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“La scuola del 6 politico non esiste più”

“Ora dite addio all’egualitarismo cattivo”. Ecco perché sulla scuola può nascere un Nazareno bis. Intervista al ministro Giannini.

21 Maggio 2015 alle 06:15

“La scuola del 6 politico non esiste più”

Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini (foto LaPresse)

Milano. “I pilastri non saranno toccati”. Al termine di una giornata parlamentare a dir poco movimentata – per alcuni una giornata “storica” per la scuola; per altri, come il sindacato Gilda, nemmeno tra i più politicizzati, la giornata in cui si è consumato “uno strappo pesante tra la casta politica, rappresentata dal Pd, e tutto il mondo della scuola” – il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini tiene il punto e spiega che il passaggio al Senato, dopo l’approvazione del ddl “Buona scuola” ieri alla Camera, sarà “sostanziale”. Ma dice pure che le quattro parole chiave, “autonomia, responsabilità, valutazione del sistema e riconoscimento del merito”, non verranno messe in discussione. La riforma della scuola del governo Renzi possiede alcuni requisiti di ambizione e di visione che il sistema dell’istruzione da molto tempo aspettava. Ci sono anche elementi di criticità e interrogativi aperti di cui anche il Foglio ha parlato. Ma prima c’è la politica, ci sono i sindacati. Conversando con il Foglio, il ministro Giannini proprio da qui è invitata a partire. A chiarire, ad esempio, se il governo avrà la forza di “asfaltare”, come piace dire a Matteo Renzi, i sindacati arroccati sulle loro barricate ideologiche. Giannini accetta la metafora ma la gira, spiega che il suo ministero ha sì “asfaltato” la strada ai sindacati, ma nel senso di facilitare l’ingresso e la via per un confronto – convocazione, incontro istituzionale a Palazzo Chigi, imminente nuova convocazione – “in una modalità di confronto davvero nuova, improntata al riformismo e non allo scontro”.

 

E’ delusa dal risultato fin qui ottenuto? “Questo si misurerà alla fine. Per ora vedo che alcune componenti importanti del sindacato sono tornate sui propri passi, ad esempio sul blocco degli scrutini. Il governo andrà avanti per la sua strada, non è scontato che non si possa percorrerla in un modo nuovo e che alla fine anche i sindacati non saranno delusi. E’ la scuola nel suo complesso che deve superare uno scetticismo che viene da decenni di riforme mancate”. Poi c’è la politica. Il Senato “sarà un Vietnam”, ha detto il cinque stelle Di Maio. Forse lì, numeri alla mano, potrebbero diventare utili i voti “del Nazareno”, dato che già alla Camera su alcuni emendamenti Forza Italia si è espressa a favore. Non sarebbe un segnale importante per tutta la politica? “Non è tanto il meccanismo di un patto che si deve rinnovare. Vede, la riforma della scuola è davvero una ‘riforma istituzionale’, ce l’hanno detto anche gli studenti. Mi auguro che un voto di questo tipo, che coinvolga anche un’opposizione costruttiva, sia la conseguenza di una condivisione di un processo riformista. Sarebbe importante”.

 

C’è chi ha definito la “Buona scuola” una riforma di destra, addirittura classista. Ma il suo maggior valore culturale è forse quello di voler superare quella che è stata chiamata la “scuola del 6 politico”, la scuola che preferisce la mediocrità alla sfida del cambiamento, della valutazione complessiva del sistema. “Io credo che per troppo tempo si è confuso il principio di uguaglianza – il principio fondamentale per cui la scuola deve offrire pari opportunità a tutti e agire come fattore di miglioramento culturale e sociale – con il principio di egualitarismo: inteso come non valutazione del merito e come freno a qualsiasi desiderio di eccellenza, sia per i docenti che per gli studenti. Sono due cose diverse, e questo cattivo egualitarismo va superato”. Ci spieghi. “La scuola come positivo elemento di promozione di uguaglianza non funziona più da tempo. Lo sanno bene le famiglie. E’ un meccanismo inceppato e va modificato. E un punto di partenza è proprio dare autonomia alle scuole, perché possano rispondere meglio alle esigenze lì dove sono”. Una delle chiavi su cui puntate per rimettere in moto il meccanismo inceppato è la figura del preside, o per essere precisi del “dirigente scolastico”. Ma è proprio questo un punto controverso, poco accettato dall’innato egualitarismo della classe insegnante. In più, l’impressione è che proprio sul ruolo del dirigente scolastico il governo abbia già fatto qualche significativo, e potenzialmente dannoso, passo indietro. Un brutto segnale, un bel rischio. “Va detto che l’autorevolezza non si afferma per norma di legge. E’ evidente che laddove c’è un dirigente competente, volenteroso, questo viene riconosciuto al di là della norma. Il problema è un altro. La figura del dirigente scolastico dotato di responsabilità di valutazione e di decisione era già presente nella legge sull’autonomia scolastica di Berlinguer (riforma Berlinguer del 1996, in funzione dal 2000, ndr). Non lo abbiamo inventato noi. Ma finora quella figura non aveva i poteri tecnici, né gli strumenti, né le risorse finanziarie per fare le cose. Adesso invece queste condizioni sono state create, a partire dalla possibilità di scegliere e ottenere l’organico di cui la sua scuola ha bisogno. Poi è chiaro che non sarà un autocrate, ma nessuno lo ha mai pensato, e dunque il ruolo di collegialità e condivisione delle scelte rimane. Non è un passo indietro, è una migliore definizione dell’indirizzo che stiamo attuando”.

 

[**Video_box_2**]C’è poi la questione della valutazione. I professori e gli studenti che hanno boicottato i test Invalsi hanno usato lo slogan “#nonsiamocrocette”, intendendo criticare, sul piano generale, l’idea stessa che il sistema dell’istruzione possa essere in qualche modo misurato, valutato. “Nessuno ha mai inteso valutare un preside, o un insegnante, singolarmente, al di fuori di una valutazione e visione complessiva di un sistema. Sarebbe semplicemente sbagliato. Ma valutare la scuola significa, stabiliti gli obiettivi, poter capire in ogni singola realtà – ecco il valore dell’autonomia – ciò che va potenziato, ciò che va corretto, dove bisogna migliorare e dove bisogna investire. E non si può pensare che autonomia e valutazione diano risultati in un anno, in un tempo brevissimo: c’è un lavoro da fare, complessivo”. I precari restano sul piede di guerra, nasceranno docenti di serie A e di serie B, dicono. A proposito di reclutamento e assunzioni, lei invece preferisce parlare di “organico di diritto e di fatto”. Dov’è la differenza? “Che finora a un organico di diritto, cioè teorico, si rispondeva con un tappabuchi, organico di fatto, assumendo personale precario dove mancava. Ora l’organico diventerà semplicemente ‘funzionale’: una scuola stabilisce gli insegnanti di cui ha bisogno, e quelli entrano in ruolo. Punto. Certo, scegliendo prima chi ha titoli e diritto, ma questo è semplicemente normale”. Se una scuola delle suorine aiuta, non la lasceremo morire, ha detto Renzi. Le scuole paritarie sono un altro bel problema. “Io ritengo, da sempre, che la legge 62 del 2000 sulla parità scolastica e il diritto allo studio ci abbia portati in Europa. Esiste un sistema di educazione integrato che garantisce, come da Costituzione, il diritto alla libertà di educazione. Detto questo, oggi il sistema paritario rappresenta il 12 per cento della scuola, e la riforma è centrata sulla scuola pubblica. Ma abbiamo voluto inserire – attraverso lo sgravio fiscale alle famiglie che scelgono l’istruzione privata – un segnale che quel diritto esiste ed è tutelato”.

 

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