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La politica del “ciumbia!”

La foto di Salvini con Trump. Fenomenologia di quel vizio provinciale dei politici italiani in cerca di legittimazione. Ci cascarono tutti, da Prodi a D’Alema a Fini. Perché il leader della Lega, e non solo lui, gira il mondo in cerca di selfie.

27 Aprile 2016 alle 10:25

La politica del “ciumbia!”

Matteo Salvini posa con Donald Trump

Un imbucato lo si riconosce subito dall’aria installata e ridanciana, possessiva e gongolante con la quale osserva l’oggetto del desiderio, gli si avvicina, chiede senza imbarazzo di potersi fare una foto con lui, e poi ovviamente la pubblica su Facebook, aspettando con trepidazione i commenti degli amici, rimasti intanto a ciondolare in tuta al bar del paese, tra un campari macchiato e le olive nel posacenere: “Hai visto Matteo?”. “No”. “Ma è amico di Donald Trump”. “Ciumbia!”.

 

E in effetti da circa un anno Salvini sembra far questo di mestiere, gira il mondo e colleziona selfie. E’ all’incirca “l’amico italiano di…”, o forse sarebbe meglio dire che lui è quell’italiano che sempre si fa vedere “accanto a…”, un po’ come il famoso Paolini, il disturbatore della televisione, quello che si mette davanti alle telecamere del Tg, quello che Emilio Fede prendeva a male parole in diretta su Rete4. Salvini s’è fatto vedere, com’è noto, accanto a Marine Le Pen. E click! “Lei è dei nostri”. E poi con Putin, ci mancherebbe, a Mosca, quasi un intero servizio fotografico, lui con il nodone da battesimo o da prima comunione alla cravatta, Putin invece sempre uguale, di terracotta (ma sono quei maledetti scatti dell’iPhone), click! Salvini voleva fare la stessa cosa pure con il dittatore coreano Kim Jong-un, ma nella ridente  Pyongyang, “qui c’è uno splendido senso di comunità”, s’è dovuto accontentare del primo ministro (tale Kim Yong-nam), ari-click! E ci ha poi provato anche con Nigel Farage, l’indipendentista britannico, ma quello gli ha purtroppo preferito, e chissà perché, Beppe Grillo (allora Salvini, che non molla mai, ha chiesto un selfie con Grillo, purtroppo però anche Grillo gli ha dato buca).

 

E poi c’è stato il leader del Partito della Libertà austriaco Harald Vilimsky, lo xenofobo olandese Geert Wilders, l’indipendentista fiammingo Gerolf Annemans… E insomma appena c’è uno strambo, ma di successo, appena spunta all’orizzonte un omaccione forte, uno magari un po’ mattacchione (o mattoide), uno che dispone missili nel Pacifico come fossero carrarmatini del Risiko, uno che gioca con il filo spinato e i cannoni, ma che pure gli può dare lustro, ecco che allora Salvini s’imbuca: “Scusi, posso? Sa, è per Facebook”. E lui diventa dunque indipendentista scozzese e indipendentista inglese, americano ma pure russo, mezzo nero (Casa Pound) e mezzo rosso (coreano), poi padano e meridionale, un po’ forcone siculo e un po’ trattore veneto. Dipende dalla foto.

 

Eccolo allora che ieri, a Philadelphia, si è messo in posa felice, mentre Donald Trump, col pollice sollevato, lasciava cadere dal suo metro e novanta uno sguardo di sornione cieco. “Un saluto dagli Stati Uniti, amici! Go, Donald, GO!”. E Trump gli ha pure detto, e non c’è motivo di dubitarne (cosa mai non si direbbe a uno che viene a chiederti una foto col cellulare): “Ti auguro di diventare presto il premier italiano”. Ciumbia!

 

Ma l’immagine di Salvini con Trump, di Salvini con Putin, di Salvini con Le Pen, di Salvini con l’apparatchik nordcoreano, ci fanno tutte avvertire il confuso risveglio di un’associazione, di un ricordo, che non è soltanto quello del macchiettismo italiano, del sottoprodotto amatriciano dell’esterofilia, delle maschere di Alberto Sordi, del “noio” di Totò e Peppino a Milano, insomma quel pasticcio e prodigio maccheronico goliardico che diverte e immalinconisce. Sappiamo infatti che i politici italiani, da sempre, cercano la legittimazione esotica, avvertono quel bisogno urgente, viscerale, per non dire intestinale, di salpare al di là degli oceani, di volare oltre le Alpi, per afferrare all’estero i fili della propria vaga identità.

 

Nel 1998 Romano Prodi contrabbandò un seminario alla New York University con Bill Clinton per il battesimo “dell’Ulivo mondiale”, niente meno, qualsiasi cosa mai volesse dire. E anche Massimo D’Alema, che pure irrideva Prodi sotto i baffi, dando di gomito a destra e sinistra, giustamente liquidando l’ulivizzazione dell’America o l’americanizzazione dell’Ulivo come “un’idea provinciale”, nel 2004, s’era convinto che John Kerry avrebbe battuto George W. Bush e dunque, proprio come un provinciale, si mise a imitarlo, fino a quell’indimenticabile riunione in cui si chiuse (per otto ore!) nella stessa stanza con i consiglieri della Casa Bianca. Uazzamerica. E sempre è come se in loro, nei politici d’Italia, più imitatori che imitati, si agitassero sentimenti contrastanti: la fiera contentezza di apparire accanto al leader originale, l’ansia di non apparire inesperti, paesani, impressionati dai quei luoghi stupefacenti della politica, e la stupefazione che in realtà hanno sempre provato.

 

E così oggi Raffaele Fitto strappa dieci minuti e una foto a David Cameron, in un angolo remoto e oscuro di Londra, proprio come Veltroni camminava sui trampoli delle parole di Obama (“yes we can”, “si può fare”), come Rutelli imitava la breve stella del francese Bayrou, come mezza sinistra s’iscriveva al partito dei giscardiani (chi se li ricorda?), come Fini pregava per scrivere la prefazione italiana al libro di Sarkozy, e come persino Montezemolo, quando ancora pensava alla politica, proclamava la sua volontà di “rupture”. Più di recente è stato scoperto, e presto accantonato, Tsipras, con quel nome che gli italiani nemmeno sono mai riusciti a pronunciare, lui che è solo l’ultimo degli Zapatero o dei Pablo Iglesias della sinistra italiana, cioè l’ultimo modello straniero da spolpare e da mollare, l’ultimo esorcismo contro l’inadeguatezza e la fragilità delle idee.

 

Allora in fondo Salvini è solo l’ultimo arrivato, anche se occupa in tutta evidenza una posizione speciale nella tradizione degli imitatori che vanno all’estero e poi rimangono sperduti, spaesati, quasi nani da giardino finiti per sbaglio in uno scatolone pieno di mostruosi giganti. Salvini è una sorta di sottospecie della categoria. E’ come se lui interpretasse un ruolo per certi versi terminale, che scavalca la sua stessa consapevolezza. Ecco, lui colleziona fotografie. Si selfa e s’imbuca a Mosca, a Philadelphia e a Parigi, come un semivip della tivù s’aggrappa ai calciatori dell’Inter nelle discoteche di Milano. E in questo, almeno, è unico.

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