sud fino agli incentivi del JobsAct abbiamo operato cambiamenti che erano attesi da anni. E potremmo continuare con la buona scuola, la legge elettorale, la riforma della Pubblica amministrazione, i soldi alla cultura e la modalità di nomina dei direttori dei musei, la responsabilità civile dei magistrati, le unioni civili, il processo telematico, la dichiarazione elettronica. Tutte cose che giustificano ampiamente la scelta di far proseguire questa legislatura. Adesso siamo a un bivio: se passa la riforma, finisce il tempo degli inciuci. Se non passa, torniamo nella palude. E visto che tutti i cittadini dichiarano a parole di non volere la palude, io sono fiducioso che vinceremo bene. Ma se ciò non avvenisse, che resto a fare in politica? Non sono come gli altri, io. Se il referendum andrà male continuerò a seguire la politica come cittadino libero e informato, ma cambierò mestiere. Vuole uno slogan semplice? O cambio l’Italia o cambio mestiere”.

 

Che Italia rappresenta secondo lei quella che a ottobre dirà “no” a una riforma che, come ripete il suo governo, garantisce la governabilità? “Vinceremo il referendum. Io ne sono certo. Molti elettori leghisti, grillini voteranno per noi. E quelli del centrodestra vi stanno già inondando di email. L’altro giorno, mentre Coldiretti annunciava il proprio sostegno, Maroni mi ha confessato che ha provato a far votare per il ‘sì’ la Lega in ultima lettura proprio perché anche lui pensa che finirà così”.
Alleggeriamo. Mettiamo insieme politica e calcio. Ci dica i nomi dei calciatori che le fanno venire in mente Renzi, Salvini, Meloni, Grillo e Berlusconi? “No, degli altri non parlo. A me piacerebbe essere Antognoni: il ragazzo che giocava guardando le stelle. Ma visti i piedi che mi ritrovo ho fatto l’arbitro. Posso dirle che Berlusconi mi ricorda Edmundo: capace di giocate a effetto ma al momento decisivo scappa al Carnevale di Rio e perdiamo lo scudetto. Le dico dei miei candidati, se vuole: Giachetti è Totti, e non potrebbe essere diversamente. Fassino non può che identificarsi in uno dei difensori della Juve dei record: scelga lei tra Bonucci, Chiellini e Barzagli. Sala da interista ricorda Zanetti. La Valente? Capitan Bruscolotti. E a Napoli si ricordano quanto fu decisivo”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi