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LA PRIMA PIETRA

La recensione del film di Rolando Ravello, con Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti, Lucia Mascino, Valerio Aprea

7 Dicembre 2018 alle 16:38

Il cinema italiano è pavido. Anche la trama più promettente in fatto di natura umana – dove oltre alla bontà d’animo trova posto molto altro – finisce con un abbraccio. E con la promessa che in futuro saremo più buoni, basta aspettare che i bambini di oggi crescano (gli imbecilli di oggi sono nati già grandi? già con le mani sulla tastiera?). Oppure finisce che era tutto un sogno, come in “Perfetti sconosciuti”. Ma ve lo immaginate un “Carnage” (di Roman Polanski, da una pièce di Yasmina Reza) dove alla fine i quattro litiganti si abbracciano, si baciano, promettono che saranno d’ora in poi persone migliori? L’idea per “La prima pietra” viene da una pièce teatrale di Stefano Massini: non l’abbiamo vista, e speriamo avesse un altro finale (più virato sul romanzesco in stile “Lehman Trilogy”, che sull’ideologico-sindacalista che rende insopportabile “7 minuti”, al cinema diretto da Michele Placido). Succede che il bambino Samir scagli una pietra contro una vetrata della scuola, poco prima di Natale. Succede che la pietra ricada con qualche danno sul bidello e la consorte. Succede che il preside Corrado Guzzanti convochi la mamma di Samir: si presenta Katia Smutniak con il velo, accompagnata dalla suocera Selma Yilmaz (dritta da un film di Ferzan Ozpetek). E fin qui un po’ somiglia a “Carnage”, al netto della differenza tra Stefano Massini e Yasmina Reza. La segretaria del preside vuole essere pagata in nero per ogni incarico extra. L’insegnate democratica – “Bambino, devi tirare fuori quello che hai dentro” – è una sciroccata Lucia Mascino, in gara di bravura con Guzzanti che sogna angioletti canterini, e si ritrova con un coro di mocciosi distratti e un mucchio di costumi distrutti. Al collo la maestra ha appese le ceneri di un alce (suo animale guida), e sobilla il ragazzino: “dopo ti sei sentito meglio, vero? lanciare pietre è liberatorio”. “La prima pietra” parte bene, con Guzzanti in stato di grazia (non è una sorpresa, il suo poeta ermetico Brunello Robertetti è la cosa migliore della stantia “Tv delle ragazze”). Finisce con la canzoncina di Natale, dopo che la suocera musulmana ha trovato un ebreo da maltrattare.

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