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Il ritratto negato

La recensione del film di Andrzej Wajda, con Boguslaw Linda, Bronislawa Zamachowsla, Zofja Wichlaz

12 Luglio 2019 alle 16:45

Artisti sotto la dittatura. In “Opera senza autore” Florian Henckel von Donnersmarck – il regista di “Le vite degli altri”, spioni e spiati nella Germania dell’est – aveva romanzato la vita di Gerhard Richter. Prima il nazismo che mette al bando l’arte degenerata, poi il realismo socialista, ultima tappa Berlino dove va forte l’astrattismo (e il nostro eroe vorrebbe solo dipingere quel che il cuore gli suggerisce). Poiché i biopic sono difficili, e le biografie d’artista ancora di più, ne venne fuori un melodramma: l’esatto contrario dell’originalità artistica che intendeva celebrare. “Il ritratto negato” – postumo, il regista è morto nel 2016 – celebra un altro gran polacco, il pittore Wladyslaw Strzeminski. Talento da protagonista del Costruttivismo, e fiera capacità di resistenza quando le cose cominciano a mettersi male, nel 1948. Prima insegnava all’Accademia di Belle Arti di Lodz, era membro dell’Unione degli artisti, aveva fondato il Museo cittadino di Arte moderna. Fiero sostenitore dell’avanguardia e della pittura astratta, era adorato dagli allievi, che citavano a memoria la sua “Teoria della visione”. La vita privata era meno felice: aveva perso un braccio e una gamba nella Prima guerra mondiale, la moglie era malata, lo lascerà con una bambina a carico. Un gigantesco ritratto di Stalin calato dal tetto tinge di luce rossa lo studio del pittore, che si trascina verso la finestra e lo combatte a colpi di stampella. Comincia un calvario lungo quattro anni, raccontato da Andrzej Wajda con totale partecipazione (e un conto aperto con Stalin, da qui il film sul massacro di Katyn: tra i fucilati c’era suo padre). Vicende talmente tristi che “Il ritratto negato” oscilla tra strazio e depressione. Wladyslaw Strzeminski viene espulso dall’Accademia e dal Sindacato Artisti: non avrà i materiali per dipingere né le tessere alimentari. Le sue opere spariscono dal museo (toccherà ai posteri rivalutarlo). Purtroppo i bellissimi e coloratissimi quadri appaiono solo alla fine, dopo due ore di pur splendido grigio. L’arte vince sugli affetti: la moglie lascia detto di non volerlo al funerale, la figlia viene affidata alla pubblica carità.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    13 Luglio 2019 - 20:08

    C'è molto di più da notare. La cultura strumentalizzata dall'ideologia (con un ministro arrogante e donnaiolo, realmente esistito). Il contrappunto tra l'arte astratta e l'ambientazione iperrealistica. I proclami sulla Nuova Umanità comunista contraddetti da meschine persecuzioni, code agli spacci alimentari, torme di operai che passano indifferenti mentre il protagonista stramazza al suolo irrimediabilmente malato (e aiutato solo da una signora che si fa il segno della croce furtivamente). L'ultimo capolavoro di Wajda, insomma, che non merita né le poche proiezioni estive ("tanto non va a vederlo nessuno", immagino sia il ragionamento) né recensioni insipide come questa.

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