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IL MIO CAPOLAVORO

La recensione del film di Gastón Duprat con Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo

25 Gennaio 2019 alle 16:47

Il cittadino illustre” sfotteva gli scrittori che tornano al villaggio dopo il Nobel e si aspettano onori (invece, siccome nei romanzi il paesello natio era descritto come un incubo, e i compaesani come buzzurri, l’atterraggio non è dolce come pensava). “L’artista” sfotteva pittori e critici d’arte: “Quando dico interessante vuol dire che non mi interessa”. Questo attendevamo da “Il mio capolavoro”: la satira contro chi deve giudicare una serie di quadri, e premia il cartone che ha fatto da tela – la pubblicità di una multinazionale, quindi c’è anche il risvolto politico. Siamo a Buenos Aires, il gallerista Arturo Silva al volante della sua auto – confessa subito di essere un assassino. Cinque anni prima, lo vediamo con l’amico pittore Renzo Nervi, che si ostina a dipingere quando i giovani artisti appendono qualsiasi cosa alle pareti delle gallerie. Invitato a far qualcosa di più moderno, spara un paio di colpi di pistola contro il suo dipinto. Poi ha un incidente, e perde la memoria. Da qui in avanti i colpi di scena ci sono – anche il critico hipster e la giovane fidanzata che si fotografa nuda con un trapano. Manca la cattiveria sfoderata nei film precedenti.

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