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Non sarà un miracolo, ma Buona scuola a tutti

Niente soluzione lampo sui precari, ma la strada è giusta. Autonomia, valutazione e risorse ci sono. Bene l'alternanza scuola-lavoro. E se le critiche sono quelle che si sentono, allora viva la riforma.

9 Luglio 2015 alle 14:23

Non sarà un miracolo, ma Buona scuola a tutti

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Il piano straordinario per assumere 150 mila docenti entro settembre 2015 e chiudere una volta per tutte le graduatorie a esaurimento – eliminando soprattutto dalla scuola pubblica l’ingestibile pasticcio dei precari – si è trasformato alla fine nell’assunzione di 100 mila precari “aventi diritto” in due tranche, la prima a settembre, la seconda slittata all’anno prossimo, che andranno a coprire gli attuali vuoti d’organico, quelli delle famigerate “supplenze annuali”. Messa così, il primo gesto rivoluzionario – quello di maggior impatto mediatico e pure occupazionale – della riforma della Buona scuola approvata ieri in via definitiva dalla Camera (277 sì, 173 contrari e 4 astenuti) sembra alquanto ridimensionato. Ma le riforme con uno schioccar di dita appartengono al libro dei sogni e delle narrazioni renziane, la realtà è più magmatica, specialmente in quello speciale mastodonte che è la Pubblica istruzione. Dunque 100 mila assunzioni restano un primo passo importante, in una direzione sensata, verso la soluzione di un problema-chiave per il futuro della scuola, quella del ruolo docente, qualità dell’offerta e selezione dei professori compresa. Dal 2016 si accederà all’insegnamento solo con concorso (il primo verrà bandito entro il 1° dicembre) e per chiamata diretta dei dirigenti scolastici. La (temutissima?) valutazione di prof e maestre sarà affidata non all’arbitrio del preside-Barbablù, ma a un comitato composto dal dirigente scolastico con docenti, studenti, genitori e un componente esterno individuato dall’Ufficio scolastico regionale. L’idea è che a ogni verifica triennale due terzi degli insegnanti riceveranno aumenti pari a 60 euro netti al mese in busta paga.

 

E’ soltanto uno spunto, ma indica la prospettiva da cui si deve valutare nel suo complesso la riforma dell’Istruzione che il governo di Matteo Renzi e del ministro Stefania Giannini hanno portato a compimento, con il lieve ritardo che la realtà impone sempre alle narrazioni. Per il resto, con aggiustamenti, passetti indietro e mediazioni che non hanno però placato i sindacati l’Italia ha da oggi, nei fatti, un sistema scolastico (che è l’impalcatura su cui si costruisce la scuola) più snello, più funzionale. E che soprattutto prevede al suo interno un principio di dinamicità e di autodeterminazione che mai aveva avuto.

 

Sono confermati i princìpi di autonomia scolastica in base ai quali i presidi (coadiuvati dagli organi di istituto) saranno liberi di varare il loro Piano formativo, ottenendo dallo stato il personale, i finanziamenti e le strutture necessarie (4 miliardi l’investimento solo per l’edilizia scolastica). I presidi non sono diventati magicamente “super-presidi Batman”, ma avranno libertà di manovra e dovranno rendere conto – su base triennale – delle loro scelte e dei risultati avvenuti. Entrano nel sistema scolastico pubblico le donazioni da privati (fino a 100 mila euro) detraibili, ed è un elemento notevole di novità e di stimolo a ben operare sul territorio.

 

Migliora anche l’offerta formativa (arte, musica, competenze digitali) e gli studenti potranno introdurre materie opzionali nei loro curriculum. Ma è soprattutto l’alternanza scuola-lavoro, su cui il nostro paese è assai arretrato rispetto ai sistemi educativi europei, a uscire finalmente strutturata e rafforzata, aprendo alla collaborazione con le aziende sul territorio. Durante gli ultimi tre anni delle superiori saranno dunque attivati percorsi di alternanza scuola-lavoro per almeno 400 ore negli istituti tecnici e nei professionali e per almeno 200 ore complessive nei licei, eventualmente anche durante le vacanze (un’idea che ha spaventato tanti ragazzi: ma all’estero si chiamano banalmente stage).

 

[**Video_box_2**]La scuola italiana sta dunque per trasformarsi nel migliore dei mondi possibili? Evidentemente no. Il testo uscito dalla Camera è meno dirompente di quello da cui si era partiti, e del resto tutti, a partire dal ministro Giannini, sanno che il tempo di semina e messa a regime di qualsiasi riforma è lungo. Un elemento per valutare con obiettività la Buona scuola viene però, come controprova, dalle dichiarazioni delle opposizioni che hanno votato contro. Se ad esempio Forza Italia, per bocca dell’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ha motivato la bocciatura “convinta e serena” per il fatto che la Buona scuola ha perso durante l’iter proprio i suoi aspetti più condivisibili e innovativi, dalla sinistra e da parte del sindacato le critiche vertono sulla presunta dose di “neoliberismo” (addirittura di “privatizzazione strisciante”) che la riforma inietterebbe nella scuola pubblica. (A dire il vero, la scuola privata da questa riforma ricava soltanto un contentino economico, e una latente marginalizzazione: ma questo è altro argomento). Gli studenti sono già pronti a riempire le piazze (dopo le vacanze) con slogan tipo “la nostra democrazia è tenuta in ostaggio” e “Renzi non ha compreso l’entità della resistenza che metteremo in campo”. E se questa è l’opposizione, Buona scuola a tutti.

 

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