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Piano con la rottamazione delle primarie

Da biglietto da visita della rivoluzione renziana a fastidio di cui liberarsi in fretta. Vanno riformate, ma non eliminate

17 Giugno 2015 alle 13:50

Piano con la rottamazione delle primarie

Matteo Renzi al voto durante le primarie del Pd del 2013 (foto LaPresse)

Forse sotto l’effetto dello schiaffo subito nei ballottaggi di domenica, Matteo Renzi ha sciorinato una serie di intenzioni decisionistiche che dovrebbero servire a chiudere la più recente fase di tentennamenti che ha caratterizzato il suo comportamento nei confronti della minoranza interna. Tra le correzioni da apportare urgentemente ha accennato con noncuranza alle primarie che, se fosse per lui, almeno così dice, non si dovrebbero più convocare. Forse non si rende conto che, se operasse davvero in questo senso, taglierebbe il ramo dell’albero su cui è seduto. Renzi ha alle spalle una serie di battaglie primarie e alla vittoria nell’ultima deve la sua funzione di segretario del partito che ha utilizzato per imporsi come presidente del Consiglio. E’ solo il mandato ricevuto dal basso che legittima la sua funzione e la rivoluzione che ha promosso nella vita del suo partito. Se ora passasse a una gestione dall’alto delle nomine, finirebbe col chiudersi in una logica di palazzo, nella quale, tra l’altro, i suoi avversari sono più esperti di lui. Ma non è solo l’incoerenza con la sua vicenda personale che dovrebbe consigliarlo a non trattare con sufficienza il tema della legittimazione politica e del ricambio dei gruppi dirigenti, meccanismi oggi affidati alle consultazioni primarie. Naturalmente è necessario definire meglio un meccanismo che soprattutto a livello locale può favorire incursioni clientelari o peggio, ma rinunciare a una verifica delle scelte con l’elettorato attivo, in presenza di un decadimento ormai irreversibile del partito delle tessere, significherebbe restare prigioniero di un’oligarchia peraltro inamovibile in assenza di meccanismi di ricambio riconosciuti.

 

Dalla tendenziale paralisi il Partito democratico e il suo segretario possono uscire solo se riescono a dare voce e sostanza a una base sociale attiva, la cui assenza o il cui silenzio rappresentano il vero morbo che affligge e debilita l’iniziativa riformatrice. Anche quando danno risultati sgraditi, com’è capitato in vari casi non solo recenti, le primarie consentono di comprendere tendenze reali, che non si possono cancellare con un tratto di spugna. Non è con una battuta liquidatoria che si può sostituire un meccanismo imperfetto con non si sa quale sistema basato sull’autorità centrale, che sarebbe ancora più esposto alla possibilità di produrre candidature e risultati elettorali insoddisfacenti. Non è solo una questione di democrazia, è soprattutto un problema di raccordo tra gruppi dirigenti e base sociale, che può anche reggersi su un principio leaderistico, come accade di fatto nelle grandi democrazie, ma che proprio per questo richiede una convalida dal basso e una possibilità reale di ricambio quando è logorata.

 

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