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Dietro l’ammuina regionale sulla Sanità

Lo scenario istituzionale ormai è un classico: le regioni chiedono più soldi in particolare per la Sanità, prospettando scenari catastrofici in caso contrario.

5 Novembre 2015 alle 06:18

Dietro l’ammuina regionale sulla Sanità

Lo scenario istituzionale ormai è un classico: le regioni chiedono più soldi in particolare per la Sanità, prospettando scenari catastrofici in caso contrario. Questa volta chiedono 112 miliardi invece di 111 (cifra comunque maggiore dell’anno precedente), sostenendo che l’intero sistema si sgretolerebbe e la salute dei cittadini ne verrebbe compromessa.

 

Prima considerazione: 1 miliardo è lo 0,9 per cento del finanziamento già posto in legge di Stabilità (ancora meno se si tiene conto di altri canali di finanziamento); le regioni sono 20 e dunque mediamente si tratta di 50 milioni a regione, anche se è solo una media teorica perché i fondi sono distribuiti principalmente in base alla popolazione. Ma la Lombardia riceve ogni anno più di 18,4 miliardi, il Lazio più di 10, il Veneto quasi 9, la Campania più di 9,5, e così via (fonte: Ragioneria generale dello stato). Possibile che non esistano risparmi e razionalizzazioni per 50/100 milioni su 10/18 miliardi complessivi?

 

Seconda considerazione: perché oltre alle continue lamentele non vengono avanzate motivazioni e misure numeriche a sostegno delle richieste? La risposta sta nella tradizionale avversione delle regioni per valutazioni e misure indipendenti del proprio operato: hanno sempre preferito una comoda autoreferenzialità. Due esempi concreti e poco noti. Esiste un ottimo sistema di valutazione dei Sistemi sanitari regionali messo a punto dal Mes Lab  dell’Università di Pisa che, a partire dalla misura di numerose grandezze, permette una verifica quantitativa della qualità dei servizi offerti dalle regioni e dalle aziende sanitarie, con la possibilità di una semplice  visualizzazione (Sistema bersaglio) e comprensione immediata dell’effettiva efficacia della Sanità sul territorio. Questo metodo, la cui applicazione è stata sollecitata anche da un ordine del giorno presentato dai senatori radicali e approvato nel 2009, è stato però abbandonato dal ministero della Salute e dalla maggioranza delle regioni, soprattutto le maggiori.

 

Secondo esempio. I Livelli essenziali di assistenza (Lea) sono le prestazioni  che devono essere garantite al minimo e comunque dalle regioni. Sono stati definiti nel 2001 ma solo nel 2005 è stato istituito un Comitato con il compito di verificarne la misura sistematica. Se una regione garantisce i Lea concorre alla assegnazione di un fondo pari al 3 per cento di tutto il Fondo sanitario. Il metodo di misura dei Lea prevede che il punteggio associato al raggiungimento pieno sia 225. Essendo livelli essenziali  ci si aspetterebbe che una regione ne ottenga il raggiungimento solo nel caso di punteggio pieno o poco diverso (per eventuali problemi di misura). Invece, senza alcuna motivazione espressa, una regione viene considerata adempiente se raggiunge quota 160 (circa il 30 per cento in meno). Anzi per il 2012 nei fatti questa soglia è stata abbassata a 130 (il 42 per cento in meno) escludendo dai fondi aggiuntivi una sola regione. In sintesi per il 2012 solo una regione si è avvicinata a 225; ciò malgrado, in un primo documento 10 regioni sono state considerate adempienti (sopra 160) e pochi giorni dopo, in un secondo documento, magicamente tutte le regioni, tranne una, sono state promosse senza che alcun numero sia cambiato. Sapete come mai? Perché il Comitato che controlla i Lea è formato al 50 per cento da esponenti delle regioni, cioè dai soggetti che dovrebbero essere controllati. E che, evidentemente, considerano la salute un elemento secondario rispetto al finanziamento.

 

[**Video_box_2**]Il problema vero non è dunque il finanziamento  ma  il persistere di meccanismi e pratiche consociative di spesa, l’assenza di valutazioni e controlli indipendenti e l’assoluta marginalità delle esigenze di salute e di informazione dei cittadini. E’ ora che si discuta di come è impiegata l’enorme massa di risorse destinata alla Sanità, di come correlare finanziamenti e risultati ottenuti e di come rendere spese e risultati trasparenti, valutabili, accessibili e comprensibili a tutti. Purtroppo ministero e  ministro,  molto attenti alla suscettibilità dei  vari protagonisti interni alla Sanità, non sembrano ricordare che da 15 anni si chiamano “della Salute”, non “della Sanità”.

 

Marcello Crivellini
Associazione Luca Coscioni
docente del Politecnico di Milano

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