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Renzi alle prese col pasticciaccio brutto delle elezioni a Roma

Gentiloni dice di no, Giachetti non si fa “rifilare il pacco”, Marchini non piace, e intanto ci sono Fassina e il Marino vagante

15 Dicembre 2015 alle 10:33

Renzi alle prese col pasticciaccio brutto delle elezioni a Roma

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. A un certo punto ha pure pensato di candidare Paolo Gentiloni, e glielo ha anche detto – “a Roma sei conosciuto, hai fatto l’assessore, hai già partecipato alle primarie, sei ben voluto da ciò che resta della Margherita…” – ma dall’espressione del volto che gli ha opposto l’ex portavoce di Francesco Rutelli, Matteo Renzi ha ricavato all’incirca l’idea che il suo ministro degli Esteri preferirebbe invadere la Libia piuttosto che candidarsi sindaco a Roma e lasciare la Farnesina. Dunque il presidente del Consiglio, e segretario del Pd, ha poggiato il suo sguardo inquieto su Roberto Giachetti, ex radicale, deputato, vicepresidente della Camera, così estraneo alle lobby, ai rivoli e alle correnti romane da sembragli perfetto per il ruolo, e persino coerente con la letteratura della rottamazione. Chi meglio di Giachetti segna la discontinuità? “Ma questo pacco preferirei non farmelo rifilare”, dice l’interessato (poco interessato), che dovrebbe anche cominciare a lavorare subito alla campagna elettorale visto che nei sondaggi riservati risulta che lo conosca solo il 21 per cento dei romani. “Conto molto sulla volubilità di Renzi – sorride Giachetti – per fortuna non ha soltanto molte idee ma le cambia pure spesso”.

 

E allora davvero Roma è una bella scocciatura per Renzi, molto peggio di Milano, dove equilibri e candidature prendono forma e già alludono a un successo del centrosinistra, a una competizione aperta tra candidati forti alle primarie: Sala, Balzani, Migliorino… Nella Capitale è invece un marasma, opera buffa o scherzevole se soltanto non ci fossero state le manette di Mafia Capitale e i commissariamenti (del partito e della città), con Stefano Fassina già quasi candidato da Nichi Vendola al Campidoglio (parola d’ordine? “Far perdere il Pd”) e poi con l’incognita Ignazio Marino, una mina vagante che minaccia di ricandidarsi (a meno che Renzi non gli trovi un nuovo lavoro) e che spiega, con vocina di chierichetto devoto a Scher-Masoch: “Sento il dovere di salvare il Pd”, frase che Renzi, quando gliel’hanno riferita, pare abbia commentato così: “E chi salva il Pd da Marino?”.

 

[**Video_box_2**]Ma renziani puri nella politica romana, in consiglio comunale, alla regione, non ce ne sono, e quelli che sono emersi, Lorenza Bonaccorsi, Patrizia Prestipino o Guido Improta, non hanno superato il severo casting di Renzi o sono risultati privi di appeal elettorale, tutti tranne Giachetti e Gentiloni. E la scelta del candidato è tutto, in un contesto in cui le elezioni si vincono con la grammatica della rottamazione, certo, ma pure con un occhio al partito, e ai serbatoi elettorali in città. E infatti i nomi di Gentiloni e Giachetti non vengono maneggiati dalla segreteria solo perché puliti, non compromessi e ben sintonizzati con il novismo renzista, ma anche perché entrambi mettono pace nel cosmo inquieto della ex Margherita, da cui entrambi provengono, tra i vecchi “moderati per Veltroni”, in un mondo collaterale ma non trascurabile, composto da alcuni battitori liberi della politica che adesso fanno l’altalena tra il Pd e Alfio Marchini, l’imprenditore e candidato civico, anche lui sospeso tra il Cavaliere e la corsa solitaria: “Alfio lo stimo, nei suoi confronti provo simpatia sincera. E tutto a questo punto dipende da lui”, ha detto Francesco Rutelli qualche settimana fa. E insomma Roma è un bel pasticcio da cui Renzi è tentato di ritrarsi con afflizione. Ma pure la suggestione liberatrice di rinviare le elezioni comunali “causa Giubileo” viene ormai scartata al Nazareno, nella sede nazionale del Pd. “E’ impossibile”, dicono con una scrollata di spalle e un sospiro fatalista. Rinviare le elezioni significherebbe votare con il referendum sulle riforme istituzionali, a novembre, e insomma complicarsi ulteriormente la vita, e rischiare un cortocircuito con la madre di tutte le battaglie, che non è certo Roma, ma è il referendum. Alla fine nel Pd qualcuno sussurra una tremenda verità: “A noi basterebbe non arrivare terzi dopo Grillo e la destra”. Ma anche per questo ci vuole prima un candidato.

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